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Socrate, Platone e Aristotele

Con Socrate, Platone e Aristotele la filosofia greca raggiunge la sua maturità classica: dall'indagine sull'uomo e sul «sapere di non sapere» socratico si passa alla grande metafisica delle idee di Platone e alla sistemazione enciclopedica del reale operata da Aristotele. Questo percorso ricostruisce metodo, gnoseologia, etica, politica e ontologia dei tre maestri, mostrando la continuità del problema («che cos'è la virtù?», «che cos'è veramente l'essere?») e la frattura decisiva fra idee trascendenti e forma immanente. È un nucleo centrale e pienamente valutabile dell'Esame di Stato, perché fonda il lessico e i modelli argomentativi di tutta la filosofia occidentale.

5 sezioni·~29 min di lettura·4 competenze·Livello Base 1 · Standard 2 · Approfondimento 2·Verificato · 07/2026

T·0222 / 16
Profilo d’esame
Ricostruire e valutare un'argomentazione filosofica complessa attraverso l'analisi del dialogo platonico e del trattato aristotelicoConfrontare il modello platonico e quello aristotelico (idee trascendenti contro forma immanente) cogliendone presupposti ed esitiRiconoscere nel pensiero aristotelico la fondazione della logica e del metodo scientifico (sillogismo, quattro cause, potenza e atto)Utilizzare con proprietà il lessico filosofico classico (idea, anima, sostanza, causa, virtù) e collocarlo nel contesto storico-culturale di Atene
Operatori:spiegaanalizzaconfrontaricostruisciargomentadefinisciinterpretacommentaclassificagiustifica

livello base

A tutti gli indirizzi si richiede la conoscenza sicura di metodo socratico, teoria delle idee, anima e Stato in Platone, e di metafisica, logica ed etica in Aristotele, con la capacità di confrontare i due sistemi.

livello avanzato

Negli indirizzi a maggiore ore di filosofia (in particolare il Liceo Classico e il Liceo delle Scienze Umane) si approfondiscono l'analisi diretta di brani dei dialoghi e dei trattati, il problema delle fonti su Socrate e i nessi fra logica aristotelica e fondazione del metodo scientifico.

Profondità

Profondità di lettura: Approfondimento

Testo

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Contenuti · 5 sezioni▾
  1. Socrate, Platone e Aristotele
    • 01Socrate: metodo, virtù e sapere○
    • 02Platone: idee, conoscenza e anima◐
    • 03Platone: Stato ideale ed eros◐
    • 04Aristotele: metafisica e logica●
    • 05Aristotele: fisica, etica e politica●
§ 01

Socrate: metodo, virtù e sapere#

●○○BaseLPOSA-filosofia-socrate-platone-aristotele

Il metodo socratico: dall'ironia alla maieutica

Il metodo socratico: dall'ironia alla maieuticaGrafo, 1. Ironia («so di non sapere») → 2. Confutazione (crisi delle certezze), 2. Confutazione (crisi delle certezze) → 3. Aporia, 3. Aporia → 4. Maieutica (far partorire il sapere), 4. Maieutica (far partorire il sapere) → 5. Definizione (essenza universale)1. Ironia («sodi non sapere»)2. Confutazione(crisi dellecertezze)3. Aporia4. Maieutica(far partorireil sapere)5. Definizione(essenzauniversale)
Fig. 1Fase distruttiva (ironia e confutazione fino all’aporia) e fase costruttiva (maieutica) del dialogo socratico.

Punti chiave

Socrate (469-399 a.C.) segna la svolta antropologica della filosofia: l'interesse si sposta dalla physis indagata dai presocratici all'uomo, alla sua anima e al problema del bene. Egli non scrisse nulla; lo conosciamo attraverso fonti differenti e talvolta in tensione — i dialoghi di Platone (che ne fa il proprio portavoce), i Memorabili di Senofonte, le commedie di Aristofane (Le nuvole) e le testimonianze di Aristotele. Questa pluralità di testimonianze costituisce la cosiddetta «questione socratica»: distinguere il Socrate storico dal personaggio filosofico ricostruito dagli allievi.
Il cuore del filosofare socratico è il dialogo, condotto con un metodo in due momenti complementari. L'ironia (dal greco eironeia, «dissimulazione») è la fase distruttiva: Socrate finge di non sapere e, interrogando l'interlocutore, lo conduce a riconoscere l'inconsistenza delle proprie presunte certezze, sino all'aporia, cioè all'ammissione «non lo so». La maieutica (l'«arte della levatrice», mestiere della madre Fenarete) è la fase costruttiva: come la levatrice aiuta a partorire, così Socrate aiuta l'interlocutore a «partorire» da sé la verità che già possedeva, perché il sapere non si trasmette ma si genera nel dialogo.
Il sapere socratico ha la forma del celebre «so di non sapere»: non è scetticismo né rinuncia, ma consapevolezza critica che riconosce i limiti del proprio sapere e per ciò stesso è più sapiente di chi crede falsamente di sapere. L'oracolo di Delfi aveva proclamato Socrate il più sapiente degli uomini proprio per questa sua docta ignorantia. La ricerca procede per definizioni: alla domanda «che cos'è la virtù (o la giustizia, o il coraggio)?» Socrate non si accontenta di esempi, ma cerca l'essenza universale (il «ti esti», il «che cos'è»), anticipando il concetto.
Sul piano etico Socrate sostiene l'intellettualismo etico: la virtù è scienza (sapere), e nessuno fa il male volontariamente. Chi conosce davvero il bene non può che compierlo; il male nasce dall'ignoranza. Ne consegue che la virtù è insegnabile, perché è una forma di conoscenza, e che felicità e virtù coincidono (eudaimonia). Coerentemente, Socrate accettò la condanna a morte per empietà e corruzione dei giovani (399 a.C.) bevendo la cicuta, rifiutando la fuga: obbedire alle leggi della città, anche ingiuste nella loro applicazione, è per lui un dovere morale, come argomenta il Critone.
Esempio svolto

