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Temi educativi contemporanei: cittadinanza, media, interculturalità, inclusione e disabilità

L'ultima frontiera della pedagogia del Novecento e del nuovo millennio sposta lo sguardo dai grandi autori ai grandi problemi: come si educa il cittadino di una democrazia, come si abita criticamente l'ambiente dei media, come si convive nella società plurale e come la scuola accoglie tutte le differenze. Questo appunto ricostruisce in chiave pedagogica i quattro grandi temi — educazione alla cittadinanza, media education, educazione interculturale, inclusione e disabilità — e ne mostra il quadro normativo italiano essenziale, dalla L. 517/1977 alla L. 104/1992, alla L. 170/2010 sui DSA e alla Direttiva BES del 2012, fino all'orizzonte europeo dell'apprendimento permanente. È un argomento pienamente valutabile all'Esame di Stato del secondo ciclo, sia nella seconda prova sia nel colloquio.

4 sezioni·~21 min di lettura·4 competenze·Livello Standard 3 · Approfondimento 1·Verificato · 07/2026

T·0888 / 16
Profilo d’esame
Analizzare i fenomeni educativi attuali con le categorie e il lessico della pedagogia (cittadinanza, media education, intercultura, inclusione)Collegare teoria pedagogica, quadro normativo italiano e prassi inclusiva, distinguendo integrazione e inclusioneArgomentare su questioni educative contemporanee con linguaggio specifico, fondando le posizioni su documenti e datiRiconoscere il ruolo dell'educazione permanente (lifelong learning) nei documenti europei e nella società della conoscenza
Operatori:spiegareanalizzareconfrontareclassificareillustrareargomentareinterpretarecommentaredescrivere

livello base

Per tutti gli indirizzi del Liceo delle Scienze umane è richiesto conoscere i quattro temi, distinguere integrazione e inclusione e ricostruire le tappe-chiave della normativa italiana (517/1977, 104/1992, 170/2010, Direttiva BES 2012).

livello avanzato

L'opzione economico-sociale (LES) approfondisce il nesso fra educazione, cittadinanza attiva e politiche pubbliche, leggendo intercultura e inclusione anche con le categorie del diritto, dell'economia e della sociologia (capitale umano, coesione sociale, welfare educativo).

Profondità

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Contenuti · 4 sezioni▾
  1. Temi educativi contemporanei: cittadinanza, media, interculturalità, inclusione e disabilità
    • 01Educazione alla cittadinanza e ai diritti◐
    • 02Media education e tecnologie didattiche◐
    • 03Educazione interculturale◐
    • 04Inclusione, disabilità e bisogni educativi speciali●
§ 01

Educazione alla cittadinanza e ai diritti#

●●○StandardLPOSA-scienze-umane-pedagogia-temi-contemporanei

Le dimensioni della cittadinanza e i compiti educativi della scuola

Le dimensioni della cittadinanzaruota segmentata, 4 segmenti, Dati: Civile, Politica, Sociale, GlobaleCiviledirittiPoliticavotoSocialeistruzioneGlobalemondo e rete
Fig. 1Le dimensioni dell'educazione alla cittadinanza: civile (libertà e diritti), politica (voto e partecipazione), sociale (istruzione, salute) e globale-digitale (mondo e rete).

