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Il Novecento pedagogico: attivismo, Dewey, Montessori, Gentile, Maritain

Il Novecento apre la grande stagione dell'attivismo pedagogico e delle « scuole nuove », che spostano il centro dell'educazione dal programma e dal maestro al fanciullo che apprende facendo. L'appunto ricostruisce le proposte di John Dewey (la scuola come laboratorio di democrazia, il « learning by doing »), di Maria Montessori (il metodo, l'ambiente preparato, il materiale di sviluppo) e i due modelli italiani che si confrontano con il problema del fine dell'educazione: l'attualismo di Giovanni Gentile e il personalismo cristiano di Jacques Maritain. Si mostra costantemente il nesso tra teoria pedagogica, basi filosofiche e ricaduta sulle pratiche scolastiche e sulle riforme.

4 sezioni·~22 min di lettura·4 competenze·Livello Base 1 · Standard 2 · Approfondimento 1·Verificato · 07/2026

T·0777 / 16
Profilo d’esame
Confrontare modelli pedagogici novecenteschi e le loro basi filosofiche (pragmatismo, naturalismo scientifico, idealismo attualistico, personalismo)Collegare autori, opere e contesti storico-politici (democrazia, totalitarismo, riforme scolastiche)Valutare la ricaduta delle teorie pedagogiche sulle pratiche scolastiche e sull'organizzazione della scuolaRiconoscere il legame tra pedagogia, democrazia e progetto di formazione della persona e del cittadino
Operatori:spiegadescriviconfrontaanalizzaillustragiustificainterpretacommenta

livello base

È richiesto a tutti il quadro essenziale: che cos'è l'attivismo, il nucleo del pensiero di Dewey e Montessori, e la distinzione tra il modello attualistico di Gentile e quello personalista di Maritain, con autori-opere-idee chiave.

livello avanzato

L'indirizzo Scienze umane approfondisce le basi filosofiche (pragmatismo di Dewey, idealismo attualistico di Gentile, tomismo personalista di Maritain) e la capacità di confrontare criticamente i modelli e di leggerne la ricaduta sulle riforme scolastiche italiane (in particolare la Riforma Gentile del 1923).

Profondità

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Contenuti · 4 sezioni▾
  1. Il Novecento pedagogico: attivismo, Dewey, Montessori, Gentile, Maritain
    • 01L'attivismo e le scuole nuove○
    • 02Dewey e la pedagogia democratica◐
    • 03Montessori e la scuola del fanciullo◐
    • 04Gentile, Maritain e i modelli italiani del Novecento●
§ 01

L'attivismo e le scuole nuove#

●○○BaseLPOSA-scienze-umane-pedagogia-novecento

Scuola tradizionale e scuola nuova a confronto

Scuola tradizionale e scuola nuovaTabella con 2 colonne e 5 righe, Dati: Tradizionale · Scuola nuova; il maestro · il fanciullo; programma · interessi e bisogni; passività · esperienza attiva; memoria · scoperta; competizione · cooperazioneTRADIZIONALESCUOLA NUOVAil maestroil fanciulloprogrammainteressi e bisognipassivitàesperienza attivamemoriascopertacompetizionecooperazione
Fig. 1La «scuola nuova» (attivismo) sposta il centro dal maestro al fanciullo: dai suoi interessi e bisogni, dall'esperienza attiva e cooperativa, alla scoperta dei problemi.