Analisi guidata di un brano: l'aporia nel dialogo

Leggi questo scambio in stile socratico: «- Eutifrone, che cos'è il pio? - Pio è ciò che faccio io ora, perseguendo chi commette ingiustizia. - Ma questo è un esempio, non la definizione: ti chiedo che cosa rende pie tutte le azioni pie.» Analizza il passo individuando le mosse del metodo socratico.

  1. 01Individua la domanda di essenza

    Socrate non chiede «un'azione pia» ma «che cos'è il pio in sé»: cerca l'essenza universale (ti esti), non un caso particolare. È la richiesta di definizione, fondamento dell'indagine.

  2. 02Riconosci l'errore dell'interlocutore

    Eutifrone risponde con un esempio («ciò che faccio io ora»). Confondere l'esempio con la definizione è l'errore tipico che il metodo deve smascherare.

  3. 03Identifica l'ironia e la confutazione

    Socrate, fingendo di voler imparare, mostra l'inadeguatezza della risposta: questo è il momento ironico-confutativo che spinge verso l'aporia.

  4. 04Indica l'esito atteso

    Riconosciuta l'insufficienza, il dialogo dovrebbe proseguire verso una definizione più rigorosa: è la maieutica che tenta di far emergere l'essenza.

Risultato: Il passo esemplifica il passaggio dall'esempio alla definizione: Socrate rifiuta il caso particolare e, attraverso l'ironia e la confutazione, conduce verso l'aporia, premessa della ricerca maieutica dell'essenza universale del pio.

Obiettivo Maturità

  • Saper distinguere e spiegare con precisione i due momenti del metodo (ironia/confutazione e maieutica), mostrandone la funzione nel dialogo: questo è un classico nodo del colloquio orale.
  • Saper esporre l'intellettualismo etico nella sua forma argomentativa («la virtù è scienza» → «nessuno fa il male volontariamente»), riconoscendolo come tesi su cui poggia l'idea che la virtù sia insegnabile.

Errori frequenti

  • Confondere l'ironia socratica con la beffa o il sarcasmo: è invece una finzione metodica di ignoranza che ha lo scopo conoscitivo di smascherare le false certezze.
  • Attribuire a Socrate opere scritte: non scrisse nulla, e ignorare la «questione socratica» porta a sovrapporre acriticamente il pensiero di Platone a quello del maestro.

Approfondimento

Conviene ricostruire l'«intellettualismo etico» nella sua forma argomentativa e poi metterlo alla prova. Le premesse sono due: (1) ogni uomo desidera per sé il bene, cioè ciò che è veramente utile alla propria felicità; (2) chi conosce ciò che è bene non può non volerlo. Se ne trae che (3) chi agisce male lo fa per ignoranza del vero bene, scambiando per bene un male apparente: dunque «nessuno pecca volontariamente», e la virtù, essendo sapere, è insegnabile. La forza della tesi sta nel legare indissolubilmente sapere morale e azione; la sua debolezza fu additata da Aristotele nell'«Etica Nicomachea» (libro VII) con il problema dell'«akrasía», l'«incontinenza» o «debolezza della volontà»: l'esperienza mostra che si può conoscere il bene e tuttavia, vinti dalla passione, non compierlo — «video meliora proboque, deteriora sequor», scriverà più tardi Ovidio. Socrate ridurrebbe questa esperienza a un difetto di conoscenza, mentre per Aristotele occorre distinguere il sapere dal volere e dall'abitudine. Sul piano storico, la fecondità del metodo socratico si misura dalla fioritura delle «scuole socratiche minori», che ne assolutizzarono aspetti diversi: i Cinici (Antistene, Diogene) l'autosufficienza e il rifiuto delle convenzioni; i Cirenaici (Aristippo) il piacere come fine; i Megarici (Euclide di Megara) l'unità di virtù ed essere. Sull'«élenchos» — la confutazione — il dibattito novecentesco (Gregory Vlastos) ha discusso se produca soltanto effetti negativi o generi anche una conoscenza positiva.

Ripasso attivo

Spiega in che senso, per Socrate, «la virtù è scienza» e «nessuno fa il male volontariamente». Ricostruisci il legame logico fra le due affermazioni e indica una possibile obiezione (per esempio quella che oggi chiameremmo «debolezza della volontà»).