Punti chiave

Educare alla cittadinanza significa formare la persona come membro consapevole, responsabile e attivo di una comunità politica e sociale: non si tratta soltanto di trasmettere nozioni sull'ordinamento dello Stato, ma di far maturare disposizioni, competenze e valori — il rispetto delle regole condivise, la partecipazione, la responsabilità verso il bene comune. La radice di questa idea attraversa tutta la storia della pedagogia (dalla paideia greca all'educazione civile dell'Illuminismo), ma nel Novecento si lega in modo stretto al progetto democratico, fino a diventare in Italia un insegnamento curricolare con la L. 92/2019 sull'educazione civica.
John Dewey, in «Democrazia e educazione» (1916), fornisce la cornice teorica decisiva: la democrazia non è solo una forma di governo, ma «una forma di vita associata, di esperienza congiunta e comunicata». Per questo la scuola deve essere essa stessa una comunità democratica in miniatura, dove si impara a partecipare partecipando. La cittadinanza, in questa prospettiva, non si insegna come materia teorica ma si esercita come pratica quotidiana di cooperazione, deliberazione e assunzione di responsabilità.
Il quadro contemporaneo distingue diverse dimensioni della cittadinanza, che la scuola è chiamata a coltivare insieme: la cittadinanza civile (libertà personali e diritti civili), la cittadinanza politica (diritto di voto e partecipazione), la cittadinanza sociale (diritti all'istruzione, alla salute, al lavoro — il nucleo studiato da T. H. Marshall) e, oggi, la cittadinanza globale e digitale. Educare alla cittadinanza significa allora far comprendere diritti e doveri, ma anche allenare il pensiero critico, l'argomentazione e la capacità di vivere il conflitto in modo democratico.
Sul piano dei documenti, l'orizzonte di riferimento è duplice: nazionale, con la Costituzione (in particolare gli artt. 2, 3 e 34) e l'educazione civica come insegnamento trasversale; ed europeo-internazionale, con il Quadro delle competenze chiave per l'apprendimento permanente (Raccomandazione del Consiglio dell'UE del 2018), che include esplicitamente le «competenze in materia di cittadinanza», e con l'Agenda 2030 dell'ONU, il cui Obiettivo 4.7 chiama la scuola a promuovere educazione alla cittadinanza globale e allo sviluppo sostenibile.
Esempio svolto

Costruire un paragrafo argomentativo sulla cittadinanza democratica

A partire dall'affermazione di Dewey secondo cui la democrazia è «una forma di vita associata», costruisci un breve paragrafo argomentativo (tesi, argomento, esempio) che sostenga la necessità di una scuola partecipativa.

  1. 01Tesi

    Formulo la posizione: se la democrazia è una forma di vita e non solo un meccanismo di voto, la scuola deve far esperienza di democrazia, non limitarsi a descriverla.

  2. 02Argomento

    Sostengo la tesi con la categoria deweyana di «esperienza»: si apprende ciò che si fa, dunque la cittadinanza si interiorizza solo praticandola (deliberare, cooperare, assumersi responsabilità).

  3. 03Esempio

    Concretizzo: un consiglio di classe in cui gli studenti deliberano regole condivise, o un progetto di servizio alla comunità, trasforma la cittadinanza da nozione in competenza agita.

  4. 04Conclusione

    Chiudo riconducendo l'esempio alla tesi: la scuola partecipativa non «aggiunge» cittadinanza, ma la genera attraverso l'esperienza condivisa.

Risultato: Un paragrafo coeso e ben strutturato che mostra il nesso teoria-prassi richiesto all'Esame di Stato: tesi deweyana, argomento dell'esperienza, esempio della scuola partecipativa, conclusione che ricuce il filo.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: sapere collegare l'idea deweyana di «scuola come comunità democratica» al tema della cittadinanza attiva è un nesso teorico ricorrente nella seconda prova e nel colloquio.
  • Focus Esame di Stato: distinguere con precisione le dimensioni della cittadinanza (civile, politica, sociale, globale/digitale) e saperle esemplificare è una competenza valutata sia nell'analisi del documento sia nella trattazione argomentativa.

Errori frequenti

  • Ridurre l'educazione alla cittadinanza alla sola «educazione civica» intesa come elenco di articoli della Costituzione, dimenticando la dimensione formativa, partecipativa e valoriale.
  • Attribuire a Dewey una concezione della democrazia come semplice meccanismo elettorale: per Dewey la democrazia è prima di tutto «una forma di vita associata».