Punti chiave

L'attivismo pedagogico (o « scuola attiva ») è il grande movimento di rinnovamento educativo che, tra fine Ottocento e prima metà del Novecento, rovescia il modello della scuola tradizionale: non più un bambino seduto, silenzioso e passivo davanti a un maestro che trasmette nozioni, ma un fanciullo « attivo » che impara facendo, sperimentando e cooperando. È in questo clima che Édouard Claparède conierà la celebre immagine della « scuola su misura » e dell'« educazione funzionale », centrata sui bisogni e sugli interessi reali di chi apprende.
Il movimento ha un atto di nascita simbolico: nel 1889 Cecil Reddie fonda in Inghilterra la scuola di Abbotsholme, prima delle « New Schools » (scuole nuove). Da lì l'esperienza si diffonde in Europa e si dà strumenti comuni: nel 1899 Adolphe Ferrière istituisce a Ginevra il Bureau International des Écoles Nouvelles, e più tardi (1921) nasce la Ligue internationale pour l'éducation nouvelle. Ferrière fissa i caratteri-tipo della scuola nuova, e Claparède e Decroly ne danno la base psicologica.
I princìpi condivisi dall'attivismo si possono riassumere così: puerocentrismo (il fanciullo, e non il programma, è il centro dell'azione educativa); valorizzazione dell'interesse e della motivazione intrinseca; apprendimento attraverso l'esperienza e l'attività concreta (il « fare »); cooperazione e socialità contro l'individualismo competitivo; fondazione scientifica della pedagogia sulla psicologia dell'età evolutiva. Cambia anche l'idea di infanzia: non un « piccolo adulto » incompleto, ma un'età con leggi proprie di sviluppo, da rispettare.
L'attivismo non è una scuola unica ma una famiglia di esperienze: in Belgio Ovide Decroly costruisce il metodo dei « centri d'interesse » e delle idee associate; a Ginevra Claparède sviluppa l'educazione funzionale; negli Stati Uniti John Dewey ne offre la teorizzazione filosofica più completa; in Italia Maria Montessori e le sorelle Rosa e Carolina Agazzi danno vita a metodi originali per la scuola dell'infanzia. Tutte queste esperienze condividono lo spostamento dell'asse educativo dall'insegnamento all'apprendimento.
Esempio svolto

Costruire un paragrafo argomentativo sull'attivismo

Argomenta in un paragrafo perché l'attivismo rappresenta una vera « rivoluzione copernicana » in pedagogia.

  1. 01Tesi

    Enuncia la tesi: con l'attivismo il centro dell'educazione si sposta dall'insegnante e dal programma al fanciullo che apprende; per questo si parla di « rivoluzione copernicana » dell'educazione.

  2. 02Argomento 1

    Mostra il cambiamento di prospettiva sul soggetto: il bambino non è più un recipiente da riempire ma un essere attivo con interessi e leggi di sviluppo proprie (puerocentrismo).

  3. 03Argomento 2

    Mostra il cambiamento di metodo: dalla lezione frontale e dalla memorizzazione si passa all'esperienza, alla scoperta e alla cooperazione (« imparare facendo »).

  4. 04Esempio

    Porta un riferimento concreto: le « scuole nuove » di Reddie e Ferrière, o i centri d'interesse di Decroly, come traduzioni pratiche del principio.

  5. 05Conclusione

    Tira le fila: il movimento ridefinisce ruolo del maestro (da trasmettitore a regista-facilitatore) e fine della scuola (formare persone autonome e socialmente cooperative).

Risultato: Un paragrafo coeso (tesi → due argomenti → esempio → conclusione) che giustifica l'immagine della « rivoluzione copernicana » con il passaggio dal maestro al fanciullo e dalla trasmissione all'esperienza.

Obiettivo Maturità

  • Saper definire l'attivismo in una frase e poi elencarne i princìpi-chiave (puerocentrismo, interesse, esperienza, cooperazione, base psicologica) è una richiesta tipica sia nella seconda prova sia al colloquio dell'Esame di Stato.
  • Al colloquio è frequente la richiesta di collocare gli autori: saper dire chi fonda la prima scuola nuova (Reddie, 1889), chi ne organizza la rete internazionale (Ferrière) e chi ne dà le basi psicologiche (Claparède, Decroly).

Errori frequenti

  • Confondere « attivismo » con « semplice movimento fisico »: l'attività di cui parla la scuola nuova è soprattutto attività mentale e operativa orientata da un interesse, non agitazione o gioco senza scopo.
  • Presentare l'attivismo come un metodo unico e omogeneo: è invece una corrente plurale che raccoglie esperienze e autori diversi, uniti solo dal puerocentrismo e dalla centralità dell'esperienza.

