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Nella prima metà dell'Ottocento, contro l'ottimismo razionalistico dell'idealismo hegeliano, due pensatori aprono vie radicalmente nuove. Arthur Schopenhauer rovescia la fiducia nella ragione assoluta proponendo una metafisica della Volontà cieca e irrazionale, sorgente di un dolore inestinguibile da cui ci si libera solo attraverso arte, compassione e ascesi. Søren Kierkegaard sostituisce al «sistema» la categoria dell'esistenza del singolo, fatta di possibilità, scelta, angoscia e disperazione, fino al «salto» paradossale della fede. Insieme inaugurano la riflessione esistenziale e irrazionalistica che attraverserà l'intero pensiero contemporaneo.
5 sezioni~26 min di lettura4 competenzeLivello Base 1 · Standard 2 · Approfondimento 2Verificato · 07/2026
livello base
A tutti gli indirizzi si richiede di conoscere le tesi centrali (Volontà e rappresentazione, vie di liberazione; esistenza, stadi, angoscia, salto della fede) e di saperle confrontare con l'idealismo hegeliano.
livello avanzato
Nel Liceo Classico e nelle Scienze Umane si valorizza l'analisi diretta dei testi (Aut-Aut, Timore e tremore) e l'approfondimento delle radici (Platone, Kant, il cristianesimo paolino-luterano) e degli sviluppi novecenteschi (esistenzialismo, Freud, filosofia della crisi).
Profondità di lettura: Approfondimento
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La duplice reazione antihegeliana
Hegel afferma la razionalità del reale. Spiega come Schopenhauer e Kierkegaard contestano questa tesi, indicando per ciascuno il punto di rottura.
Per Hegel il reale è razionale: la realtà è il dispiegarsi necessario dello Spirito (Idea) e ogni contraddizione è momento da superare nella sintesi. È un pensiero della totalità conciliata e dell'ottimismo storico.
Schopenhauer nega che il fondo del reale sia razionale: dietro il fenomeno c'è una Volontà cieca, irrazionale, senza scopo. Il mondo non è giustificato da alcuna ragione; è dominato dal dolore. Il razionalismo è un'illusione consolatoria.
Kierkegaard non discute la natura ultima del reale, ma denuncia che il sistema, occupandosi dell'universale, omette l'esistente concreto. Il singolo, che deve scegliere e morire, non trova nel sistema alcuna risposta: «un sistema dell'esistenza non può essere dato».
Le due critiche convergono nel rifiuto della razionalità assoluta ma divergono nell'oggetto: Schopenhauer colpisce il CONTENUTO metafisico (cosa è il reale), Kierkegaard la FORMA sistematica (chi è dimenticato dal pensiero).
Risultato: Schopenhauer rovescia Hegel sostituendo alla Ragione del reale la Volontà cieca; Kierkegaard lo rovescia sostituendo al sistema universale l'esistenza del singolo: due reazioni antihegeliane, una metafisica e una esistenziale.
Errori frequenti
Approfondimento
Conviene collocare questa duplice reazione nella più ampia «dissoluzione dell'hegelismo» che segna la metà dell'Ottocento. Il sistema di Hegel, morto l'autore nel 1831, si frantuma in direzioni divergenti: da un lato la scuola si spacca in «Destra» e «Sinistra» hegeliana (fino a Feuerbach e Marx, che rovesciano la dialettica in senso materialistico); dall'altro, ai margini dell'accademia, Schopenhauer e Kierkegaard aprono il fronte «esistenziale» e «irrazionalistico». Ciò che li accomuna, al di là dei bersagli diversi, è il rifiuto del primato hegeliano dell'universale e del concetto: contro la pretesa che il reale sia integralmente «razionale» e risolvibile nel sistema, entrambi rivendicano ciò che nessuna mediazione dialettica può assorbire — il dolore del vivente per Schopenhauer, la scelta del singolo per Kierkegaard. Nasce qui l'opposizione destinata a dominare il Novecento: «esistenza» contro «sistema», il concreto individuale contro il concetto astratto. Va còlta anche la loro sorte storica: entrambi furono isolati e incompresi. Schopenhauer conobbe la fama solo dopo il 1850, quando il crollo delle illusioni rivoluzionarie del 1848 rese ricettivo il suo pessimismo; Kierkegaard, morto quasi sconosciuto nel 1855, fu «riscoperto» dai tedeschi solo a inizio Novecento e divenne allora il padre riconosciuto dell'esistenzialismo. Il termine «irrazionalisti», infine, va usato con cautela: nessuno dei due è nemico del rigore argomentativo; entrambi contestano la pretesa della ragione di esaurire il reale, non l'uso della ragione.
Ripasso attivo
Spiega in che senso Schopenhauer e Kierkegaard rappresentano una «reazione antihegeliana», mostrando con precisione la diversa direzione delle loro critiche al sistema (max 15 righe).
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Il pendolo dell'esistenza: dolore e noia
Ricostruisci il percorso argomentativo con cui Schopenhauer, partendo dalla rappresentazione, perviene alla volontà come cosa in sé.