Approfondimento

Per dare spessore teorico all'educazione civica conviene distinguere, con la letteratura pedagogica, tre modi di intenderla: educare «riguardo alla» cittadinanza (conoscere istituzioni, diritti, Costituzione), «attraverso la» cittadinanza (imparare partecipando, come voleva Dewey) ed educare «per la» cittadinanza (formare le disposizioni ad agire da cittadini). Su questa base Terence McLaughlin ha contrapposto una cittadinanza «minima» — informata ma passiva, centrata sul rispetto delle regole — a una «massima», critica e partecipe, capace di discutere e trasformare le regole stesse. Le tre dimensioni ricordate negli appunti (civile, politica, sociale) risalgono alla classica ricostruzione storica del sociologo T. H. Marshall, che le vedeva conquistate in epoche successive. Oggi il concetto si allarga oltre i confini nazionali: si parla di «cittadinanza globale» e di «cittadinanza ecologica», in dialogo con l'Agenda 2030. La filosofa Martha Nussbaum, in «Non per profitto» (2010), ha difeso proprio una scuola che coltivi non solo competenze economiche ma il «cittadino del mondo»: pensiero critico, immaginazione narrativa ed empatia sono, per lei, i pilastri di una democrazia sana. Educare alla cittadinanza, in questa prospettiva, non è aggiungere una materia, ma riscoprire una delle finalità costitutive della scuola.

Ripasso attivo

Spiega in che senso, secondo Dewey, la scuola debba essere una «comunità democratica» e illustra due dimensioni della cittadinanza che la scuola contemporanea è chiamata a coltivare, esemplificandole con concrete pratiche didattiche.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 02

Media education e tecnologie didattiche#

●●○StandardLPOSA-scienze-umane-pedagogia-temi-contemporanei

Le tre prospettive della media education e la media literacy

Le tre prospettive della media educationGrafo, Educare ai media → Media literacy, Educare con i media → Media literacy, Attraverso i media → Media literacyEducare ai mediaEducare con imediaAttraverso imediaMedia literacy
Fig. 2Le tre prospettive della media education convergono nella media literacy: leggere criticamente i media, usarli come strumenti didattici, produrre contenuti. La media literacy è una competenza di cittadinanza.

Punti chiave

La media education è quel settore della pedagogia che si occupa di educare ai media, con i media e attraverso i media: educare «ai» media significa formare uno spettatore e un utente critico, capace di leggere e interpretare i messaggi; educare «con» i media significa usarli come strumenti didattici; educare «attraverso» i media significa imparare a produrli responsabilmente. Nata nel secondo Novecento di fronte al potere della televisione e oggi rifondata dall'ambiente digitale, mira a trasformare un consumo passivo in un uso consapevole, critico e creativo.
Il concetto-chiave è la media literacy (alfabetizzazione mediatica): la capacità di accedere ai media, analizzarne i messaggi, valutarne criticamente attendibilità e intenzioni, e produrre contenuti propri. In un ecosistema di disinformazione, fake news e bolle di filtraggio, la media literacy diventa una competenza di cittadinanza: saper distinguere una fonte affidabile da una manipolata è ormai una condizione del giudizio autonomo. Per questo i documenti europei la collocano fra le competenze digitali essenziali (DigComp).
Le tecnologie didattiche introducono nella scuola le ICT (tecnologie dell'informazione e della comunicazione) e oggi gli ambienti digitali e l'intelligenza artificiale. La riflessione pedagogica avverte però che la tecnologia non è di per sé «buona» o «cattiva»: il suo valore educativo dipende dalla mediazione didattica. Lo strumento va inserito in un progetto, con obiettivi chiari, altrimenti rischia di sostituire la comprensione con l'intrattenimento. Vale qui il principio costruttivista per cui lo strumento è utile se sostiene la costruzione attiva del sapere, non se la rimpiazza.
La media education incrocia inoltre temi normativi e civici di grande attualità: la tutela dei minori online, il cyberbullismo (in Italia regolato dalla L. 71/2017), la cittadinanza digitale (esplicitamente prevista dalla L. 92/2019 sull'educazione civica) e la cosiddetta «dieta mediatica». Educare al digitale non significa demonizzare gli schermi, ma costruire un rapporto equilibrato e critico, integrando la dimensione dei diritti (privacy, identità digitale) con quella delle competenze (saper cercare, valutare, comunicare).
Esempio svolto