Approfondimento

L'attivismo è una costellazione, e conviene conoscerne le voci meno ovvie. In Francia Célestin Freinet gli diede un'anima popolare e sociale con l'«école moderne»: introdusse la tipografia in classe (l'«imprimerie à l'école»), il «testo libero» scritto dai bambini, il giornale scolastico e la corrispondenza fra classi, facendo dell'apprendimento un lavoro cooperativo e concreto, radicato nella vita del villaggio. In Svizzera Édouard Claparède fondò l'attivismo su una base psicologica precisa, l'«educazione funzionale»: si apprende ciò che risponde a un bisogno e a un interesse reale, sicché il compito del maestro è suscitare il bisogno prima della nozione. In Italia, prima e accanto a Montessori, le sorelle Rosa e Carolina Agazzi elaborarono a Mompiano una «scuola materna» tutta italiana, povera e a misura di famiglia, con il celebre «museo delle cianfrusaglie» fatto di piccoli oggetti quotidiani portati dai bambini: una via all'attivismo alternativa alla ritualità dei «doni» di Fröbel. Oltreoceano, William H. Kilpatrick, allievo di Dewey, ne tradusse i principi nel «metodo dei progetti», l'unità di lavoro nata da uno scopo reale. Nomi diversi, ma un solo baricentro: il fanciullo che apprende agendo, e un metodo che parte dal suo interesse anziché dal programma.

Ripasso attivo

Spiega che cosa si intende per « attivismo pedagogico » e illustra, con almeno tre princìpi, in che modo la « scuola nuova » si contrappone alla scuola tradizionale. Cita almeno due autori del movimento.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 02

Dewey e la pedagogia democratica#

●●○StandardLPOSA-scienze-umane-pedagogia-novecento

Le cinque fasi del pensiero riflessivo (Dewey)

Le cinque fasi del pensiero riflessivo (Dewey)Grafo, 1. Situazione problematica → 2. Problema, 2. Problema → 3. Ipotesi, 3. Ipotesi → 4. Ragionamento, 4. Ragionamento → 5. Verifica1. Situazioneproblematica2. Problema3. Ipotesi4. Ragionamento5. Verifica
Fig. 2Le cinque fasi del pensiero riflessivo secondo Dewey (learning by doing): dalla situazione problematica alla verifica sperimentale, in un ciclo che riparte con nuovi problemi.

Punti chiave

John Dewey (1859-1952) è il maggiore teorico dell'attivismo e il filosofo che ne fornisce le fondamenta. Il suo pensiero educativo affonda le radici nel pragmatismo (o, nella sua versione, « strumentalismo »): le idee e i concetti non sono verità contemplative ma strumenti per risolvere problemi e adattarsi all'ambiente; il loro valore si misura dalle conseguenze pratiche, dall'« opera » che producono. L'educazione diventa così il laboratorio in cui questa concezione del sapere si verifica.
Per Dewey l'esperienza è il cuore dell'educazione, ma non ogni esperienza educa: educa quella che possiede continuità (si collega all'esperienza passata e prepara quella futura) e interazione (mette in rapporto il soggetto con l'ambiente). Da qui il celebre principio del « learning by doing » (imparare facendo): si conosce affrontando situazioni problematiche e cercandone la soluzione. Il pensiero stesso, descritto in « Come pensiamo » (1910), procede per cinque fasi — situazione problematica, individuazione del problema, ipotesi, ragionamento sulle conseguenze, verifica — un vero metodo sperimentale applicato all'apprendimento.
La scuola, per Dewey, non è preparazione alla vita ma è già vita: deve essere una « comunità in miniatura », una società democratica in cui si impara a cooperare, a deliberare e a partecipare. Nell'opera-manifesto « Democrazia e educazione » (1916) il legame è dichiarato: la democrazia non è solo una forma di governo ma una forma di vita associata, e solo un'educazione attiva e cooperativa forma cittadini capaci di farla vivere. Questa visione Dewey la sperimenta nella scuola-laboratorio annessa all'Università di Chicago, fondata nel 1896.
Dewey corregge anche gli eccessi dell'attivismo. In « Esperienza e educazione » (1938) prende le distanze da una « scuola nuova » che, in nome della libertà del bambino, rinunci a ogni guida e organizzazione: l'alternativa non è tra autorità e spontaneismo, ma è una terza via in cui l'insegnante progetta esperienze ricche e continue. L'interesse del fanciullo va coltivato e indirizzato verso lo « sforzo », non lasciato a se stesso. È la differenza tra il puerocentrismo maturo di Dewey e le sue derive spontaneiste.
Esempio svolto