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 02

Platone: idee, conoscenza e anima#

●●○StandardLPOSA-filosofia-socrate-platone-aristotele

I due mondi e la linea della conoscenza in Platone

I due mondi e la linea della conoscenza in Platonecolonna stratificata, 4 strati, Dati: Idee, Enti matematici, Cose sensibili, Ombre, immaginiπù realtàIdeeintelligenza (nóesis)Enti matematiciragione discorsivaCose sensibilicredenza (pistis)Ombre, immaginiimmaginazione (eikasía)
Fig. 2La linea divisa: in alto il mondo intelligibile (idee, epistéme), in basso il sensibile (doxa). Al vertice l'idea del Bene; salendo cresce la realtà, scendendo l'apparenza.

Punti chiave

Platone (428/427-348/347 a.C.), discepolo di Socrate e fondatore dell'Accademia, eleva la ricerca socratica delle definizioni a una vera e propria metafisica: le idee. L'idea (eidos, «forma») non è un pensiero soggettivo, ma una realtà oggettiva, eterna, immutabile, incorporea e perfetta, che esiste in un mondo intelligibile detto iperuranio («sopra il cielo»). Le cose sensibili sono molteplici, mutevoli e imperfette: esse «sono» soltanto in quanto partecipano (methexis) delle idee, di cui sono copie o imitazioni. Esiste così un'idea della giustizia, del bello, del cerchio, in cui ogni cosa giusta, bella o circolare trova il proprio modello.
La teoria della conoscenza platonica risolve un problema posto già nel Menone: come è possibile cercare ciò che non si conosce? La risposta è la reminiscenza (anamnesi): conoscere è ricordare. L'anima, prima di incarnarsi, ha contemplato le idee nell'iperuranio; l'esperienza sensibile non insegna nulla di nuovo, ma «risveglia» il ricordo di ciò che l'anima già sa. La conoscenza vera (episteme) non riguarda dunque le opinioni mutevoli (doxa) sul mondo sensibile, ma le idee colte dall'intelletto attraverso la dialettica, il procedimento che sale dalle idee particolari sino all'idea suprema del Bene.
Il rapporto fra i gradi del conoscere è illustrato nel celebre mito della caverna (Repubblica, libro VII), allegoria del cammino dall'ignoranza alla verità. Gli uomini, prigionieri incatenati in una caverna, scambiano per realtà le ombre proiettate sul fondo: è la condizione di chi vive nella doxa. Il prigioniero che si libera e sale faticosamente alla luce del sole — simbolo dell'idea del Bene — conquista la conoscenza vera; il suo ritorno per liberare gli altri allude al compito politico ed educativo del filosofo. La «linea» divisa (sempre nella Repubblica) ordina i gradi: immaginazione e credenza (mondo sensibile, doxa), ragione discorsiva e intelligenza (mondo intelligibile, episteme).
L'anima è per Platone immortale e tripartita, come argomentano il Fedone (immortalità) e la Repubblica (le tre parti). Le tre parti sono: la parte razionale (logistikon, con sede nel capo, a cui corrisponde la virtù della sapienza), la parte irascibile o animosa (thymoeides, nel petto, a cui corrisponde il coraggio) e la parte concupiscibile (epithymetikon, nel ventre, a cui corrisponde la temperanza). La celebre immagine del Fedro raffigura l'anima come una biga alata: l'auriga (ragione) guida due cavalli, uno nobile (l'animoso) e uno ribelle (il concupiscibile). La giustizia è l'armonia complessiva: quando ciascuna parte fa ciò che le compete sotto la guida della ragione.
Esempio svolto

Ricostruzione argomentativa: dalla reminiscenza all'immortalità dell'anima

Nel Menone, Socrate fa risolvere un problema geometrico a uno schiavo che non ha mai studiato matematica, limitandosi a porgli domande. Ricostruisci l'argomento platonico che da questo episodio conduce alla dottrina della reminiscenza e all'immortalità dell'anima.

  1. 01Premessa: il paradosso del Menone

    Non si può cercare ciò che non si conosce (non sapremmo cosa cercare) né ciò che già si conosce (sarebbe inutile). La ricerca sembra impossibile.

  2. 02L'osservazione dell'esperimento

    Lo schiavo, solo interrogato, perviene a una verità geometrica che nessuno gli ha insegnato: dunque non l'ha appresa dall'esterno.

  3. 03Inferenza: conoscere è ricordare

    Se la verità non viene dai sensi né dall'insegnamento, l'anima la possedeva già: imparare è ridestare un sapere latente (anamnesi).

  4. 04Conseguenza ontologica

    Se l'anima possedeva le idee prima della nascita, allora è preesistente al corpo; di qui Platone argomenta (nel Fedone) la sua natura affine alle idee e dunque immortale.

Risultato: L'esperimento dello schiavo mostra che la conoscenza vera non deriva dall'esperienza ma è reminiscenza di idee contemplate dall'anima prima dell'incarnazione: la dottrina dell'anamnesi fonda così l'immortalità e la preesistenza dell'anima.