Analisi guidata: valutare l'attendibilità di una notizia online

Uno studente trova in rete una notizia sensazionalistica condivisa su un social network. Costruisci, in chiave di media literacy, una procedura di verifica critica in quattro passi e spiega quale competenza ciascun passo allena.

  1. 01Accesso e fonte

    Individuo CHI pubblica: sito, autore, data. Una notizia senza autore, senza data o su un dominio sconosciuto è già un segnale d'allarme. Competenza: accesso e identificazione della fonte.

  2. 02Analisi del messaggio

    Scompongo il testo: titolo emotivo o informativo? Distinzione fra fatti e opinioni? Presenza di prove? Competenza: analisi e decostruzione del messaggio mediale.

  3. 03Valutazione e riscontro

    Cerco la stessa notizia su fonti indipendenti e affidabili (cross-checking); verifico le immagini. Competenza: valutazione critica dell'attendibilità.

  4. 04Decisione responsabile

    Decido se condividere o no, consapevole di essere un nodo della circolazione dell'informazione. Competenza: produzione e uso responsabile (cittadinanza digitale).

Risultato: Una procedura di fact-checking che traduce la media literacy in pratica: dalla fonte all'analisi, dalla verifica alla scelta responsabile, mostrando che leggere criticamente i media è un atto di cittadinanza.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: saper articolare la triplice prospettiva «educare ai / con / attraverso i media» e definire la media literacy è un nucleo concettuale frequentemente richiesto.
  • Focus Esame di Stato: collegare la media education alla cittadinanza digitale e ai documenti europei sulle competenze (competenza digitale, DigComp) è un nesso premiante nelle trattazioni argomentative.

Errori frequenti

  • Confondere le «tecnologie didattiche» (i media come strumenti per insegnare) con la «media education» (l'educazione critica ai media come oggetto): sono due piani distinti, anche se intrecciati.
  • Presentare la tecnologia come automaticamente innovativa ed efficace: senza mediazione didattica e obiettivi chiari, lo strumento da solo non produce apprendimento.

Approfondimento

La media education ha una storia fatta di paradigmi successivi che è utile conoscere. All'inizio prevalse un atteggiamento «protettivo» o «vaccinale»: difendere i giovani dai media considerati corruttori — l'eco della critica della «industria culturale» di Adorno e Horkheimer. In Italia Umberto Eco, con «Apocalittici e integrati» (1964), smontò l'alternativa fra chi demonizza e chi celebra acriticamente i media, aprendo a un terzo atteggiamento: analizzarli. Nacque così il paradigma «critico», il cui concetto-cardine, formulato da Len Masterman, è la «rappresentazione»: i media non «riflettono» la realtà ma la «costruiscono» attraverso scelte, sicché educare significa smontare come un messaggio è fatto, da chi e con quali interessi. Con il web partecipativo il quadro cambia ancora: Henry Jenkins descrive una «cultura convergente» in cui l'utente è anche produttore («prosumer»), e la competenza non è più solo leggere ma anche pubblicare responsabilmente. Di qui i nuovi nodi critici — la «bolla di filtraggio» descritta da Eli Pariser, le «camere dell'eco», la selezione algoritmica dei contenuti — che spostano la «media literacy» verso una «alfabetizzazione digitale» e, oggi, verso la capacità di interrogare criticamente anche l'intelligenza artificiale. Il filo resta uno: portare lo studente dallo spettatore ingenuo al cittadino digitale critico e produttore consapevole.