Analisi guidata del nesso esperienza-educazione in Dewey

Partendo dall'affermazione di Dewey secondo cui « non tutte le esperienze educano », spiega quali condizioni rendono un'esperienza educativa e applica il principio a un esempio scolastico.

  1. 01Chiarire la tesi

    Per Dewey l'esperienza è educativa solo a certe condizioni: alcune esperienze sono « diseducative » perché bloccano la crescita futura. Il criterio è dunque la qualità dell'esperienza, non la semplice attività.

  2. 02Il criterio della continuità

    Un'esperienza educa se si collega a ciò che si è già vissuto e apre la strada a esperienze successive più ricche: c'è un filo che lega passato, presente e futuro della crescita.

  3. 03Il criterio dell'interazione

    Un'esperienza educa se mette in relazione fattori interni (interessi, capacità) e fattori esterni (ambiente, materiali, compagni): l'apprendimento nasce dallo scambio soggetto-ambiente.

  4. 04Applicazione

    Esempio: coltivare un orto scolastico. È educativo se l'attività solleva problemi reali (perché la pianta non cresce?), richiede ipotesi e verifiche, e prepara conoscenze ulteriori (biologia, misura, cooperazione).

  5. 05Esito

    La stessa attività sarebbe diseducativa se ridotta a gesto meccanico e ripetitivo, senza problema, senza pensiero e senza apertura al futuro.

Risultato: L'esperienza educa quando soddisfa continuità e interazione e attiva il pensiero riflessivo; l'orto scolastico è educativo solo se diventa una situazione problematica da indagare, non un'attività manuale fine a se stessa.

Obiettivo Maturità

  • Collegare con sicurezza autore-opera-idea: Dewey → « Democrazia e educazione » (1916), « learning by doing », scuola come comunità democratica; « Esperienza e educazione » (1938) come autocritica dello spontaneismo.
  • Saper esporre le cinque fasi del pensiero riflessivo e mostrare che sono la traduzione del metodo scientifico in metodo didattico è un nucleo molto valutato nella seconda prova.

Errori frequenti

  • Ridurre « learning by doing » a « fare attività manuali »: per Dewey il « fare » è sempre legato al pensare, cioè alla soluzione di un problema; non è manualità fine a se stessa.
  • Attribuire a Dewey uno spontaneismo radicale: al contrario, in « Esperienza e educazione » egli critica la rinuncia alla guida adulta e rivaluta lo sforzo e la progettazione dell'esperienza.

Approfondimento

Il «learning by doing» di Dewey non è un generico fare, ma «indagine» (inquiry): in «Come pensiamo» (1910) egli descrive il pensiero riflessivo come una sequenza che nasce da una difficoltà reale — percezione del problema, sua definizione, formulazione di ipotesi, ragionamento, verifica nell'azione. La lezione attiva ben fatta riproduce questo arco: si parte da un problema autentico, non da una nozione da memorizzare. Questa filosofia ebbe un laboratorio concreto, la «Scuola-laboratorio» che Dewey diresse all'Università di Chicago dal 1896, dove il curricolo ruotava attorno alle «occupazioni» (cucina, tessitura, falegnameria) come vie per ricostruire, in forma educativa, i saperi sociali e scientifici. Va infine sfatato un equivoco diffuso: Dewey non predica lo spontaneismo. Proprio perché la «scuola nuova» americana degenerò in un attivismo senza contenuti (il cosiddetto «life adjustment»), in «Esperienza e educazione» (1938) egli precisò che libertà non è assenza di guida: l'educatore deve scegliere e ordinare le esperienze «educative», scartando quelle «diseducative» che chiudono la crescita. La sua è una terza via fra la rigidità della scuola tradizionale e il caso dell'improvvisazione, e questa cautela è ciò che distingue Dewey dai suoi epigoni.