Obiettivo Maturità

  • Saper esporre la teoria delle idee come risposta sia al problema gnoseologico (che cosa conosciamo davvero) sia a quello ontologico (che cosa è veramente reale), distinguendo mondo sensibile e mondo intelligibile.
  • Saper interpretare il mito della caverna mettendo in corrispondenza ciascun elemento simbolico (ombre, catene, uscita, sole, ritorno) con i gradi della conoscenza e con il ruolo del filosofo.

Errori frequenti

  • Intendere l'iperuranio come un «luogo» fisico: è una metafora dell'oggettività e trascendenza delle idee rispetto allo spazio e al tempo, non un posto situato nel cosmo.
  • Confondere doxa ed episteme, o ridurre la reminiscenza a una semplice memoria empirica: l'anamnesi è il ricordo di idee contemplate prima della nascita, non il ricordo di esperienze vissute.

Approfondimento

Il cuore teoretico da padroneggiare è duplice: gli argomenti a favore delle idee e le obiezioni che lo stesso Platone si rivolge. Le idee sono postulate per due vie convergenti: l'argomento dell'«uno su molti» (a una molteplicità di cose belle deve corrispondere un'unica «bellezza» che le rende tali e ne spiega il nome comune) e l'argomento dagli «oggetti del sapere» (la scienza è di ciò che è stabile e necessario; poiché il sensibile è mutevole, deve esistere un oggetto immutabile, l'idea). Sorprendentemente, è Platone stesso a sottoporre la teoria a critica serrata nel dialogo «Parmenide»: se la cosa partecipa dell'idea, ne partecipa tutta o in parte? Entrambe le opzioni generano assurdità. Soprattutto, spiegare la somiglianza fra cosa e idea con una nuova idea comune a entrambe innesca un regresso all'infinito — il celebre argomento del «terzo uomo», che Aristotele riprenderà come arma decisiva. Va inoltre distinta la pluralità di argomenti sull'immortalità dell'anima nel «Fedone»: quello dei contrari (i termini opposti si generano l'uno dall'altro), quello della reminiscenza, quello dell'affinità (l'anima è affine alle idee, semplice e indissolubile) e l'argomento finale dalla «partecipazione all'idea di Vita». Questa autocritica spinge il Platone maturo a rielaborare la dottrina (nel «Sofista», con la teoria dei «generi sommi» e la «comunione delle idee»), mostrando un pensiero in movimento, non un sistema dogmatico: proprio da qui muoveranno sia la critica di Aristotele sia, secoli dopo, il neoplatonismo.

Ripasso attivo

Analizza il mito della caverna spiegando il significato simbolico di catene, ombre, uscita verso la luce e ritorno del prigioniero. Mostra come l'allegoria traduca in immagini la distinzione platonica fra doxa ed episteme e il compito del filosofo.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 03

Platone: Stato ideale ed eros#

●●○StandardLPOSA-filosofia-socrate-platone-aristotele

Il parallelismo anima-Stato nella Repubblica

Il parallelismo anima-Stato nella RepubblicaTabella con 3 colonne e 3 righe, Dati: Parte anima · Classe · Virtù; razionale · governanti · sapienza; irascibile · guerrieri · coraggio; concupiscibile · produttori · temperanzaPARTE ANIMACLASSEVIRTÙrazionalegovernantisapienzairascibileguerriericoraggioconcupiscibileproduttoritemperanza
Fig. 3La giustizia è l’armonia del tutto: ciascuna parte (e classe) svolge il proprio compito.

Punti chiave

La Repubblica costruisce lo Stato ideale (kallipolis) come «anima in grande»: vi è uno stretto parallelismo fra le tre parti dell'anima e le tre classi sociali. Alla parte razionale corrispondono i governanti-filosofi (la cui virtù è la sapienza); alla parte irascibile i guardiani o guerrieri (la cui virtù è il coraggio); alla parte concupiscibile i produttori — contadini, artigiani, mercanti — (la cui virtù è la temperanza). La giustizia dello Stato, come quella dell'anima, consiste nell'armonia: ciascuna classe svolge il proprio compito (oikeiopragia) senza usurpare quello altrui, sotto la guida della ragione.
Il fondamento dello Stato giusto è il governo dei filosofi: «finché i filosofi non regneranno nelle città, o coloro che ora chiamiamo re non filosoferanno [...] non vi sarà fine ai mali». Solo chi conosce l'idea del Bene possiede il criterio del giusto governare. Per questo Platone progetta un rigoroso percorso educativo (paideia): selezione precoce, ginnastica e musica, poi matematica e dialettica, fino alla contemplazione del Bene intorno ai cinquant'anni. Per le classi superiori prevede inoltre la comunanza dei beni e delle donne e dei figli, per eliminare l'interesse privato che corrompe il bene comune; nella Repubblica sostiene anche la parità educativa fra uomini e donne nelle funzioni di custodia.
L'eros è il motore filosofico per eccellenza, descritto nel Simposio e nel Fedro. Nel Simposio, Diotima insegna a Socrate che Eros è daimon, figlio di Poros (espediente) e Penìa (povertà): non è bello né sapiente, ma desidera il bello e il sapere, ed è perciò filosofo per natura. L'amore è una scala (la «scala di Eros»): dall'amore per un singolo corpo bello si sale all'amore per tutti i corpi belli, poi per le anime belle, per le leggi e le scienze, fino alla contemplazione del Bello in sé, idea eterna. L'eros è dunque tensione (epithymia) verso ciò che manca e via di ascesa verso l'idea.
Platone non resta fermo alla Repubblica: nelle opere della maturità rivede il proprio progetto. Nel Politico e soprattutto nelle Leggi, riconoscendo le difficoltà del governo dei filosofi, propone uno Stato fondato sul primato della legge (lo «Stato secondo», più realistico), in cui la sovranità appartiene alle leggi e non agli uomini. Questa evoluzione mostra la tensione, viva in tutta la sua opera, fra l'ideale del sapiente che governa e l'esigenza pratica di istituzioni stabili — tensione che resterà centrale in tutta la filosofia politica successiva.
Esempio svolto

