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Con la crisi della polis e la nascita dei grandi imperi ellenistici la filosofia si concentra sull'etica, intesa come ricerca della felicità individuale e della saggezza. Epicureismo, stoicismo e scetticismo propongono tre vie diverse alla serenità dell'animo, mentre il neoplatonismo di Plotino offre la grande sintesi metafisica del pensiero antico, che diventa il ponte verso la filosofia cristiana e medievale. L'argomento è pienamente compreso nel programma e nell'orizzonte dell'Esame di Stato (colloquio orale).
5 sezioni~25 min di lettura4 competenzeLivello Base 1 · Standard 3 · Approfondimento 1Verificato · 07/2026
livello base
A tutti gli indirizzi è richiesta la conoscenza essenziale delle scuole ellenistiche (epicureismo, stoicismo, scetticismo) come etiche della felicità e la comprensione del neoplatonismo come sintesi finale del pensiero antico.
livello avanzato
Negli indirizzi a maggiore vocazione filosofica e umanistica (in particolare il Liceo Classico e il Liceo delle Scienze Umane) si approfondiscono la lettura diretta di brani (Lettera a Meneceo, Manuale di Epitteto, Enneadi) e il nesso storico-filosofico tra fisica e etica e tra metafisica plotiniana e teologia cristiana.
Profondità di lettura: Approfondimento
Dimensione del testo: Standard
Dalla polis all'individuo: la svolta etica ellenistica
In un breve paragrafo argomentativo, spiega perché si dice che la filosofia ellenistica è una «filosofia della crisi» e quale nuovo bisogno essa intende soddisfare.
Si parte dalla periodizzazione: morte di Alessandro (323 a.C.) e dissoluzione della polis come comunità politica autonoma, assorbita nei regni dei diàdochi e poi da Roma.
Il cittadino non si realizza più nella vita politica della città: rimane l'individuo isolato, che cerca un nuovo fondamento per la propria felicità.
La filosofia diventa «medicina dell'anima»: il suo fine non è la conoscenza teorica fine a sé stessa, ma la conquista della serenità (atarassia/apatheia) e dell'autosufficienza.
Logica e fisica sono subordinate all'etica: servono a eliminare le paure (degli dèi, della morte, del destino) che impediscono la pace interiore.
Risultato: Si chiama «filosofia della crisi» perché nasce dal venir meno della polis: l'individuo, privato del senso politico dell'esistenza, chiede alla filosofia non più una spiegazione del mondo per sé, ma una via personale alla felicità e alla tranquillità dell'animo.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento decisivo riguarda la natura stessa del filosofare ellenistico come «terapia». L'idea che la filosofia sia una «medicina dell'anima» — Epicuro scrive che «è vuoto il discorso di quel filosofo che non curi alcuna sofferenza umana» — è stata al centro di una grande rilettura novecentesca. Pierre Hadot, in «Esercizi spirituali e filosofia antica», ha mostrato che per le scuole ellenistiche e romane la filosofia non è anzitutto un sistema di proposizioni da apprendere, ma un insieme di «esercizi spirituali» («áskesis»): la meditazione, l'esame di coscienza, la premeditazione dei mali, la «visione dall'alto», con cui il discepolo trasforma il proprio modo di vedere e di vivere. Martha Nussbaum, in «Terapia del desiderio», ha sviluppato il parallelo fra filosofo e medico, analizzando le tecniche argomentative con cui epicurei, stoici e scettici «curano» le credenze erronee generatrici di sofferenza. Da questa prospettiva si comprende meglio anche la svolta politica: al venir meno della «pólis» come orizzonte di senso subentra il «cosmopolitismo», l'idea che il vero legame non sia con la città natale ma con l'intera comunità degli esseri razionali (tesi stoica) o, all'opposto, il ritiro nel «Giardino» e l'invito epicureo a «vivere nascosti» («láthe biósas»). Due risposte simmetriche allo stesso vuoto: l'apertura al cosmo e il raccoglimento nell'amicizia privata.
