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Filosofia medievale: patristica e scolastica

Il pensiero medievale nasce dall'incontro fra la rivelazione cristiana e l'eredità della filosofia greca: il suo problema-guida è il rapporto fra «fede» e «ragione». Questo appunto percorre la patristica (con Agostino di Ippona come vertice), la nascita della Scolastica e la querelle degli universali, la grande sintesi di Tommaso d'Aquino con le cinque vie, fino alla crisi tardo-medievale del nominalismo di Ockham. L'obiettivo è imparare a riconoscere come una verità creduta venga sottoposta ad argomentazione razionale e a padroneggiare il lessico tecnico della metafisica medievale.

5 sezioni·~25 min di lettura·3 competenze·Livello Base 1 · Standard 2 · Approfondimento 2·Verificato · 07/2026

T·0444 / 16
Profilo d’esame
Analizzare il rapporto fra rivelazione e argomentazione razionale nelle prove dell'esistenza di DioUtilizzare il lessico tecnico della metafisica medievale (essenza/esistenza, universali, analogia)Ricostruire un dibattito storico-teorico (la querelle degli universali) cogliendone le posizioni in campo
Operatori:spiegaanalizzaconfrontaricostruiscigiustificaillustracommentaclassifica

livello base

A tutti gli indirizzi è richiesto di conoscere il problema fede-ragione, la figura di Agostino, la querelle degli universali e le cinque vie di Tommaso, sapendone ricostruire le tesi essenziali e il lessico fondamentale.

livello avanzato

Negli indirizzi con maggior monte ore (in particolare il Liceo Classico e il Liceo delle Scienze Umane) si approfondiscono la struttura argomentativa delle singole prove (ontologica e cosmologiche), il rapporto essenza/esistenza e l'analogia dell'essere, e la portata teorica del nominalismo e del «rasoio» di Ockham.

Profondità

Profondità di lettura: Approfondimento

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Contenuti · 5 sezioni▾
  1. Filosofia medievale: patristica e scolastica
    • 01Fede e ragione: il quadro del problema○
    • 02La patristica e Agostino◐
    • 03Nascita della Scolastica e querelle degli universali◐
    • 04Tommaso d'Aquino e la sintesi tomista●
    • 05La crisi tardo-medievale e il nominalismo●
§ 01

Fede e ragione: il quadro del problema#

●○○BaseLPOSA-filosofia-medievale-patristica-scolastica

Lo spettro fede-ragione nel pensiero medievale

Lo spettro fede-ragione nel pensiero medievaleGrafo, Agostino: credo ut intelligam → Anselmo: fides quaerens intellectum, Anselmo: fides quaerens intellectum → Tommaso: distingue, non separa, Tommaso: distingue, non separa → Ockham: fede e ragione distinteAgostino: credout intelligamAnselmo: fidesquaerensintellectumTommaso:distingue, nonseparaOckham: fede eragione distinte
Fig. 1Dallo spettro «ragione dentro la fede» (platonismo-agostiniano) alla riscoperta di Aristotele: la ragione acquista via via autonomia, fino alla separazione di Ockham.

Punti chiave

La filosofia medievale si sviluppa lungo circa un millennio, dalla tarda antichità all'autunno del Medioevo, e ha un baricentro inconfondibile: il rapporto fra «fede» (la verità accolta per rivelazione, custodita dalla Chiesa) e «ragione» (la verità raggiunta con la sola argomentazione filosofica, eredità del pensiero greco). Tutto il pensiero medievale può essere letto come una serie di risposte diverse a un'unica domanda: in che misura la ragione può comprendere, fondare o anche solo accompagnare ciò che la fede crede?
Le posizioni storiche si dispongono lungo uno spettro. All'estremo della massima fiducia nella ragione sta la formula agostiniana e anselmiana del «credo ut intelligam» («credo per comprendere»): la fede è il punto di partenza, ma la mente è poi chiamata a penetrarne razionalmente i contenuti, fino al programma di Anselmo della «fides quaerens intellectum» (la fede che cerca l'intelligenza). All'estremo opposto, nel tardo Medioevo, sta la netta separazione di Guglielmo di Ockham: le verità di fede non sono dimostrabili e appartengono all'ambito della rivelazione, mentre la ragione si occupa di ciò che è empiricamente e logicamente accessibile.
Una posizione intermedia ed equilibratissima è quella di Tommaso d'Aquino, che distingue senza separare: esistono «preamboli della fede» (come l'esistenza di Dio) che la ragione può dimostrare da sé, e «misteri» (come la Trinità o l'Incarnazione) che eccedono la ragione e si accolgono solo per rivelazione. Per Tommaso fede e ragione non possono contraddirsi, perché entrambe procedono da Dio: la filosofia diventa «ancilla theologiae», serva della teologia, ma è una serva nobile e autonoma nel proprio campo.
Sul piano storico-culturale, due eredità antiche alimentano questo dibattito. La prima è il «platonismo» mediato dal neoplatonismo di Plotino e Agostino, dominante fino al XII secolo: privilegia l'interiorità, l'illuminazione e la trascendenza delle idee. La seconda è l'«aristotelismo», riscoperto in Occidente fra XII e XIII secolo attraverso le traduzioni dall'arabo e dal greco e i commenti di Avicenna e Averroè: introduce un metodo rigoroso, la logica e una fisica del mondo naturale, e impone alla Scolastica il compito di conciliare Aristotele con il cristianesimo.
Esempio svolto