Il mondo conosciuto è rappresentazione: fenomeno strutturato dalle forme a priori (spazio, tempo, causalità), riassunte nel principio di ragion sufficiente. È il velo di Maya: conosciamo apparenze, non l'essenza.
Resta da sapere che cosa sia il mondo «in sé», al di là del velo. Kant dichiarava il noumeno inconoscibile; Schopenhauer cerca uno spiraglio.
Io non conosco il mio corpo solo dall'esterno (come oggetto), ma lo vivo dall'interno: ogni mia azione è volontà che si fa movimento. Il corpo è «volontà fatta visibile». Qui, e solo qui, tocco la cosa in sé.
Se la mia essenza è volontà, per analogia l'essenza di ogni fenomeno è volontà. Dietro ogni cosa agisce un'unica Volontà di vivere, cieca e senza scopo, che si oggettiva in gradi (forze, piante, animali, uomo).
Risultato: La rappresentazione mostra il fenomeno; il corpo, vissuto dall'interno, rivela la volontà come cosa in sé; per analogia, l'intero mondo è oggettivazione di un'unica Volontà di vivere.
Errori frequenti
Approfondimento
Due approfondimenti affinano la comprensione. Il primo è un'obiezione filosofica alla pretesa di Schopenhauer di «conoscere» la cosa in sé attraverso il corpo. Kant replicherebbe che il volere colto dall'interno ci è pur sempre dato nel «senso interno», cioè nella forma a priori del tempo: è dunque ancora fenomeno, non puro noumeno. Schopenhauer lo ammette a mezza voce (la Volontà è la cosa in sé colta «nel modo più immediato», ma non del tutto «nuda»): resta un punto di fragilità del sistema, perché l'accesso privilegiato al noumeno che egli rivendica non è così limpido come vorrebbe. Il secondo approfondimento riguarda le fonti orientali, che Schopenhauer fu tra i primi in Occidente a valorizzare: lesse le «Upanishad» nella traduzione latina «Oupnek'hat» e assorbì temi del buddhismo (il «velo di Maya», il Nirvana), pur rielaborandoli liberamente entro la propria metafisica. Immensa fu poi la sua influenza culturale: Richard Wagner musicò il pessimismo schopenhaueriano (il «Tristano e Isotta»); il giovane Nietzsche fu suo discepolo entusiasta prima di rovesciarne il pessimismo in affermazione dionisiaca della vita; e la nozione di una Volontà cieca e irrazionale che agisce sotto la coscienza anticipa in modo sorprendente le «pulsioni» dell'inconscio freudiano. Attraverso Thomas Mann, Borges e tanti altri, Schopenhauer è forse il filosofo che più ha nutrito la grande letteratura moderna: segno che il suo pessimismo, al di là della tenuta teorica, ha toccato un nervo profondo dell'esperienza.
Ripasso attivo
Illustra la tesi «il mondo è volontà e rappresentazione», spiegando come Schopenhauer giunge dalla rappresentazione (fenomeno) alla volontà (cosa in sé) e perché ne deriva il dolore (max 20 righe).
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Le tre vie di liberazione dalla volontà
Spiega, con un breve ragionamento argomentato, perché secondo Schopenhauer il suicidio non è una via di liberazione dal dolore.
Liberarsi dal dolore significa liberarsi dalla Volontà di vivere, perché il dolore è effetto del volere. La salvezza è negazione della volontà (noluntas).
Chi si uccide non rinuncia a volere: rifiuta solo le condizioni della propria vita. Vuole ancora la vita, ma diversa; non sopportando la sofferenza, distrugge il fenomeno individuale, non l'essenza.
Il suicidio è dunque un atto di affermazione della volontà, non di negazione: colpisce la manifestazione (il singolo corpo) lasciando intatta la Volontà di vivere, che si oggettiva ovunque.
L'unica via coerente è la noluntas ascetica: spegnere il desiderio dall'interno, non sopprimere il vivente. Solo così si nega davvero la volontà.
Risultato: Il suicidio fallisce perché afferma la volontà invece di negarla: distrugge il fenomeno ma non l'essenza. La vera liberazione è l'ascesi, negazione interiore del volere.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento verte sul significato teorico dell'etica schopenhaueriana e su una sua difficoltà interna. Nel «Fondamento della morale» Schopenhauer polemizza duramente con Kant: la morale non si fonda sulla ragione e sull'imperativo categorico (una «forma» astratta e in fondo egoistica, perché legata al rispetto di sé), ma su un sentimento, la compassione («Mitleid»), il cui principio è «non fare male a nessuno, anzi aiuta tutti per quanto puoi» («neminem laede, imo omnes, quantum potes, iuva»). La compassione ha un fondamento metafisico: chi soffre con l'altro ha intuito, oltre il «velo di Maya», che l'io e il tu sono la medesima Volontà — «tat tvam asi». Per questa fondazione dell'etica sulla partecipazione al dolore di ogni essere senziente, Schopenhauer è considerato un pioniere della considerazione morale degli animali. Resta però una difficoltà che il colloquio esperto sa cogliere: se tutto è manifestazione di un'unica Volontà cieca e necessitante, come può un individuo «negarla» liberamente nell'ascesi? La liberazione sembra esigere un atto di libertà che il sistema, rigorosamente determinista, non dovrebbe ammettere. Schopenhauer parla di un misterioso «capovolgimento» («Umkehr») in cui, nel santo e nell'asceta, la Volontà si rivolge contro se stessa fino a negarsi. È il punto più oscuro e più affascinante del sistema, in cui il pessimismo metafisico sfiora la mistica: la salvezza non è un fare, ma un lasciar cadere il volere, prossimo al silenzio dei mistici e al «nulla» sereno con cui l'opera si chiude.