Commento guidato: la scala di Eros nel Simposio

Diotima descrive l'amore come un'ascesa per gradi, dal bello sensibile al Bello in sé. Commenta questo percorso spiegando perché, per Platone, l'eros è una via filosofica e non solo un sentimento.

  1. 01Definisci la natura di Eros

    Eros, figlio di Poros e Penìa, è mancanza e desiderio: non possiede il bello, ma lo desidera. È dunque tensione, e per questo è filosofo (amante del sapere che non ha).

  2. 02Ricostruisci i gradini

    Il cammino sale: un corpo bello → tutti i corpi belli → la bellezza delle anime → la bellezza delle leggi e delle scienze → il Bello in sé. Ogni gradino allarga e purifica l'oggetto del desiderio.

  3. 03Mostra il nesso con le idee

    Il termine dell'ascesa è il Bello in sé, idea eterna e immutabile: l'eros conduce dalla molteplicità sensibile all'unità intelligibile, come la dialettica.

  4. 04Concludi sul senso filosofico

    L'amore non si esaurisce nel singolo oggetto ma è motore di elevazione conoscitiva e morale: amare bene significa lasciarsi condurre verso il vero e il bene.

Risultato: La scala di Eros mostra che per Platone l'amore è desiderio dell'eterno che manca: muovendo dal bello sensibile, l'eros diventa la forza che innalza l'anima alla contemplazione del Bello in sé, rivelandosi via filosofica di ascesa verso le idee.

Obiettivo Maturità

  • Saper esporre il parallelismo anima-Stato (tre parti dell'anima / tre classi / tre virtù) e definire la giustizia come armonia e «fare ciascuno il proprio compito».
  • Saper spiegare la tesi del filosofo-re e collegarla alla teoria delle idee (solo chi conosce il Bene sa governare), riconoscendo l'evoluzione verso il primato della legge nelle Leggi.

Errori frequenti

  • Leggere la «comunanza dei beni» platonica come un comunismo moderno di tipo economico-egualitario: riguarda solo le classi superiori (custodi e governanti) e mira a eliminare l'interesse privato, non a una redistribuzione universale.
  • Ridurre l'eros del Simposio a sentimento amoroso o a desiderio sensuale: è anzitutto tensione conoscitiva verso il Bello, scala ascendente verso l'idea.

Approfondimento

L'approfondimento più fecondo verte sulla ricezione critica della «Repubblica» come progetto politico. Nel Novecento Karl Popper, ne «La società aperta e i suoi nemici» (1945), ha additato Platone come capostipite del pensiero «totalitario»: la kallipolis sacrificherebbe l'individuo all'organicismo dello Stato, congela la società in classi chiuse, prevede la censura dei poeti, la menzogna di Stato (la «nobile menzogna», il «gennaîon pseûdos» dei metalli nell'anima) e una forma di eugenetica dei custodi. La replica degli interpreti è duplice: da un lato la «Repubblica» è dichiaratamente un «paradigma» costruito «con le parole» per illuminare la giustizia dell'anima, non un manuale di governo (l'analogia anima-Stato è lo scopo vero); dall'altro le misure più dure — comunanza di beni, donne e figli fra i custodi — rispondono a un problema tecnico preciso, l'eliminazione della «stásis», il conflitto civile generato dall'interesse privato di chi governa. Resta però l'obiezione di fondo, che sarà anche di Aristotele nella «Politica»: l'unità troppo stretta distrugge la città, che è per natura una «pluralità», e la comunanza dei figli, lungi dal rafforzare l'affetto, lo annacqua. Va infine colto il nesso, spesso trascurato, fra eros e politica: la stessa «tensione» verso il Bene che nel «Simposio» conduce il singolo all'idea è, nella «Repubblica», ciò che deve muovere il filosofo a «ridiscendere» nella caverna per governare — non per ambizione, ma per dovere verso il Bene contemplato.

Ripasso attivo

Costruisci un paragrafo argomentativo (circa 15 righe) che giustifichi la tesi platonica del «governo dei filosofi», collegandola alla teoria delle idee e al parallelismo anima-Stato, e che indichi almeno un'obiezione e la risposta platonica (il percorso educativo).