Confronto guidato fra «credo ut intelligam» e la distinzione tomista

Confronta la posizione agostiniana del «credo ut intelligam» con la distinzione tomista fra preamboli della fede e misteri, individuando la tesi comune e la differenza di metodo.

  1. 01Chiarire la formula agostiniana

    In Agostino la fede è il presupposto: si crede per poter poi comprendere. La ragione non fonda la fede, ma la illumina dall'interno; senza l'adesione iniziale non si accede alla verità.

  2. 02Chiarire la distinzione tomista

    Tommaso distingue ciò che la ragione può dimostrare da sé (i preamboli: esistenza e unicità di Dio) da ciò che la eccede (i misteri: Trinità, Incarnazione), accessibili solo per rivelazione.

  3. 03Individuare la tesi comune

    Entrambi escludono il conflitto fra fede e ragione: la verità è una sola e proviene da Dio, perciò ragione e rivelazione non possono contraddirsi.

  4. 04Individuare la differenza di metodo

    In Agostino la ragione opera sempre all'interno dell'orizzonte della fede; in Tommaso la ragione ha un ambito proprio e autonomo (i preamboli) che dimostra senza presupporre la fede.

Risultato: La tesi comune è la non-contraddizione fra fede e ragione; la differenza sta nel grado di autonomia riconosciuto alla ragione, minimo in Agostino (interiore alla fede) e più ampio in Tommaso (un dominio razionale proprio).

Obiettivo Maturità

  • Sapere collocare i singoli autori sullo spettro fede-ragione (Agostino e Anselmo: «credo ut intelligam»; Tommaso: distinzione-non-separazione; Ockham: separazione) è la domanda di colloquio più ricorrente su questo nucleo.
  • Al colloquio è premiata la capacità di mostrare il «metodo» del pensiero medievale: non opporre fede e ragione come blocchi, ma ricostruire come ciascun autore ne articoli il rapporto con un proprio lessico tecnico.

Errori frequenti

  • Ridurre tutto il Medioevo a «età di fede contro ragione» o «secoli bui»: è un cliché storiografico falso, perché il Medioevo elabora una delle più sofisticate tradizioni argomentative dell'Occidente.
  • Confondere «credo ut intelligam» (Agostino, Anselmo: la fede precede e guida la comprensione) con il razionalismo moderno, in cui è invece la ragione autonoma a fondare ogni verità.

Approfondimento

Per cogliere la posta storica del problema conviene guardare a tre snodi. Primo, la trasmissione di Aristotele all'Occidente non fu affatto diretta: passò attraverso la grande mediazione della filosofia islamica ed ebraica. Al-Fārābī e soprattutto Avicenna (Ibn Sīnā) rielaborarono la metafisica aristotelica (con quella distinzione essenza/esistenza che erediterà Tommaso), mentre Averroè (Ibn Rušd) ne fu «il Commentatore» per eccellenza; Mosè Maimonide, dal versante ebraico, affrontò il medesimo problema del rapporto fra Legge rivelata e filosofia nella «Guida dei perplessi». Senza questo travaso, la Scolastica del XIII secolo sarebbe impensabile. Secondo, il conflitto esplose con l'«averroismo latino» (Sigieri di Brabante): l'idea, attribuita a questa corrente, di una «doppia verità» — ciò che è vero in filosofia potrebbe essere falso in teologia e viceversa — fu percepita come una minaccia mortale e provocò la solenne condanna del 1277 del vescovo di Parigi Étienne Tempier, che mise all'indice 219 proposizioni. Terzo, va còlto il dato istituzionale: è nel Medioevo che nasce l'«università» (Bologna, Parigi, Oxford) e con essa un metodo pubblico e regolato di controversia, la «disputatio». Il rapporto fede-ragione non è dunque un'astrazione, ma il motore di una civiltà del sapere argomentato, che smentisce alla radice il cliché dei «secoli bui».