Ripasso attivo
Spiega perché la filosofia ellenistica concentra il proprio interesse sull'etica e sulla ricerca della felicità individuale, collegando questa svolta al contesto storico della crisi della polis e della nascita dei grandi regni ellenistici.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Il quadrifàrmaco di Epicuro (tetraphàrmakon)
Ricostruisci e commenta l'argomento con cui Epicuro, nella Lettera a Meneceo, sostiene che «la morte non è nulla per noi», spiegando su quali presupposti della sua fisica e della sua etica esso si fonda.
L'anima è materiale, composta di atomi sottili; alla morte gli atomi del corpo e dell'anima si disgregano e si disperdono. Non vi è dunque alcuna sopravvivenza né alcun aldilà punitivo.
Ogni bene e ogni male, per l'edonismo epicureo, consistono in una sensazione (di piacere o di dolore). Dove non c'è sensazione, non c'è né bene né male.
La morte è privazione totale di sensazione. «Quando ci siamo noi, non c'è la morte; quando c'è la morte, non ci siamo più noi»: i due termini non si incontrano mai, quindi la morte non può essere oggetto di sofferenza per chi vive.
Eliminata la paura della morte, cade una delle quattro grandi paure: l'uomo può vivere serenamente il presente, raggiungendo l'atarassia.
Risultato: L'argomento dimostra che la morte, essendo assenza di sensazione, non riguarda né il vivente né il morto: liberato da questa paura, l'uomo conquista la tranquillità dell'animo, fine ultimo dell'etica epicurea.
Errori frequenti
Approfondimento
Conviene approfondire due questioni tecniche. La prima è la struttura logica dell'argomento contro la paura della morte, esposto nella «Lettera a Meneceo»: il bene e il male risiedono nella sensazione; la morte è privazione di ogni sensazione; dunque la morte «non è nulla per noi», e cade la sua temibilità — «quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte non ci siamo più noi». A questo «argomento della non-esistenza del soggetto» la filosofia contemporanea ha opposto la «teoria della privazione» (Thomas Nagel, «Death», 1970): un male può danneggiarci anche senza essere «sentito», in quanto ci priva dei beni che avremmo avuto; la morte sarebbe un male comparativo, non un'esperienza. Gli epicurei rispondevano con l'«argomento della simmetria», ripreso da Lucrezio: non temiamo il tempo infinito prima della nostra nascita, e non abbiamo ragione di temere diversamente il nulla dopo la morte. La seconda questione è il «clinamen»: la minima, incausata deviazione degli atomi che, spezzando il determinismo democriteo, salva insieme la formazione dei mondi e la libertà umana. Cicerone, nel «De fato», obietterà che un moto «senza causa» è filosoficamente inaccettabile; ma proprio in quella deviazione molti hanno visto la prima, ardita affermazione di un margine di indeterminazione nella natura. Tutto ciò va inquadrato nella straordinaria fortuna dell'epicureismo, trasmesso al mondo latino e moderno soprattutto dal poema «De rerum natura» di Lucrezio.
Ripasso attivo
Illustra il quadrifàrmaco epicureo, spiegando ciascuno dei quattro rimedi e mostrando come essi mirino a liberare l'uomo dalle paure e a condurlo all'atarassia.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Stoicismo: dal logos cosmico all'apatheia
Epitteto apre il Manuale distinguendo «le cose che dipendono da noi» e «le cose che non dipendono da noi». Spiega questa distinzione e mostra come essa conduca all'apatheia e alla libertà interiore del saggio stoico.
Dipendono da noi: opinione, impulso, desiderio, avversione, cioè gli atti interiori della nostra ragione e volontà. Non dipendono da noi: il corpo, le ricchezze, la reputazione, le cariche, cioè tutto ciò che è esterno.
L'errore e l'infelicità nascono dal volere ciò che non dipende da noi. La saggezza consiste nel concentrare desiderio e avversione solo su ciò che è in nostro potere, accettando il resto come voluto dal destino-logos.
Poiché tutto accade secondo il logos provvidenziale, opporsi agli eventi esterni è irrazionale; accettarli è vivere secondo natura.
Chi non desidera ciò che non controlla non è turbato da nessun evento esterno: raggiunge l'apatheia e una libertà interiore che nessuna circostanza può togliergli.