Ripasso attivo

Distingui le tre prospettive della media education (ai / con / attraverso i media) e spiega perché la media literacy può essere considerata oggi una competenza di cittadinanza.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 03

Educazione interculturale#

●●○StandardLPOSA-scienze-umane-pedagogia-temi-contemporanei

Tre modelli di gestione della diversità culturale a confronto

Modelli di gestione della diversitàTabella con 2 colonne e 3 righe, Dati: Modello · Rapporto; Assimilazione · l'altra si dissolve; Multicultura · giustapposte; Intercultura · relazione, scambioMODELLORAPPORTOAssimilazionel'altra si dissolveMulticulturagiustapposteInterculturarelazione, scambio
Fig. 3Tre modelli: assimilazione (una sola cultura, l'altra rinuncia a sé), multiculturalità (culture tutelate ma separate, «mosaico»), interculturalità (dialogo e scambio, le culture si trasformano).

Punti chiave

L'educazione interculturale è la risposta pedagogica alla società multiculturale: là dove convivono persone di lingue, religioni e tradizioni diverse, la scuola non può limitarsi a «tollerare» la differenza, ma deve costruire le condizioni di un incontro fecondo. È fondamentale distinguere tre modelli storici di gestione della diversità. L'assimilazione chiede al diverso di rinunciare alla propria identità e di adeguarsi alla cultura dominante. La multiculturalità (o modello del «mosaico») riconosce e tutela le diverse culture, ma rischia di lasciarle giustapposte, separate, ciascuna nel proprio recinto. L'interculturalità, invece, punta sulla relazione e sullo scambio reciproco: le culture si incontrano, dialogano e si trasformano.
Il presupposto teorico è la critica dell'etnocentrismo — la tendenza a giudicare le altre culture con il metro della propria, assunta come superiore e «naturale» — e l'adozione di uno sguardo che, sul modello del relativismo culturale antropologico (Boas), riconosce a ogni cultura una propria coerenza interna. L'educazione interculturale non sfocia però in un relativismo dei valori che rinuncia a ogni criterio: il suo orizzonte etico restano i diritti umani universali. Il fine non è la coesistenza indifferente, ma il dialogo critico.
Sul piano della prassi, l'educazione interculturale non è una materia in più né un'attività folkloristica per gli alunni stranieri: è una prospettiva trasversale che riguarda tutti gli studenti e tutte le discipline. Si fonda sulla decentrazione del punto di vista (saper guardare con gli occhi dell'altro), sulla valorizzazione del plurilinguismo, sulla rilettura critica dei contenuti disciplinari (storia, geografia, letteratura) per superare visioni eurocentriche, e sulla costruzione di competenze di cittadinanza fondate sul rispetto e sull'apertura.
In Italia il quadro è tracciato da documenti ministeriali chiari: il documento «La via italiana per la scuola interculturale e l'integrazione degli alunni stranieri» (Osservatorio MIUR, 2007) sceglie esplicitamente la via dell'integrazione interculturale, distinta tanto dall'assimilazione quanto dalla semplice convivenza separata. La scuola italiana adotta dunque un modello «universalistico» — la stessa scuola per tutti — declinato in chiave interculturale: accoglienza, mediazione linguistica e culturale, e una didattica che assume la pluralità come risorsa e non come problema.
Esempio svolto

Analisi guidata di una scelta didattica interculturale

In una classe con alunni di diverse provenienze, un docente di storia propone di studiare le grandi rotte commerciali medievali dal punto di vista di più civiltà (europea, araba, asiatica). Analizza questa scelta dicendo a quale modello (assimilazione / multiculturalità / interculturalità) appartiene e perché.

  1. 01Identificazione del modello

    La scelta non chiede a nessuno di rinunciare alla propria origine (non è assimilazione) né si limita a un'aggiunta separata di «altre» culture (non è semplice multiculturalità): mette in relazione i punti di vista. È un approccio interculturale.