Ripasso attivo

Spiega in che senso la formula «credo ut intelligam» esprima il rapporto fra fede e ragione nella patristica e confrontala con la distinzione tomista fra «preamboli della fede» e «misteri», indicando in che cosa le due impostazioni convergono e in che cosa divergono.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 02

La patristica e Agostino#

●●○StandardLPOSA-filosofia-medievale-patristica-scolastica

Agostino: i nuclei del pensiero

Agostino: i nuclei del pensieroGrafo, Agostino (354–430) → Verità interiore e illuminazione, Agostino (354–430) → Il tempo: distentio animi, Agostino (354–430) → Male e libertà: privatio boni, Agostino (354–430) → Le due città: amor sui / amor DeiAgostino(354–430)Verità interioree illuminazioneIl tempo:distentio animiMale e libertà:privatio boniLe due città:amor sui /amorDei

Punti chiave

La «patristica» è il pensiero dei Padri della Chiesa (dal II al VII-VIII secolo), impegnati a elaborare razionalmente i contenuti della fede cristiana e a confrontarsi con la cultura filosofica greca. Il vertice della patristica latina è Agostino di Ippona (354-430 d.C.), la cui opera fonde l'eredità neoplatonica con la rivelazione cristiana e segna per secoli la teologia e la filosofia occidentali; le sue opere maggiori sono le «Confessioni» (autobiografia spirituale e meditazione filosofica) e «La città di Dio».
Contro lo scetticismo accademico, Agostino fonda la certezza nella «verità interiore». Anche se mi inganno, è certo che esisto: «si fallor, sum» («se mi inganno, esisto»). La verità non si trova fuori, ma dentro: «Noli foras ire, in te ipsum redi» («Non andare fuori, rientra in te stesso»). La mente, però, non genera la verità: la riconosce perché illuminata da Dio, secondo la «teoria dell'illuminazione», erede cristiana delle idee platoniche.
Celebre è l'analisi del «tempo» nel libro XI delle «Confessioni». Il tempo è un enigma: «Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più». Passato e futuro non esistono in sé; esiste solo il presente, ma come triplice presente nell'anima: «memoria» del passato, «attenzione» del presente, «attesa» del futuro. Il tempo è dunque una «distensione dell'anima» («distentio animi»), una misura interiore e non una realtà cosmica esterna.
Sul piano etico e teologico, Agostino affronta il problema del «male» e del «libero arbitrio». Contro i manichei, nega che il male sia una sostanza: il male è «privatio boni», privazione di bene, e nasce dal cattivo uso della libertà della volontà. Sul piano della storia, «La città di Dio» oppone la «città terrena» (fondata sull'amore di sé fino al disprezzo di Dio) alla «città di Dio» (fondata sull'amore di Dio fino al disprezzo di sé): due «amori» che intrecciano la storia umana fino al giudizio finale.

Il tempo come triplice presente dell'anima

Il tempo come triplice presente dell'animaTabella con 2 colonne e 3 righe, Dati: Dimensione · Nell’anima; Passato · memoria; Presente · attenzione; Futuro · attesaDIMENSIONENELL’ANIMAPassatomemoriaPresenteattenzioneFuturoattesa
Fig. 3Passato e futuro non esistono in sé: sono presenti nell'anima come memoria e attesa; il presente proprio è l'attenzione (distentio animi, Confessioni XI).
Esempio svolto

Analisi guidata: «si fallor, sum» e il «cogito» cartesiano

Spiega la struttura argomentativa del «si fallor, sum» agostiniano e confrontalo con il «cogito ergo sum» di Cartesio, indicando somiglianze e differenza di prospettiva.

  1. 01Ricostruire l'argomento

    Lo scettico dubita di tutto; ma se anche mi ingannassi, dovrei comunque esistere per ingannarmi. L'errore stesso prova l'esistenza del soggetto: dunque «si fallor, sum».

  2. 02Individuare la certezza

    La prima certezza incrollabile è l'esistenza dell'io pensante, che resiste anche al dubbio più radicale: una verità interiore, non sensibile.

  3. 03Confrontare con Cartesio

    Cartesio (XVII sec.) ripropone una struttura analoga: anche se un genio ingannatore mi inganna, io che penso esisto («cogito ergo sum»).

  4. 04Cogliere la differenza

    In Agostino la certezza dell'io è una tappa verso Dio, sorgente della verità che illumina la mente; in Cartesio è il fondamento autonomo di un sistema razionale moderno.

Risultato: Le due tesi condividono la struttura (il dubbio si rovescia in certezza dell'io), ma divergono nel fine: in Agostino interiorità che conduce a Dio, in Cartesio fondamento del metodo razionale moderno.