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 04

Aristotele: metafisica e logica#

●●●ApprofondimentoLPOSA-filosofia-socrate-platone-aristotele

Le quattro cause aristoteliche (esempio: la statua)

Le quattro cause aristotelicheruota segmentata, 4 segmenti, Dati: Statua, Materiale, Formale, Efficiente, FinaleMaterialeil bronzoFormalela figuraEfficientelo scultoreFinaleun fineStatua
Fig. 4Esempio della statua di bronzo: le quattro cause (materiale, formale, efficiente, finale) spiegano la sostanza. La causa finale è «onorare un dio».

Punti chiave

Aristotele (384-322 a.C.), allievo di Platone all'Accademia e poi fondatore del Liceo, rovescia il rapporto platonico fra idea e cosa. La sua critica decisiva alle idee trascendenti è che esse sono una inutile «duplicazione» del mondo (l'argomento detto del «terzo uomo») e non spiegano il divenire né il legame con le cose: separare la forma dalla cosa non aiuta a comprenderla. Per Aristotele la forma (eidos) è immanente: vive nella cosa stessa. Ogni sostanza sensibile (ousia) è infatti sinolo, unione inscindibile di materia (hyle, il sostrato indeterminato) e forma (morphé, ciò che determina e rende la cosa quel che è).
La metafisica (la «filosofia prima») studia l'essere in quanto essere e le sue cause prime. L'essere, dice Aristotele, «si dice in molti modi»: la sua forma fondamentale è la sostanza (ciò che esiste di per sé), cui si riferiscono le altre categorie (qualità, quantità, relazione, ecc.) come predicati. Per spiegare ogni realtà e il suo divenire, Aristotele individua le quattro cause: la causa materiale (ciò di cui una cosa è fatta — il bronzo della statua), la causa formale (la forma o essenza — la figura della statua), la causa efficiente (chi o che cosa produce il mutamento — lo scultore) e la causa finale (lo scopo, il telos — onorare un dio). Nelle cose naturali forma, causa efficiente e fine spesso coincidono.
Il divenire è spiegato dalla coppia potenza e atto. La potenza (dynamis) è la possibilità di essere qualcosa che ancora non si è (il seme è albero in potenza); l'atto (energeia o entelechia) è la realizzazione di quella possibilità (l'albero in atto). Il mutamento è il passaggio dalla potenza all'atto. L'atto è ontologicamente e cronologicamente anteriore alla potenza, perché solo un essere già in atto può attualizzare una potenza. Al vertice del reale sta il Motore Immobile: atto puro, privo di materia e potenzialità, pensiero che pensa se stesso (noesis noeseos), che muove il mondo «come oggetto d'amore e di desiderio», cioè come causa finale.
Aristotele fonda la logica come strumento (organon) del pensiero. Le sue tappe: i termini (concetti, ordinati nelle categorie); le proposizioni (giudizi che uniscono o separano termini, veri o falsi); il sillogismo, ragionamento deduttivo in cui da due premesse segue necessariamente una conclusione. Il sillogismo perfetto è quello in modo «Barbara»: tutti gli uomini sono mortali (premessa maggiore), Socrate è uomo (premessa minore), dunque Socrate è mortale (conclusione). La logica studia inoltre i princìpi primi indimostrabili (anzitutto il principio di non contraddizione: è impossibile che la stessa cosa sia e non sia, sotto lo stesso rispetto, nello stesso tempo) e la dimostrazione scientifica, che muove da premesse vere e prime.
Esempio svolto

Esercizio di logica: costruire e validare un sillogismo

Costruisci un sillogismo in modo «Barbara» a partire dalle premesse «Tutti i Greci sono uomini» e «Tutti gli uomini sono mortali», individua i tre termini e spiega perché la conclusione è necessaria.

  1. 01Disponi le premesse

    Premessa maggiore: tutti gli uomini sono mortali. Premessa minore: tutti i Greci sono uomini. La conclusione lega il soggetto minore al predicato maggiore.

  2. 02Individua i tre termini

    Termine medio: «uomini» (compare in entrambe le premesse, mai nella conclusione). Termine minore: «Greci» (soggetto della conclusione). Termine maggiore: «mortali» (predicato della conclusione).

  3. 03Ricava la conclusione

    Poiché ogni Greco è uomo e ogni uomo è mortale, ogni Greco è mortale. È la forma valida AAA-1 (Barbara): da due universali affermative in prima figura segue un'universale affermativa.

  4. 04Giustifica la necessità

    La conclusione non aggiunge informazione esterna: è già contenuta nelle premesse attraverso il termine medio. Se le premesse sono vere, la conclusione non può essere falsa: questa è la deduzione.

Risultato: Il sillogismo «Tutti gli uomini sono mortali; tutti i Greci sono uomini; dunque tutti i Greci sono mortali» è valido in modo Barbara: il termine medio «uomini» connette necessariamente «Greci» a «mortali», sicché la verità delle premesse garantisce la verità della conclusione.

Obiettivo Maturità

  • Saper esporre la critica aristotelica alle idee platoniche e la concezione della sostanza come sinolo di materia e forma: è il nucleo del confronto Platone-Aristotele, frequentissimo nel colloquio.
  • Saper applicare le quattro cause a un esempio concreto e spiegare il passaggio potenza-atto, riconoscendo il Motore Immobile come atto puro e causa finale del movimento.