Risultato: La dicotomia del controllo riconduce la felicità interamente all'interiorità razionale: dominando le passioni e accettando il destino, il saggio conquista l'apatheia e una libertà che non dipende dalle circostanze esterne.
Errori frequenti
Approfondimento
Il problema teorico più stimolante dello stoicismo è la conciliazione fra il rigoroso determinismo cosmico (tutto accade secondo il «destino», «heimarmène») e la responsabilità morale. Se tutto è già fissato dal «logos», che senso ha il dovere? Crisippo elabora una raffinata forma di «compatibilismo» con la celebre immagine del cilindro: il destino, come una spinta esterna, mette in moto il cilindro, ma «il modo in cui esso rotola» dipende dalla sua forma propria; così gli eventi ci sollecitano, ma l'«assenso» («synkatáthesis») che diamo alle rappresentazioni dipende da noi, dal nostro carattere razionale. Fato e libertà non si escludono: la mia azione è insieme necessitata dall'ordine e mia, perché passa attraverso la mia ragione. Su questa base poggia la nozione di «oikéiosis» («appropriazione», «familiarità»): l'istinto originario a conservare sé stessi si allarga in cerchi concentrici fino ad abbracciare la famiglia, la città e l'intera umanità, fondando insieme l'etica del dovere e il cosmopolitismo. L'eredità dello stoicismo è immensa: la sua etica del dovere e della legge razionale interiore alimenta il cristianesimo (Seneca fu creduto, falsamente, corrispondente di san Paolo), ispira l'idea moderna di «legge naturale» e riecheggia nell'imperativo kantiano del dovere per il dovere; e oggi conosce un vero e proprio revival pratico (il «neostoicismo»), che ripropone la distinzione di Epitteto fra ciò che dipende e ciò che non dipende da noi come tecnica di resilienza.
Ripasso attivo
Analizza il rapporto tra la fisica del logos cosmico e l'etica del dovere nello stoicismo, mostrando come dalla concezione del mondo come ordine razionale discenda l'ideale del «vivere secondo natura» e dell'apatheia.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Lo scetticismo: dall'isostenìa all'atarassia
Ricostruisci passo per passo il ragionamento attraverso cui lo scetticismo pirroniano passa dall'analisi della conoscenza alla conquista della serenità.
Le cose sono in sé inafferrabili: i sensi e la ragione non offrono un criterio certo per distinguere il vero dal falso.
A ogni argomento se ne può opporre uno di pari forza (isostenìa): nessuna tesi prevale definitivamente sulla sua contraria.
Non potendo decidere, il saggio sospende il giudizio (epoché) e si astiene dall'affermare e dal negare (afasìa).
Liberato dall'affanno di cercare una verità irraggiungibile, l'animo cessa di turbarsi: alla sospensione del giudizio segue, come un'ombra al corpo, l'atarassia.
Risultato: Dall'inafferrabilità delle cose e dall'equivalenza degli argomenti deriva la sospensione del giudizio; e da questa, in modo per così dire naturale, la tranquillità dell'animo, fine ultimo anche dello scetticismo.
Errori frequenti
Approfondimento
L'obiezione classica allo scetticismo è quella di «autorefutazione»: affermare che «nulla si può conoscere» è già un'affermazione di conoscenza, dunque una tesi dogmatica che si contraddice. È proprio su questo punto che si distinguono le due grandi forme dell'antico scetticismo. Gli «accademici» (Arcesilao, Carneade) sembrano cadere nel paradosso, affermando l'inconoscibilità; per questo Carneade elabora una dottrina del «probabile» («pithanón»), i gradi di credibilità che guidano l'azione in assenza di certezza. I «pirroniani» (Sesto Empirico) evitano invece l'autorefutazione trattando le formule scettiche non come tesi ma come «purganti che espellono sé stessi insieme agli umori»: il «non più questo che quello» («ou mâllon») e l'«epoché» non asseriscono nulla, neppure la propria verità, ma esprimono uno stato dell'animo. A questo servono i «tropi», gli argomenti sistematici (dieci attribuiti a Enesidemo, cinque ad Agrippa) che mostrano, caso per caso, l'equivalenza («isosthéneia») delle tesi opposte. La fortuna di questo pensiero è decisiva per la modernità: la riscoperta e la stampa cinquecentesca di Sesto Empirico alimentano la «crisi pirroniana», da Montaigne (il cui motto «Que sais-je?» rilancia l'epoché) alla reazione di Cartesio, che assume il dubbio scettico solo per rovesciarlo nella certezza del «cogito», fino allo «scetticismo mitigato» di Hume. Lo scetticismo antico non è insomma un vicolo cieco, ma il grande pungolo che costringe la ragione a interrogarsi sui propri fondamenti.