Obiettivo Maturità

  • Il «si fallor, sum» va saputo esporre come anticipazione cristiana e «interiore» della certezza dell'io: è un classico parallelo richiesto con il «cogito» cartesiano (somiglianza nella struttura, differenza nel fine teologico).
  • L'analisi agostiniana del tempo come «distensione dell'anima» è uno dei testi più amati al colloquio: occorre ricordare il triplice presente (memoria/attenzione/attesa) e la natura interiore del tempo.

Errori frequenti

  • Presentare il male agostiniano come una «sostanza» o un principio autonomo: per Agostino il male non ha essere proprio, è privazione di bene («privatio boni»).
  • Confondere le due «città» con due luoghi o istituzioni storiche (la Chiesa e lo Stato): sono invece due «amori» e due orientamenti spirituali che attraversano ogni epoca.

Approfondimento

Due approfondimenti sono particolarmente ricchi. Il primo è il confronto, quasi obbligato al colloquio, fra il «si fallor, sum» agostiniano e il «cogito» cartesiano. La struttura è affine: entrambi trovano nell'atto stesso del dubitare o dell'ingannarsi la prova indubitabile di esistere. Ma la funzione è opposta: in Agostino la certezza dell'io è un gradino dell'ascesa interiore verso Dio («in interiore homine habitat veritas», nell'uomo interiore abita la verità), non il primo principio di un sistema; in Cartesio, dodici secoli dopo, il «cogito» è il fondamento archimedeo su cui edificare autonomamente tutto il sapere. Riconoscere la somiglianza senza appiattire la differenza è la mossa critica premiante. Il secondo approfondimento è la questione di «grazia e libero arbitrio», al centro della controversia con Pelagio: contro la tesi pelagiana che l'uomo possa salvarsi con le sole proprie forze, Agostino afferma il peccato originale, la debolezza della volontà ferita e il primato della grazia divina, fino alle ardue tesi sulla predestinazione. È un nodo che percorrerà tutta la storia cristiana: l'«agostinismo» riaffiora nella Riforma protestante (Lutero era un monaco agostiniano e riprende il primato della grazia) e nel giansenismo del Seicento, mostrando quanto la meditazione di Agostino sulla volontà e sul male abbia plasmato la coscienza occidentale ben oltre il Medioevo.

Ripasso attivo

Analizza la concezione agostiniana del tempo come «distentio animi» nel libro XI delle «Confessioni», spiegando perché passato e futuro esistono solo nel presente dell'anima e quale ruolo abbiano memoria, attenzione e attesa.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 03

Nascita della Scolastica e querelle degli universali#

●●○StandardLPOSA-filosofia-medievale-patristica-scolastica

Le tre posizioni sugli universali

Le tre posizioni sugli universaliGrafo, Querelle degli universali → Realismo estremo: ante rem (Champeaux), Querelle degli universali → Realismo moderato: in re (Tommaso), Querelle degli universali → Nominalismo: solo nomi (Ockham)Querelle degliuniversaliRealismoestremo: anterem (Champeaux)Realismomoderato: in re(Tommaso)Nominalismo:solo nomi(Ockham)
Fig. 4Che statuto hanno i concetti generali (es. «uomo»)? Dal realismo estremo (l'universale ante rem, prima delle cose) al nominalismo (esistono solo gli individui; l'universale è flatus vocis).

Punti chiave

La «Scolastica» è la filosofia insegnata nelle «scholae» (le scuole monastiche e cattedrali, poi le università) fra l'XI e il XIV secolo. Il suo «metodo» è rigorosamente argomentativo: si parte da una «quaestio» (un problema), si raccolgono le tesi favorevoli e contrarie con le rispettive «auctoritates» (Bibbia, Padri, Aristotele), si svolge la «disputatio» e si giunge alla «determinatio» (la soluzione), confutando infine le obiezioni. La «Summa Theologiae» di Tommaso è la forma più perfetta di questo metodo.
Il grande dibattito teorico della Scolastica è la «querelle degli universali»: che cosa sono i concetti generali (uomo, animale, bianchezza, umanità)? Esistono realmente, o sono solo nomi? Il problema, posto da una frase di Porfirio commentata da Boezio, attraversa tutto il Medioevo perché tocca il rapporto fra pensiero, linguaggio e realtà.
Le risposte si dispongono in tre famiglie. Il «realismo estremo» (di ispirazione platonica, Guglielmo di Champeaux) sostiene che gli universali esistono «ante rem», prima delle cose, come realtà sussistenti. Il «realismo moderato» (di ispirazione aristotelica, Tommaso) afferma che l'universale esiste «in re», nella cosa, come forma, ed è poi astratto dalla mente «post rem»: «universalia in rebus». Il «nominalismo» (Roscellino, poi Ockham) nega ogni realtà all'universale: esistono solo gli individui, e l'universale è un «flatus vocis», un semplice nome, o un segno mentale.
Una figura centrale di questo passaggio è Anselmo d'Aosta (1033-1109), padre della Scolastica. Nel «Proslogion» formula l'«argomento ontologico» per l'esistenza di Dio: Dio è «id quo maius cogitari nequit» («ciò di cui non si può pensare il maggiore»). Ma ciò che esiste solo nel pensiero è minore di ciò che esiste anche nella realtà; dunque, se Dio è il massimo pensabile, deve esistere anche nella realtà, altrimenti se ne potrebbe pensare uno maggiore (quello realmente esistente), il che è contraddittorio. È una prova «a priori», che procede dal solo concetto di Dio.
Esempio svolto