  2. 02Principio pedagogico

    Il docente attua la decentrazione del punto di vista: gli studenti imparano a guardare lo stesso fatto storico con occhi diversi, decostruendo l'eurocentrismo del racconto tradizionale.

  3. 03Trasversalità

    L'intervento coinvolge tutta la classe e una disciplina curricolare ordinaria (storia), non solo gli alunni stranieri: l'intercultura è prospettiva di tutti.

  4. 04Coerenza coi documenti

    La scelta è coerente con «La via italiana per la scuola interculturale» (2007), che indica l'integrazione interculturale come modello della scuola italiana.

Risultato: L'analisi mostra che si tratta di un autentico approccio interculturale: relazione fra punti di vista, decentrazione, trasversalità e coerenza con il quadro ministeriale italiano.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: la distinzione netta fra assimilazione, multiculturalità e interculturalità è la spina dorsale di ogni risposta sul tema; va padroneggiata con esempi.
  • Focus Esame di Stato: collegare l'educazione interculturale alla critica antropologica dell'etnocentrismo (e al relativismo culturale di Boas) mostra la trasversalità delle scienze umane, particolarmente apprezzata al colloquio.

Errori frequenti

  • Usare «multiculturale» e «interculturale» come sinonimi: il primo descrive un fatto (la compresenza di culture), il secondo indica un progetto (la relazione e lo scambio fra culture).
  • Confondere educazione interculturale e integrazione dei soli alunni stranieri: l'intercultura è una prospettiva per TUTTA la classe, non un programma di recupero per gli stranieri.

Approfondimento

I tre modelli vanno colti nella loro logica profonda, con l'aiuto dell'antropologia. L'«assimilazione» chiede al diverso di dissolvere la propria identità in quella maggioritaria; il «multiculturalismo» riconosce e giustappone le identità, ma rischia di irrigidirle in compartimenti separati — il «mosaico» che può diventare mosaico di ghetti; l'«interculturalità», scelta dall'Italia e dal Consiglio d'Europa, punta invece sull'«interazione» e sullo scambio, senza rinunciare alla differenza né assolutizzarla. Il presupposto critico è duplice. Da un lato la lezione del relativismo di Boas contro l'etnocentrismo; dall'altro, e specularmente, la vigilanza contro l'«essenzialismo» culturale, cioè il trattare le culture come scatole chiuse e immutabili che «spiegano» tutto di una persona — un errore che l'antropologia contemporanea, con l'idea di cultura come processo dinamico e negoziato, ha imparato a evitare. Sul versante formativo, il modello di sensibilità interculturale di Milton Bennett descrive un percorso che va dall'etnocentrismo (negazione, difesa, minimizzazione) all'etnorelativismo (accettazione, adattamento, integrazione): una vera «decentrazione» del punto di vista. L'educazione interculturale, così intesa, non è un'attività per i soli alunni stranieri, ma una competenza di tutti, necessaria per abitare una società plurale senza smarrire l'orizzonte comune dei diritti umani.

Ripasso attivo

Confronta i modelli di assimilazione, multiculturalità e interculturalità, evidenziando per ciascuno l'idea di identità culturale che presuppone, e indica quale modello la scuola italiana ha scelto, motivandolo con un documento ministeriale.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 04

Inclusione, disabilità e bisogni educativi speciali#

●●●ApprofondimentoLPOSA-scienze-umane-pedagogia-temi-contemporanei

Linea del tempo della normativa italiana sull'inclusione scolastica

Normativa italiana sull'inclusioneGrafo, L. 517/1977: no classi differenziali → L. 104/1992: legge-quadro, PEI, L. 104/1992: legge-quadro, PEI → L. 170/2010: DSA, PDP, L. 170/2010: DSA, PDP → Dir. BES 2012: tre areeL. 517/1977: noclassidifferenzialiL. 104/1992:legge-quadro,PEIL. 170/2010:DSA, PDPDir. BES 2012:tre aree
Fig. 4Le tappe della normativa italiana sull'inclusione scolastica: dalla Legge 517/1977 alla Direttiva BES 2012 — dall'integrazione (adattare l'alunno alla scuola) all'inclusione (trasformare la scuola per tutti).