Ripasso attivo

Illustra il rapporto tra democrazia ed educazione nel pensiero di Dewey, spiegando in che senso la scuola debba essere una « comunità democratica » e collegando questa idea al principio del « learning by doing ».

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 03

Montessori e la scuola del fanciullo#

●●○StandardLPOSA-scienze-umane-pedagogia-novecento

I pilastri del metodo Montessori

I pilastri del metodo Montessoriruota segmentata, 4 segmenti, Dati: Bambino, Mente, Ambiente, Materiale, MaestraMenteassorbenteAmbientepreparatoMaterialedi sviluppoMaestraregistaBambino
Fig. 3I pilastri del metodo Montessori, al servizio dell'autoeducazione del bambino: la mente assorbente e i periodi sensitivi, l'ambiente preparato, il materiale di sviluppo con controllo dell'errore, la maestra come regista e osservatrice.

Punti chiave

Maria Montessori (1870-1952), medico e pedagogista, è la figura italiana dell'attivismo più nota nel mondo. Dalla sua esperienza con i bambini, prima nei contesti della disabilità e poi con l'infanzia comune, nasce nel 1907 a Roma, nel quartiere di San Lorenzo, la prima « Casa dei Bambini ». L'opera che ne raccoglie la teoria è « Il metodo della pedagogia scientifica » (1909); il metodo si diffonderà poi in tutto il mondo. Punto di partenza è la fiducia in una natura attiva del bambino, dotata di un impulso interiore allo sviluppo.
Il cuore del metodo è l'idea che il bambino possieda una « mente assorbente »: nei primi anni di vita egli apprende dall'ambiente in modo spontaneo e quasi inconscio, assorbendone forme, lingua e ordine. A questa mente corrispondono i « periodi sensitivi », finestre temporali in cui il bambino è particolarmente sensibile a certi apprendimenti (l'ordine, il linguaggio, il movimento, l'affinamento dei sensi). Il compito dell'educatore non è plasmare dall'esterno, ma cogliere e assecondare questo sviluppo: « aiutami a fare da solo » riassume il principio dell'autoeducazione.
Perché l'autoeducazione si realizzi, Montessori predispone l'« ambiente preparato »: spazi a misura di bambino, ordinati, belli, con mobili leggeri che il bambino può spostare, dove ogni cosa ha il suo posto e può essere usata in autonomia. In questo ambiente l'educatrice (la « maestra ») cambia ruolo: da protagonista diventa osservatrice e regista discreta, che predispone le condizioni e interviene il meno possibile, rispettando la concentrazione del bambino.
Strumento decisivo è il « materiale di sviluppo » (o materiale scientifico): oggetti progettati con cura — incastri, le aste e i numeri, le lettere smerigliate, la torre rosa, i blocchi delle cilindro — che isolano una qualità (dimensione, colore, suono, ruvidità) e contengono il « controllo dell'errore », cioè permettono al bambino di accorgersi da sé se ha sbagliato, senza bisogno della correzione dell'adulto. Il materiale educa i sensi, prepara la mano alla scrittura e introduce concetti astratti (quantità, numero) attraverso l'esperienza concreta. Tutto ciò mira a sviluppare ordine interiore, concentrazione, autonomia e, infine, libertà disciplinata.
Esempio svolto

Confronto guidato tra Montessori e l'attivismo deweyano

Confronta il metodo Montessori e la pedagogia di Dewey individuando un punto di convergenza e un punto di differenza significativi.

  1. 01Inquadramento

    Entrambi appartengono all'attivismo: condividono il puerocentrismo e l'idea che si apprenda attraverso l'attività e l'esperienza diretta, non con la sola trasmissione verbale.

  2. 02Convergenza

    Punto comune: il bambino è soggetto attivo e l'educatore non è trasmettitore ma facilitatore; per Montessori « osservatrice », per Dewey « regista » dell'esperienza.