Ricostruzione dell'argomento ontologico di Anselmo

Illustra l'argomento ontologico del «Proslogion» di Anselmo, presentando ciascun passaggio, e indica l'obiezione di Gaunilone.

  1. 01Definire Dio

    Dio è «id quo maius cogitari nequit», ciò di cui non si può pensare il maggiore. Anche lo «stolto» che nega Dio comprende questa definizione, dunque Dio esiste almeno nell'intelletto.

  2. 02Confrontare esistenza mentale e reale

    Ciò che esiste sia nell'intelletto sia nella realtà è maggiore di ciò che esiste nel solo intelletto: l'esistenza reale è una perfezione.

  3. 03Trarre la conclusione

    Se il massimo pensabile esistesse solo nell'intelletto, se ne potrebbe pensare uno maggiore (quello realmente esistente): contraddizione. Dunque Dio esiste anche nella realtà.

  4. 04Riportare l'obiezione di Gaunilone

    Gaunilone replica: allo stesso modo potrei «dimostrare» l'esistenza di un'isola perfetta, il che è assurdo. Anselmo risponde che l'argomento vale solo per l'essere necessario e massimo, non per cose contingenti.

Risultato: L'argomento è una prova «a priori»: dal solo concetto di Dio come massimo pensabile si inferisce la sua esistenza reale; la critica di Gaunilone mostra il rischio di applicarlo a enti contingenti, distinzione che Anselmo difende.

Obiettivo Maturità

  • Bisogna saper esporre con precisione le tre posizioni sugli universali e i rispettivi slogan latini: «ante rem» (realismo estremo), «in re» (realismo moderato), nomi/«flatus vocis» (nominalismo).
  • L'argomento ontologico di Anselmo è frequentissimo: va saputo ricostruire come prova «a priori» (dal concetto all'esistenza) e va ricordata l'obiezione di Gaunilone (l'isola perfetta) e, più avanti, di Kant (l'esistenza non è un predicato).

Errori frequenti

  • Invertire gli slogan degli universali: «in re» è il realismo moderato aristotelico-tomista, non il realismo estremo platonico, che è «ante rem».
  • Presentare l'argomento ontologico come prova «a posteriori» dall'esperienza: è invece «a priori», fondato solo sull'analisi del concetto di Dio (a differenza delle cinque vie tomiste).

Approfondimento

L'argomento ontologico di Anselmo merita una ricostruzione formale, perché è uno dei ragionamenti più discussi della storia della filosofia. Premessa 1: con «Dio» intendiamo «ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore» («id quo maius cogitari nequit»). Premessa 2: anche l'ateo (lo «stolto» del Salmo) capisce queste parole, dunque quel Dio esiste almeno «nell'intelletto». Premessa 3: ciò che esiste nell'intelletto e anche nella realtà è maggiore di ciò che esiste solo nell'intelletto. Conclusione: se il massimo pensabile esistesse solo nell'intelletto, se ne potrebbe pensare uno maggiore (quello realmente esistente) — contraddizione; dunque Dio esiste anche nella realtà. La forza dell'argomento è passare «a priori» dal concetto all'esistenza. Già il monaco Gaunilone obiettò con l'«isola perfetta»: con lo stesso schema si «dimostrerebbe» l'esistenza dell'isola più bella pensabile, il che è assurdo. Ma l'obiezione classica e decisiva sarà di Kant: «l'esistenza non è un predicato reale», non aggiunge nulla al concetto (cento talleri pensati e cento talleri reali hanno lo stesso «contenuto»); dal solo concetto non si può quindi estrarre l'esistenza. L'argomento ebbe una fortuna sorprendente: ripreso da Cartesio e «perfezionato» da Leibniz (che vi aggiunge la prova della non-contraddittorietà del concetto di Dio), demolito da Kant, è stato rilanciato nel Novecento in forma «modale». Un caso esemplare di come un argomento filosofico non muoia mai del tutto.