Punti chiave

Il cuore della pedagogia contemporanea italiana è il passaggio dall'integrazione all'inclusione, due paradigmi profondamente diversi. L'integrazione (modello prevalente fra gli anni Settanta e Novanta) assume come «normale» il contesto scolastico e chiede all'alunno con disabilità di adattarsi ad esso, eventualmente con sostegni aggiuntivi: il focus è sull'alunno e sul suo «deficit». L'inclusione, invece, ribalta la prospettiva: non è l'alunno a doversi adattare alla scuola, ma è la scuola a doversi trasformare per accogliere tutte le differenze come normalità. Il focus si sposta dal deficit individuale alle barriere del contesto, secondo il modello bio-psico-sociale dell'ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento, OMS 2001).
L'Italia ha una storia pionieristica: la L. 517/1977 abolisce le classi differenziali e introduce l'integrazione degli alunni con disabilità nella scuola comune, scegliendo la via dell'inclusione decenni prima di molti altri Paesi europei. La pietra angolare è poi la Legge-quadro L. 104/1992, che riconosce i diritti della persona con disabilità, garantisce l'insegnante di sostegno, e istituisce strumenti come la Diagnosi Funzionale, il Profilo Dinamico Funzionale e soprattutto il Piano Educativo Individualizzato (PEI), il documento che progetta il percorso dell'alunno con disabilità certificata.
Accanto alla disabilità, la normativa ha riconosciuto altri profili. La L. 170/2010 tutela gli alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA — dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia): non disabilità, ma differenze nel modo di apprendere che danno diritto a misure dispensative e strumenti compensativi formalizzati nel Piano Didattico Personalizzato (PDP). La Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 e la successiva C.M. 8/2013 introducono infine la categoria più ampia dei Bisogni Educativi Speciali (BES), che comprende tre grandi aree: la disabilità certificata (L. 104), i DSA e gli altri disturbi evolutivi specifici (L. 170), e lo svantaggio socio-economico, linguistico e culturale.
Sul piano pedagogico, l'inclusione si realizza attraverso la personalizzazione e l'individualizzazione (PEI e PDP), ma soprattutto attraverso una didattica inclusiva pensata fin dall'origine per tutti: la progettazione universale dell'apprendimento (Universal Design for Learning), l'apprendimento cooperativo, il tutoraggio fra pari, l'uso flessibile dei linguaggi. L'orizzonte è quello della «scuola di tutti e di ciascuno»: una comunità educante in cui l'eterogeneità non è un ostacolo da compensare, ma la condizione ordinaria del fare scuola e una risorsa per l'apprendimento di tutti. Questo tema si salda con l'educazione permanente (lifelong learning) promossa dai documenti europei, che concepisce l'apprendimento come diritto e processo che dura tutta la vita.
Esempio svolto

Classificare i casi: quale strumento per quale bisogno

Per ciascuno dei tre casi, indica in quale area dei BES rientra, quale normativa si applica e quale documento di progettazione (PEI o PDP) va redatto: (a) alunno con disabilità certificata ai sensi della L. 104; (b) alunno con diagnosi di dislessia; (c) alunno neoarrivato con grave svantaggio linguistico, senza certificazioni.

  1. 01Caso (a) — disabilità certificata

    Rientra nella prima area dei BES (disabilità). Normativa: L. 104/1992. Strumento: PEI (Piano Educativo Individualizzato), redatto dal GLO con l'insegnante di sostegno.

  2. 02Caso (b) — dislessia (DSA)

    Rientra nella seconda area dei BES (DSA e disturbi evolutivi specifici). Normativa: L. 170/2010. Strumento: PDP (Piano Didattico Personalizzato) con misure dispensative e strumenti compensativi. NON un PEI.