  3. 03Differenza sull'ambiente

    Montessori predispone un ambiente strutturato con materiali scientifici precisi e individuali (autoeducazione sensoriale); Dewey privilegia situazioni problematiche aperte e fortemente sociali (cooperazione).

  4. 04Differenza sul fine

    In Montessori prevale la formazione dell'ordine interiore, della concentrazione e dell'autonomia del singolo; in Dewey l'accento cade sull'educazione del cittadino democratico, dimensione sociale e politica.

  5. 05Sintesi

    Stesso paradigma attivo, ma due declinazioni: Montessori più individuale-sensoriale e strutturata, Dewey più sociale-problematica e democratica.

Risultato: Convergono sul puerocentrismo e sul ruolo dell'educatore-facilitatore; divergono perché Montessori punta sull'autoeducazione individuale in un ambiente strutturato, mentre Dewey punta sulla formazione sociale e democratica attraverso esperienze problematiche cooperative.

Obiettivo Maturità

  • Padroneggiare il lessico specifico del metodo (mente assorbente, periodi sensitivi, ambiente preparato, materiale di sviluppo, controllo dell'errore, autoeducazione) e saperlo definire con precisione è essenziale alla seconda prova.
  • Saper collegare data e luogo di nascita del metodo (Casa dei Bambini, Roma, 1907) e l'opera fondativa (« Il metodo della pedagogia scientifica », 1909) è una richiesta tipica del colloquio.

Errori frequenti

  • Pensare che nel metodo Montessori il bambino faccia « ciò che vuole »: la libertà è sempre dentro un ambiente strutturato e con materiali precisi; è una « libertà nell'ordine », non assenza di regole.
  • Ridurre il « materiale di sviluppo » a semplici giocattoli: ogni materiale isola una sola qualità, ha uno scopo didattico definito e incorpora il controllo dell'errore, caratteristiche che lo distinguono dal gioco libero.

Approfondimento

Il metodo Montessori nasce dalla medicina, e questo ne spiega il rigore. Prima di occuparsi dei bambini «normali», Montessori lavorò con i bambini con disabilità intellettiva, riprendendo e sviluppando i materiali sensoriali di Jean Itard ed Édouard Séguin: intuì che strumenti pensati per «recuperare» potevano «educare» chiunque, e da qui il nome di «pedagogia scientifica», fondata sull'osservazione oggettiva del bambino. Due concetti-chiave, spesso trascurati, ne sono il motore: la «polarizzazione dell'attenzione», la concentrazione profonda che il bambino raggiunge quando incontra il materiale giusto e che è l'atto stesso dell'autoformazione, e la «normalizzazione», il passaggio dal disordine alla calma operosa che ne consegue. Per Montessori il bambino è «costruttore dell'uomo», e in questa fiducia matura, negli anni dell'esilio dal fascismo, anche un'«educazione alla pace» di respiro cosmico. Il metodo si è diffuso in tutto il mondo, ma non senza critiche che è onesto ricordare: alcuni studiosi hanno rilevato la rigidità nell'uso «corretto» dei materiali e lo spazio limitato lasciato alla fantasia e al gioco simbolico e sociale, che altre correnti dell'attivismo valorizzano di più. Conoscere pregi e obiezioni è ciò che rende matura una trattazione del metodo.

Ripasso attivo

Descrivi il metodo Montessori illustrando il ruolo dell'« ambiente preparato », del « materiale di sviluppo » e del « controllo dell'errore », e spiega in che senso il metodo realizza l'autoeducazione del bambino.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 04

Gentile, Maritain e i modelli italiani del Novecento#

●●●ApprofondimentoLPOSA-scienze-umane-pedagogia-novecento

Gentile e Maritain: due modelli a confronto

Gentile e MaritainTabella con 2 colonne e 5 righe, Dati: Gentile · Maritain; attualismo · personalismo; idealismo · tomismo; Stato etico · la persona; pedagogia · fini trascendenti; Riforma 1923 · Educaz. al bivioGENTILEMARITAINattualismopersonalismoidealismotomismoStato eticola personapedagogiafini trascendentiRiforma 1923Educaz. al bivio
Fig. 4Gentile (attualismo idealista, Stato etico educatore, Riforma 1923) e Maritain (personalismo tomista, la persona prima dello Stato, «L'educazione al bivio», 1943).