Ripasso attivo

Ricostruisci la querelle degli universali distinguendo realismo estremo, realismo moderato e nominalismo, e spiega per ciascuna posizione che rapporto si stabilisce fra concetto, linguaggio e realtà.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 04

Tommaso d'Aquino e la sintesi tomista#

●●●ApprofondimentoLPOSA-filosofia-medievale-patristica-scolastica

Le cinque vie di Tommaso

Le cinque vie di TommasoGrafo, 1. Moto → Primo Motore immobile → Dio, 2. Causa → Causa prima incausata → Dio, 3. Contingenza → Essere necessario → Dio, 4. Gradi → Massimo di perfezione → Dio, 5. Fine → Intelligenza ordinatrice → Dio1. Moto → PrimoMotore immobile2. Causa → Causaprima incausata3. Contingenza →Esserenecessario4. Gradi →Massimo diperfezione5. Fine →IntelligenzaordinatriceDio
Fig. 5Le cinque vie a posteriori: da un dato dell'esperienza (moto, causa, contingenza, gradi di perfezione, fine) si risale a Dio (Summa Theologiae I, q.2, a.3).

Punti chiave

Tommaso d'Aquino (1225-1274), domenicano, realizza la grande «sintesi» fra l'aristotelismo riscoperto e il cristianesimo. La sua opera maggiore è la «Summa Theologiae». Contro l'averroismo latino (che ammetteva una «doppia verità», una filosofica e una teologica, eventualmente contraddittorie), Tommaso afferma l'armonia di fede e ragione: la verità è una, e la filosofia, autonoma nel suo metodo, è «ancilla theologiae», serva ma non schiava.
La metafisica tomista si fonda sulla distinzione, ripresa dalla tradizione e da Avicenna, fra «essenza» (ciò che una cosa è) ed «esistenza» (l'atto per cui essa è). In ogni creatura essenza ed esistenza sono realmente distinte: una cosa può essere pensata senza che esista. In Dio, e solo in Dio, essenza ed esistenza coincidono: Dio è l'«Ipsum Esse subsistens», l'Essere stesso sussistente, l'unico in cui l'essenza è esistere.
Da questa distinzione discende il problema del linguaggio su Dio. Non possiamo parlarne in modo «univoco» (le parole non hanno per Dio lo stesso senso che per le creature) né del tutto «equivoco» (allora non diremmo nulla): ne parliamo per «analogia». Quando diciamo che Dio è «buono» o «sapiente», queste perfezioni gli appartengono in modo eminente e proporzionato al suo essere infinito. È la dottrina dell'«analogia entis», l'analogia dell'essere.
Le celebri «cinque vie» della «Summa Theologiae» (I, q. 2, a. 3) sono prove «a posteriori» dell'esistenza di Dio: partono dall'esperienza del mondo e risalgono alla sua causa. (1) Dal «moto» al Primo Motore immobile; (2) dalle «cause efficienti» a una Causa prima incausata; (3) dal «contingente» (ciò che può non essere) a un Essere necessario; (4) dai «gradi di perfezione» a un Massimo, causa di ogni perfezione; (5) dall'«ordine e finalità» del mondo a un'Intelligenza ordinatrice. A differenza dell'argomento ontologico di Anselmo, qui non si parte dal concetto, ma dagli effetti sensibili.
creatura: essenza≠esistenzaDio: essenza=esistenza\text{creatura}: \ \text{essenza} \neq \text{esistenza} \qquad \text{Dio}: \ \text{essenza} = \text{esistenza}creatura: essenza=esistenzaDio: essenza=esistenza

essenza/esistenza

In ogni creatura essenza ed esistenza sono realmente distinte (può essere pensata senza esistere); solo in Dio coincidono: Dio è l'Essere stesso sussistente («Ipsum Esse subsistens»).

Esempio svolto

Analisi guidata della prima via (ex motu)

Ricostruisci passo per passo la prima via tomista (dal moto) e spiega perché conduce a un Primo Motore immobile.

  1. 01Constatare il dato di fatto

    Nel mondo qualcosa si muove: il moto è un fatto evidente dell'esperienza. Per Tommaso il «moto» è il passaggio dalla potenza all'atto.

  2. 02Applicare il principio

    Tutto ciò che si muove è mosso da altro: nulla passa dalla potenza all'atto se non per opera di qualcosa di già in atto (il legno freddo diventa caldo solo per opera del fuoco già caldo).

  3. 03Escludere il regresso all'infinito

    Non si può risalire all'infinito nella serie dei motori mossi, perché senza un primo motore non vi sarebbe alcun moto attuale: occorre arrestarsi a un primo termine.

  4. 04Concludere

    Deve esistere un Primo Motore che muove senza essere mosso, puro atto: ed è ciò che tutti chiamano Dio.

Risultato: La prima via parte dal moto come passaggio potenza-atto, esclude il regresso all'infinito e conclude all'esistenza di un Primo Motore immobile, puro atto, identificato con Dio.