Ripasso attivo
Spiega in che senso, per lo scetticismo pirroniano, la sospensione del giudizio (epoché) conduce all'atarassia, e confronta questa via alla felicità con quelle proposte dall'epicureismo e dallo stoicismo.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Le ipostasi plotiniane: emanazione e ritorno
Costruisci un paragrafo argomentativo in cui sostieni la tesi secondo cui il neoplatonismo di Plotino rappresenta il ponte tra la filosofia greca e il pensiero cristiano-medievale, portando almeno tre elementi a sostegno.
Si apre dichiarando la tesi: il sistema di Plotino, pur radicato nella tradizione greca, fornisce gli strumenti concettuali che il pensiero cristiano farà propri.
L'Uno, principio assoluto, infinito e ineffabile, al di là dell'essere, anticipa la concezione di un Dio trascendente e indicibile (teologia negativa), ripresa nella patristica e nella mistica medievale.
La struttura gerarchica che fa discendere il molteplice da un principio unico offre un modello di ordine del reale che il cristianesimo reinterpreterà (pur sostituendo all'emanazione necessaria la creazione libera dal nulla).
Il tema dell'anima esiliata che, attraverso la purificazione interiore, risale fino all'unione mistica con l'Uno prefigura l'itinerario dell'anima verso Dio, centrale in Agostino e nella spiritualità medievale.
Si conclude ribadendo la tesi e segnalando l'influsso diretto su Agostino, che adottò categorie neoplatoniche per pensare l'interiorità e la trascendenza di Dio.
Risultato: Per l'Uno trascendente, la derivazione gerarchica del molteplice e il ritorno dell'anima a Dio — con il decisivo influsso su Agostino — il neoplatonismo plotiniano costituisce il vero ponte concettuale tra la filosofia antica e il pensiero cristiano-medievale.
Errori frequenti
Approfondimento
Il problema speculativo da mettere a fuoco è come il molteplice possa derivare da un principio assolutamente semplice senza che questo si alteri o si «decida» a produrre. La risposta di Plotino è la «processione» necessaria e atemporale: l'Uno, per la sua stessa sovrabbondanza, «trabocca» come la sorgente o irradia come il sole, senza volerlo e senza sminuirsi; ogni ipostasi si costituisce «volgendosi a contemplare» ciò che la precede. È una derivazione per necessità di natura, non per libera scelta: qui sta la differenza incolmabile con la «creazione dal nulla» cristiana, che è atto libero e temporale di un Dio personale. Proprio questa differenza rende la ricezione cristiana del neoplatonismo un'operazione di traduzione e trasformazione, non di semplice adozione. Agostino, nel VII libro delle «Confessioni», racconta di aver letto «i libri dei platonici» e di avervi trovato che «in principio era il Verbo», ma non che «il Verbo si fece carne»: il neoplatonismo gli offre gli strumenti per pensare Dio come realtà spirituale e il male come «privazione», ma la novità dell'incarnazione resta cristiana. Attraverso lo Pseudo-Dionigi l'Areopagita — che trasferisce nel cristianesimo la teologia negativa e la gerarchia dell'essere — questa eredità plasmerà tutto il Medioevo, da Giovanni Scoto Eriugena alla mistica renana, fino a Tommaso e a Cusano. Il neoplatonismo è così, insieme, l'ultima parola della filosofia greca e una delle matrici concettuali della teologia occidentale.
Ripasso attivo
Illustra la dottrina plotiniana delle tre ipostasi e dell'emanazione, e spiega per quali ragioni il neoplatonismo è considerato il ponte fra la filosofia antica e il pensiero cristiano-medievale.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)) · Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Riferimenti e fonti