Errori frequenti

  • Affermare che Aristotele «nega le forme»: egli nega solo la loro esistenza separata e trascendente, ma fa della forma immanente il principio determinante di ogni sostanza.
  • Intendere il Motore Immobile come una causa efficiente che «spinge» il mondo: esso muove come causa finale, oggetto di amore e desiderio, restando esso stesso immobile e atto puro.

Approfondimento

Due nodi meritano una ricostruzione rigorosa. Primo, la dimostrazione del Motore Immobile (nella «Fisica» VIII e nel libro Lambda della «Metafisica»): il movimento è eterno (negarlo implicherebbe un movimento prima del primo movimento); ma una serie infinita di motori a loro volta mossi non spiega nulla; deve dunque esistere un primo motore che muova senza essere mosso. Perché non sia esso stesso in movimento, non può muovere come causa efficiente («spingendo»), ma solo come causa finale, «oggetto di amore e di desiderio»: attira a sé il cosmo come il fine attrae chi lo desidera. Essendo atto puro, è forma senza materia, vita perfetta, «pensiero di pensiero» («nóesis noéseos»). Secondo nodo, la struttura della «scienza dell'essere in quanto essere»: poiché «l'essere si dice in molti modi», non è un genere unico, ma i suoi molti significati si riferiscono tutti a un termine primo, la sostanza (è il rapporto «pròs hén», «in vista di uno», o «significato focale» secondo la formula di G. E. L. Owen). Quanto alla logica, la sillogistica ebbe un dominio quasi bimillenario: Kant poteva ancora scrivere che la logica, dopo Aristotele, «non ha potuto fare un passo avanti». Solo con la logica dei predicati di Gottlob Frege (fine Ottocento) si supererà l'impianto sillogistico, mostrandone i limiti nel trattare le relazioni e la quantificazione multipla — ma la nozione aristotelica di inferenza necessaria resta il fondamento della logica formale.

Ripasso attivo

Applica le quattro cause aristoteliche a un oggetto concreto a tua scelta (per esempio un tavolo o un albero) e spiega, con riferimento allo stesso esempio, il passaggio dalla potenza all'atto. Indica infine perché, secondo Aristotele, l'atto è anteriore alla potenza.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 05

Aristotele: fisica, etica e politica#

●●●ApprofondimentoLPOSA-filosofia-socrate-platone-aristotele

Le sei forme di governo nella Politica di Aristotele

Le sei forme di governo nella Politica di AristoteleTabella con 3 colonne e 3 righe, Dati: Chi governa · Bene comune · Interesse privato; uno · monarchia · tirannide; pochi · aristocrazia · oligarchia; molti · politìa · democraziaCHI GOVERNABENE COMUNEINTERESSE PRIVATOUNOmonarchiatirannidePOCHIaristocraziaoligarchiaMOLTIpolitìademocrazia
Fig. 5La colonna sinistra raccoglie le forme rette; la destra le rispettive degenerazioni.

Punti chiave

La fisica aristotelica studia la natura (physis) come ciò che ha in sé il principio del movimento e del mutamento. Aristotele distingue il mondo sublunare — fatto dei quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco), soggetto a generazione e corruzione e a moti rettilinei verso il «luogo naturale» — dal mondo celeste, fatto di un quinto elemento incorruttibile (l'etere), animato da moti circolari eterni e perfetti. Il movimento è in generale ogni passaggio dalla potenza all'atto, di cui esistono diversi tipi (mutamento di sostanza, di qualità, di quantità, di luogo). Questa cosmologia geocentrica e finalistica dominerà il pensiero occidentale fino alla rivoluzione scientifica (ripasso: vedi i moduli successivi).
L'etica aristotelica (Etica Nicomachea) è eudemonistica: il fine ultimo dell'uomo è la felicità (eudaimonia), che non consiste nel piacere né nell'onore, ma nell'attività dell'anima secondo la virtù che le è propria, cioè secondo ragione. La virtù è una disposizione abituale (héxis) acquisita con l'esercizio. Le virtù si dividono in etiche (relative al carattere: coraggio, temperanza, giustizia) e dianoetiche (relative all'intelletto: sapienza e saggezza/phronesis). La virtù etica è il «giusto mezzo» (mesotes) fra due eccessi: il coraggio sta fra viltà e temerarietà, la liberalità fra avarizia e prodigalità.
Il vertice della felicità è per Aristotele la vita teoretica (bios theoretikos): la contemplazione della verità è l'attività più alta, perché esercita la parte più divina dell'uomo (l'intelletto) ed è la più autosufficiente. Accanto a essa, la vita pratica realizza la felicità attraverso l'azione virtuosa nella comunità. È decisivo il ruolo della saggezza (phronesis), la virtù che sa deliberare bene su ciò che è bene per l'uomo nelle situazioni concrete: non basta conoscere il bene in generale (contro l'intellettualismo socratico), occorre la capacità pratica di scegliere il giusto mezzo qui e ora.
La politica (Politica) muove dalla celebre tesi che «l'uomo è per natura un animale politico» (zoon politikon): solo nella comunità della città (polis) l'uomo realizza pienamente la propria natura razionale e raggiunge la vita buona. La polis è anteriore per natura all'individuo, come il tutto rispetto alla parte. Aristotele classifica le forme di governo secondo chi governa (uno, pochi, molti) e secondo il fine (il bene comune o l'interesse privato): le forme rette sono monarchia, aristocrazia e politìa; le loro degenerazioni sono tirannide, oligarchia e democrazia (intesa come governo dei molti nel proprio interesse). Egli predilige una costituzione mista, fondata su un'ampia classe media, come la più stabile.
Esempio svolto

Esercizio applicativo: il giusto mezzo come struttura della virtù

Dimostra, con due esempi, che per Aristotele ogni virtù etica è un giusto mezzo fra due vizi opposti, e spiega perché il mezzo è «relativo a noi» e non un punto fisso uguale per tutti.