Punti chiave

Accanto all'attivismo, il Novecento conosce grandi modelli pedagogici di matrice filosofica che si interrogano sul fine dell'educazione e sulla natura della persona. In Italia due figure si confrontano: Giovanni Gentile, dall'idealismo attualistico, e — sul versante cristiano — Jacques Maritain, dal personalismo di ispirazione tomista. Entrambi reagiscono, in modi opposti, sia al positivismo pedagogico sia ai rischi di un attivismo senza fondamenti.
Giovanni Gentile (1875-1944) elabora l'« attualismo » (o idealismo attuale): la realtà è atto puro del pensiero pensante, e poiché conoscere e formare lo spirito coincidono, « la pedagogia si risolve nella filosofia » — l'educazione è autoformazione dello spirito, non addestramento dall'esterno. Da ministro della Pubblica Istruzione, Gentile firma la Riforma Gentile del 1923, definita da Mussolini « la più fascista delle riforme »: essa riordina la scuola italiana con un forte impianto umanistico e gerarchico, dà centralità al liceo classico come via privilegiata all'università, istituisce l'esame di Stato e introduce l'insegnamento della religione cattolica nella scuola elementare. È una riforma selettiva ed elitaria, di alto profilo culturale ma poco attenta all'istruzione tecnico-professionale e all'allargamento dell'accesso.
Jacques Maritain (1882-1973), filosofo francese, propone un « personalismo » cristiano fondato sul tomismo: il fine dell'educazione è la formazione integrale della persona, considerata nella sua duplice dimensione di individuo (parte della società) e di persona (essere spirituale aperto alla trascendenza e dotato di dignità inviolabile). Nell'opera « L'educazione al bivio » (1943) Maritain critica gli « errori » dell'educazione contemporanea — l'idea che si possa educare senza fini, il primato dei mezzi sui fini, l'intellettualismo e il pragmatismo che dimenticano la dimensione spirituale — e rivendica un'educazione che, pur valorizzando libertà e attività del soggetto, sia orientata da fini chiari e dalla verità.
Il confronto tra i due modelli mette a fuoco la posta in gioco del Novecento pedagogico. Per Gentile il soggetto si forma immergendosi nello spirito assoluto e nella tradizione culturale: lo Stato etico è il grande educatore. Per Maritain, al contrario, la persona ha un valore che precede e trascende lo Stato e la società: l'educazione deve servire la persona e la sua libertà, non assorbirla in un tutto. Da una parte un'educazione che esalta lo spirito e la cultura ma rischia l'organicismo statale; dall'altra un'educazione che difende la dignità e la libertà della persona contro ogni totalitarismo. Entrambi, infine, mostrano come ogni pedagogia presupponga una filosofia e un'idea di uomo.
Esempio svolto

Analisi guidata: il fine dell'educazione in Gentile e Maritain

Spiega come Gentile e Maritain rispondono in modo diverso alla domanda « qual è il fine dell'educazione? » e mostra le conseguenze pratiche delle due posizioni.

  1. 01La domanda comune

    Entrambi rifiutano un'educazione neutra rispetto ai fini: ogni pedagogia presuppone una filosofia e un'idea di uomo. Su questo concordano contro il positivismo e contro un attivismo senza scopi.

  2. 02La risposta di Gentile

    Per l'attualismo il fine è l'autoformazione dello spirito: educare è far coincidere il soggetto con lo spirito universale e la tradizione culturale; pedagogia e filosofia coincidono.

  3. 03Conseguenza pratica (Gentile)

    Ne deriva una scuola umanistica, selettiva e gerarchica, con lo Stato come grande educatore: la Riforma del 1923, centrata sul liceo classico e sull'esame di Stato.