Obiettivo Maturità

  • Le cinque vie vanno sapute elencare ordinatamente con il loro punto di partenza (moto, causa, contingenza, gradi, fine): è la richiesta-tipo, spesso con il confronto «a posteriori» (Tommaso) vs «a priori» (Anselmo).
  • La distinzione essenza/esistenza e l'analogia dell'essere sono il cuore della metafisica tomista: al colloquio è valutata la capacità di spiegare perché solo in Dio essenza ed esistenza coincidono («Ipsum Esse»).

Errori frequenti

  • Scambiare le cinque vie per l'argomento ontologico: le vie sono «a posteriori» (dall'effetto alla causa), l'ontologico è «a priori» (dal concetto all'esistenza).
  • Affermare che per Tommaso si possa parlare di Dio in modo «univoco»: il discorso su Dio è «analogico», né univoco né puramente equivoco.

Approfondimento

Poiché la prima via («ex motu») è già ricostruita a parte, conviene mettere a fuoco la struttura logica comune alle prime tre vie e il loro nervo metafisico. Tutte muovono da un dato d'esperienza (il moto, la causalità efficiente, la contingenza) e risalgono a un termine primo. Il passaggio più delicato è il rifiuto del «regresso all'infinito»: Tommaso non nega che possa esistere una serie temporale infinita (ammette anzi che il mondo POTREBBE essere eterno), ma nega l'infinità in una serie di cause «ordinate per sé» («per se»), cioè simultaneamente dipendenti l'una dall'altra qui e ora — come una catena di anelli che regge un peso: senza un primo anello, l'intera catena non regge. È questa dipendenza attuale, non la successione temporale, a esigere un primo. Il cuore originale del tomismo è però la distinzione reale fra «essenza» ed «esistenza»: in ogni creatura l'essere è «ricevuto» e limitato dall'essenza, mentre Dio è «Ipsum Esse subsistens», l'Essere stesso in cui essenza ed esistenza coincidono — tesi di radice avicenniana, contestata da Averroè, che dà alle cinque vie il loro vero fondamento (Dio come atto d'essere, non solo come primo anello di una catena). Le obiezioni classiche verranno dall'età moderna: Hume negherà che dagli effetti si possa inferire con necessità una Causa prima, e Kant sosterrà che ogni prova cosmologica presuppone di nascosto l'argomento ontologico, saltando indebitamente dal mondo all'assoluto.

Ripasso attivo

Illustra le cinque vie tomiste indicando per ciascuna il punto di partenza nell'esperienza e il termine a cui conduce, e spiega perché sono prove «a posteriori» a differenza dell'argomento ontologico di Anselmo.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 05

La crisi tardo-medievale e il nominalismo#

●●●ApprofondimentoLPOSA-filosofia-medievale-patristica-scolastica

Dalla sintesi tomista alla separazione nominalista

Dalla sintesi tomista alla separazione nominalistaTabella con 3 colonne e 3 righe, Dati: Aspetto · Tommaso · Ockham; Fede-ragione · in armonia · separate; Universali · in re (mod.) · solo individui; Dio · dimostrabile · non dimostrabileASPETTOTOMMASOOCKHAMFede-ragionein armoniaseparateUniversaliin re (mod.)solo individuiDiodimostrabilenon dimostrabile
Fig. 6Ockham applica il «rasoio» (non moltiplicare gli enti senza necessità) e separa fede e ragione: verso l'autonomia dell'indagine e il pensiero moderno.

Punti chiave

Fra la fine del XIII e il XIV secolo la grande sintesi tomista entra in crisi: si allenta la fiducia nella capacità della ragione di dimostrare razionalmente i contenuti della fede, e si afferma una nuova attenzione all'individuale, all'empirico e alla potenza assoluta di Dio. I protagonisti di questa svolta sono Duns Scoto e, soprattutto, Guglielmo di Ockham.
Giovanni Duns Scoto (1265-1308), il «Doctor subtilis», pur restando nell'alveo realista, valorizza l'individuo: il principio di individuazione è l'«haecceitas» («questità»), ciò che fa di un ente «questo» determinato e irripetibile. Sottolinea inoltre il primato della «volontà» (anche divina) sull'intelletto e la libertà di Dio: prepara così il terreno alla svolta nominalista, restringendo progressivamente l'ambito di ciò che la ragione può dimostrare.
Guglielmo di Ockham (circa 1285-1347), il «Venerabilis Inceptor», porta a compimento il nominalismo. Esistono solo gli individui; gli universali non hanno alcuna realtà, sono «termini» o segni mentali che stanno per più individui. Di qui il celebre «rasoio di Ockham», principio di economia: «non bisogna moltiplicare gli enti senza necessità» («entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem»). A parità di spiegazione, va scelta la più semplice; le entità superflue (le essenze realmente esistenti) vanno «tagliate».
La conseguenza è una netta separazione di fede e ragione. Per Ockham le verità di fede (esistenza di Dio compresa) non sono dimostrabili razionalmente, ma si accolgono per fede; la ragione si concentra sulla conoscenza degli individui e sulla logica. Insistendo sulla «potentia Dei absoluta» (l'onnipotenza di Dio, non vincolata da necessità razionali) e sul valore della conoscenza intuitiva del singolare, Ockham apre la strada all'autonomia dell'indagine empirica e segna la fine dell'equilibrio della Scolastica classica.
Esempio svolto