  1. 01Enuncia la regola

    La virtù etica è una disposizione a scegliere il mezzo (mesotes) fra un eccesso e un difetto, determinato dalla ragione come farebbe l'uomo saggio.

  2. 02Primo esempio: il coraggio

    Difetto = viltà (troppa paura); eccesso = temerarietà (troppa audacia). Il coraggio è il giusto mezzo: affrontare i pericoli quando e come si deve.

  3. 03Secondo esempio: la liberalità

    Difetto = avarizia (dare troppo poco); eccesso = prodigalità (dare troppo). La liberalità è donare il giusto, alla persona giusta, al momento giusto.

  4. 04Spiega il «relativo a noi»

    La giusta quantità di cibo per un atleta non è quella per un principiante: così il mezzo virtuoso dipende dalla situazione e dalla persona, e va colto dalla saggezza (phronesis), non calcolato in astratto.

Risultato: Coraggio e liberalità mostrano che la virtù etica è il giusto mezzo fra due vizi opposti; poiché tale mezzo è «relativo a noi» e va individuato caso per caso dalla ragione saggia, la virtù non è una formula fissa ma una disposizione pratica orientata dalla phronesis.

Obiettivo Maturità

  • Saper definire la felicità aristotelica come attività dell'anima secondo virtù e spiegare la virtù etica come «giusto mezzo» con esempi (coraggio, liberalità).
  • Saper esporre la classificazione delle forme di governo (forme rette e degenerazioni secondo il criterio governanti × fine) e collegarla alla tesi dell'uomo come animale politico.

Errori frequenti

  • Intendere il «giusto mezzo» come una via mediocre o aritmetica: è invece il mezzo «relativo a noi», determinato dalla ragione e dalla saggezza, e per alcune azioni (come l'ingiustizia) non esiste affatto un giusto mezzo.
  • Considerare la «democrazia» aristotelica equivalente a quella moderna: per Aristotele è la forma degenerata del governo dei molti; la forma retta corrispondente è la politìa.

Approfondimento

Il passaggio da padroneggiare è l'«argomento della funzione» («érgon»), con cui Aristotele fonda la definizione di felicità nel I libro dell'«Etica Nicomachea». La struttura è questa: ogni cosa e ogni mestiere hanno un'opera propria (l'occhio il vedere, il flautista il suonare) e il loro «bene» consiste nel compierla bene; l'uomo in quanto tale deve dunque avere una funzione propria; questa non può essere il vivere (comune alle piante) né il sentire (comune agli animali), ma l'attività dell'anima secondo ragione, ciò che è specifico dell'uomo; perciò il bene dell'uomo è «l'attività dell'anima secondo virtù», e se le virtù sono più d'una, secondo la più alta e perfetta. Da qui la superiorità del «bíos theoretikós»: la contemplazione è l'attività più continua, autosufficiente e «divina». Resta però la celebre «tensione» — dibattuta dagli interpreti — fra questo ideale contemplativo e la vita etico-politica dell'uomo come «animale che vive nella pólis»: l'uomo è insieme cittadino e amico della verità. Sul piano della fortuna, mentre la «fisica» aristotelica (geocentrica, finalistica, dei luoghi naturali) fu smantellata dalla rivoluzione scientifica, la sua etica ha conosciuto un clamoroso ritorno nel Novecento: l'«etica delle virtù» rilanciata da Elizabeth Anscombe («Modern Moral Philosophy», 1958) e da Alasdair MacIntyre («Dopo la virtù», 1981) oppone al calcolo delle conseguenze e al dovere astratto proprio l'idea aristotelica di virtù, carattere e comunità come cornice del vivere bene.

Ripasso attivo

Spiega la dottrina aristotelica del «giusto mezzo» applicandola a due virtù etiche a tua scelta, indicando per ciascuna i due vizi (per eccesso e per difetto). Argomenta poi perché, secondo Aristotele, non basta conoscere il bene per essere virtuosi (ruolo della phronesis), distinguendo questa posizione dall'intellettualismo socratico.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

Contenuti

Sezione -- / 05

    • 01Socrate: metodo, virtù e sapere○
    • 02Platone: idee, conoscenza e anima◐
    • 03Platone: Stato ideale ed eros◐
    • 04Aristotele: metafisica e logica●
    • 05Aristotele: fisica, etica e politica●

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Competenze
Esercitati

Riferimenti e fonti

Fonti

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  • Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento

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