  4. 04La risposta di Maritain

    Per il personalismo il fine è la formazione integrale della persona, essere spirituale dotato di dignità e aperto alla trascendenza, distinto dal mero individuo-parte della società.

  5. 05Conseguenza pratica (Maritain)

    Ne deriva un'educazione che serve la persona e la sua libertà contro ogni totalitarismo, attenta ai fini e alla verità: è la lezione de « L'educazione al bivio ».

  6. 06Sintesi critica

    Gentile rischia di assorbire la persona nello Stato etico; Maritain pone la persona prima dello Stato. Il confronto illumina il rapporto tra educazione, libertà e potere nel Novecento.

Risultato: Per Gentile il fine è l'autoformazione dello spirito entro lo Stato etico (Riforma 1923, scuola elitaria); per Maritain è la formazione integrale della persona libera e degna oltre lo Stato (« L'educazione al bivio »): due risposte opposte sul rapporto persona-società.

Obiettivo Maturità

  • Conoscere con precisione i caratteri della Riforma Gentile del 1923 (impianto umanistico ed elitario, centralità del liceo classico, esame di Stato, religione nella scuola elementare) è uno dei nuclei più richiesti, anche in collegamento con la storia.
  • Saper costruire il confronto Gentile/Maritain sul fine dell'educazione (Stato etico ed educazione come autoformazione dello spirito vs. persona, dignità e fini trascendenti) è la richiesta tipica della seconda prova di Scienze umane.

Errori frequenti

  • Confondere la Riforma Gentile (1923) con altre riforme della scuola: occorre legarla all'autore (Gentile ministro), all'anno (1923) e ai suoi tratti specifici (umanistica, selettiva, liceo classico, esame di Stato).
  • Appiattire Maritain su un generico « cattolicesimo »: il suo personalismo distingue tecnicamente individuo e persona e critica errori precisi dell'educazione contemporanea in « L'educazione al bivio », non è una semplice difesa confessionale.

Approfondimento

Il confronto Gentile-Maritain acquista spessore se lo si àncora ai fatti e vi si aggiunge il grande terzo interlocutore italiano. La Riforma Gentile del 1923 non fu solo teoria: ridisegnò l'intera scuola italiana attorno al primato del liceo classico e della filosofia, istituì l'«esame di Stato», ordinò gerarchicamente gli studi lasciando ai margini l'istruzione tecnica e professionale, e collocò l'insegnamento della religione cattolica come «fondamento e coronamento» della scuola elementare. Mussolini la definì «la più fascista delle riforme», anche se la sua ispirazione era idealistica e non fascista, tanto che Gentile stesso e Benedetto Croce presto se ne allontanarono per motivi diversi. A Gentile — per cui «la pedagogia si risolve nella filosofia» e lo Stato etico è il grande educatore — Maritain oppone, dal personalismo cristiano di matrice tomistica, il primato della «persona», fine a se stessa e non semplice mezzo dello Stato, un'idea che nutrirà il cattolicesimo democratico del dopoguerra. Ma sullo sfondo va ricordato il critico più radicale di Gentile, Antonio Gramsci: dal carcere egli denunciò il carattere classista della divisione fra scuola «disinteressata» per le élite e scuola professionale per il popolo, e propose una «scuola unica» formativa e comune a tutti, in cui la cultura fosse strumento di emancipazione e non privilegio.

Ripasso attivo

Confronta il modello pedagogico di Gentile e quello di Maritain, mettendo a fuoco la diversa concezione del fine dell'educazione e del rapporto tra persona e società. Fai riferimento alla Riforma Gentile (1923) e a « L'educazione al bivio » (1943).

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)) · Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

Contenuti

Sezione -- / 04

    • 01L'attivismo e le scuole nuove○
    • 02Dewey e la pedagogia democratica◐
    • 03Montessori e la scuola del fanciullo◐
    • 04Gentile, Maritain e i modelli italiani del Novecento●

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Dagli appunti all'allenamento

Il Novecento pedagogico: attivismo, Dewey, Montessori, Gentile, Maritain

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Competenze
Esercitati

Riferimenti e fonti

Fonti

Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)

  • Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento
  • Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione

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