Applicazione guidata del «rasoio di Ockham»

Spiega in che senso il «rasoio di Ockham» conduca a negare la realtà degli universali, ricostruendo il ragionamento passo per passo.

  1. 01Enunciare il principio

    «Non bisogna moltiplicare gli enti senza necessità»: a parità di capacità esplicativa, va scelta l'ipotesi che postula meno entità.

  2. 02Applicarlo agli universali

    Per spiegare la conoscenza e il linguaggio bastano gli individui reali e i segni mentali che li rappresentano: non occorre postulare universali realmente esistenti.

  3. 03Tagliare l'entità superflua

    Poiché l'universale-realtà non è necessario alla spiegazione, esso va eliminato come ente superfluo: resta un semplice termine, un segno.

  4. 04Trarre la conseguenza

    Esistono solo gli individui; l'universale è nominale. Lo stesso criterio di parsimonia restringe ciò che la ragione può affermare, separandola dalla fede.

Risultato: Il rasoio, principio di economia, elimina gli universali come entità superflue: ne risulta il nominalismo (esistono solo individui) e la separazione di fede e ragione, soglia del pensiero moderno.

Obiettivo Maturità

  • Il «rasoio di Ockham» va saputo enunciare come principio di economia («non moltiplicare gli enti senza necessità») e collegato al nominalismo: solo gli individui esistono, gli universali sono segni.
  • È valutata la capacità di mostrare la «svolta»: con Ockham fede e ragione si separano, contro la sintesi tomista — un passaggio-chiave per comprendere l'avvio del pensiero moderno.

Errori frequenti

  • Ridurre il «rasoio di Ockham» a un generico invito alla brevità: è un principio metodologico-metafisico di parsimonia, legato al rifiuto delle entità universali superflue.
  • Attribuire a Ockham la conciliazione di fede e ragione (che è di Tommaso): Ockham le separa, negando la dimostrabilità razionale delle verità di fede.

Approfondimento

L'approfondimento decisivo riguarda il perché la svolta nominalista «apra» la modernità. La chiave è la distinzione fra «potentia Dei absoluta» e «potentia ordinata»: Dio, onnipotente, avrebbe potuto creare qualsiasi ordine (potenza assoluta), ma di fatto ne ha scelto liberamente uno (potenza ordinata). Ne segue una conseguenza gravida di futuro: il mondo è radicalmente «contingente», non necessario; non lo si può dedurre a priori da ragioni eterne, ma va conosciuto così com'è, osservando i fatti individuali. Il nominalismo, negando le essenze universali realmente esistenti, sposta il baricentro del sapere dall'universale dedotto al singolare osservato: proprio ciò di cui avrà bisogno la nuova scienza. Nella stessa direzione lavora il «rasoio», destinato a diventare un canone metodologico permanente della fisica (dall'astronomia alla teoria della relatività) come principio di parsimonia esplicativa. Sul piano storico si consuma la frattura fra la «via antiqua» (realista, tomista e scotista) e la «via moderna» (nominalista, ockhamista), che dividerà le università del Trecento e del Quattrocento; e l'insistenza sulla salvezza per grazia, sganciata dalla necessità razionale, influenzerà la teologia di Lutero, formatosi in ambiente nominalista. Alcuni storici (Hans Blumenberg) hanno letto in questo primato della contingenza e dell'individuale la vera «soglia» che, dissolvendo il cosmo ordinato e necessario dei Greci, rende pensabile la modernità e la sua scienza dell'osservazione.

Ripasso attivo

Spiega il nominalismo di Ockham e il principio del «rasoio», mostrando come da essi derivi la separazione fra fede e ragione, e confronta questo esito con la sintesi tomista.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

Contenuti

Sezione -- / 05

    • 01Fede e ragione: il quadro del problema○
    • 02La patristica e Agostino◐
    • 03Nascita della Scolastica e querelle degli universali◐
    • 04Tommaso d'Aquino e la sintesi tomista●
    • 05La crisi tardo-medievale e il nominalismo●

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Dagli appunti all'allenamento

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Esercitati

Riferimenti e fonti

Fonti

Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)

  • Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento

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