  3. 03Caso (c) — svantaggio linguistico

    Rientra nella terza area dei BES (svantaggio socio-economico, linguistico, culturale), riconosciuta dalla Direttiva 27/12/2012 e dalla C.M. 8/2013. Strumento: PDP, deliberato dal consiglio di classe, di norma transitorio.

  4. 04Principio comune

    Tutti e tre i casi sono BES, ma la risposta è differenziata: il PEI è riservato alla disabilità certificata (L. 104), il PDP copre DSA e altri BES. È l'applicazione del principio inclusivo: stessa scuola, risposte personalizzate.

Risultato: (a) disabilità → L. 104 → PEI; (b) DSA → L. 170 → PDP; (c) svantaggio → Direttiva BES 2012 → PDP. La classificazione corretta mostra la padronanza della differenza tra PEI e PDP e della struttura dei BES.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: la differenza tra integrazione e inclusione (adattare l'alunno al contesto vs trasformare il contesto per tutti) è il concetto più richiesto e va spiegata con il passaggio al modello bio-psico-sociale dell'ICF.
  • Focus Esame di Stato: la sequenza normativa L. 517/1977 → L. 104/1992 → L. 170/2010 → Direttiva BES 2012, con i relativi strumenti (PEI per la L. 104; PDP per L. 170 e BES), è materia di verifica precisa e ricorrente.

Errori frequenti

  • Usare «integrazione» e «inclusione» come sinonimi: l'integrazione adatta l'alunno alla scuola, l'inclusione adatta la scuola a tutti gli alunni.
  • Attribuire il PEI agli alunni con DSA: il PEI riguarda la disabilità certificata (L. 104/1992); per i DSA e i BES senza certificazione di disabilità lo strumento è il PDP (Piano Didattico Personalizzato).

Approfondimento

La svolta dall'integrazione all'inclusione poggia su un cambiamento concettuale preciso, maturato in sede internazionale. L'Organizzazione Mondiale della Sanità è passata dalla vecchia classificazione del 1980 (ICIDH), che distingueva menomazione, disabilità e handicap come proprietà della persona, alla «Classificazione Internazionale del Funzionamento» (ICF, 2001), che ridefinisce la disabilità come «esito dell'interazione» fra le condizioni di salute della persona e i fattori ambientali: la stessa menomazione diventa più o meno disabilitante a seconda delle «barriere» o dei «facilitatori» che il contesto oppone o offre. È il «modello bio-psico-sociale», che raccoglie la lezione del «modello sociale della disabilità» elaborato dai disability studies contro il «modello medico»: non è l'individuo a dover «guarire» per stare nella scuola comune, è la scuola a doversi progettare accessibile. Qui sta il senso del passaggio: l'integrazione «inserisce» l'alunno nel contesto dato, l'inclusione «trasforma» il contesto perché tutti possano parteciparvi. In Italia questa cultura ha un maestro riconosciuto, Andrea Canevaro, e uno sfondo giuridico internazionale nella Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (2006). La progettazione universale dell'apprendimento (UDL) ne è la traduzione didattica: pensare fin dall'inizio una didattica plurale, così che gli adattamenti non siano l'eccezione per pochi ma la norma per tutti.

Ripasso attivo

Spiega il passaggio dal paradigma dell'integrazione a quello dell'inclusione e illustra, collegando ciascuno alla sua legge e al suo strumento, le tappe fondamentali della normativa italiana (L. 517/1977, L. 104/1992, L. 170/2010, Direttiva BES 2012).

Richiamo attivo

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Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)) · Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

Contenuti

Sezione -- / 04

    • 01Educazione alla cittadinanza e ai diritti◐
    • 02Media education e tecnologie didattiche◐
    • 03Educazione interculturale◐
    • 04Inclusione, disabilità e bisogni educativi speciali●

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Temi educativi contemporanei: cittadinanza, media, interculturalità, inclusione e disabilità

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Fonti

Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)

  • Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento
  • Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione

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