Ripasso attivo
Descrivi le tre vie di liberazione schopenhaueriane spiegando, per ciascuna, in che modo sospende o nega la volontà di vivere e perché si possono ordinare in modo crescente (max 20 righe).
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Gli stadi dell'esistenza e il salto
Commenta il significato della vicenda di Abramo in «Timore e tremore» e spiega l'espressione «sospensione teleologica dell'etica».
Dio comanda ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco. Sul piano etico universale ciò è un omicidio, il male assoluto; eppure Abramo obbedisce, fidandosi di Dio.
L'etica (la legge morale universale) vieta di uccidere il figlio; la fede esige l'obbedienza assoluta a Dio. I due ordini entrano in conflitto insanabile sul piano razionale.
Abramo «sospende» l'etica universale in vista di un fine (telos) più alto: il rapporto assoluto con l'Assoluto. La morale generale è messa tra parentesi in nome di un dovere singolare verso Dio, incomprensibile agli altri.
La fede è paradosso: il singolo si pone al di sopra dell'universale. Non è giustificabile né comunicabile razionalmente; è un salto vissuto «con timore e tremore», nell'angoscia e nella solitudine del credente.
Risultato: Abramo è il «cavaliere della fede»: sospende l'etica universale in vista del rapporto assoluto con Dio. La fede appare così come paradosso e salto, non come conclusione razionale: il singolo, di fronte a Dio, è più alto dell'universale.
Errori frequenti
Approfondimento
Un approfondimento decisivo riguarda il «metodo» di Kierkegaard, spesso trascurato: la «comunicazione indiretta». Le sue opere maggiori escono sotto «pseudonimi» (Johannes de Silentio, Victor Eremita, Johannes Climacus, Anti-Climacus), che non sono semplici maschere ma «personaggi» che incarnano ciascuno una posizione esistenziale, senza che l'autore la sottoscriva. La verità dell'esistenza, infatti, non può essere «insegnata» come una dottrina oggettiva: il lettore dev'essere provocato a sceglierla in prima persona. Ciò dipende dalla tesi capitale, formulata nella «Postilla conclusiva non scientifica»: «la verità è soggettività». Non nel senso relativistico che ognuno abbia la sua verità, ma nel senso che le verità che contano per l'esistenza (Dio, la fede, il senso della mia vita) non sono conoscenze impersonali, ma richiedono l'appropriazione appassionata del singolo, il suo impegno infinito. È l'esatto rovescio del sapere hegeliano, «oggettivo» e sistematico. Da qui l'immensa fecondità novecentesca: l'«angoscia» come rivelazione della libertà passa in Heidegger (l'«Angst» come apertura dell'Esserci) e in Sartre; le «situazioni-limite» di Karl Jaspers nascono dagli «stadi» kierkegaardiani; e il «paradosso» della fede, lo «scandalo» dell'eterno entrato nel tempo, ispira la teologia dialettica di Karl Barth. Kierkegaard, sconosciuto in vita, diventa così il capostipite riconosciuto tanto dell'esistenzialismo ateo quanto di quello religioso.
Ripasso attivo
Analizza i tre stadi dell'esistenza kierkegaardiani, illustrando per ciascuno la figura emblematica e la ragione del suo fallimento o del suo superamento, e spiega che cosa significa «salto» (max 20 righe).
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Schopenhauer e Kierkegaard a confronto
Componi un paragrafo argomentativo che confronti Schopenhauer e Kierkegaard, con una tesi iniziale, due affinità, due differenze e una conclusione.
Apri con la tesi guida: «Schopenhauer e Kierkegaard, pur muovendo entrambi dal rifiuto dell'idealismo hegeliano, approdano a esiti opposti: l'estinzione dell'io l'uno, la sua salvezza nella fede l'altro».
Prima affinità: entrambi rifiutano la razionalità assoluta del reale e l'ottimismo sistematico. Seconda affinità: entrambi rivalutano la dimensione concreta e individuale (il corpo-volontà, il singolo) e indagano il negativo dell'esistenza.
Prima differenza: il punto di partenza (metafisica della Volontà universale vs categoria del singolo esistente). Seconda differenza: l'esito (noluntas atea che dissolve l'individuo vs fede cristiana che salva il singolo come singolo).
Concludi mostrando l'eredità comune: «Da questa duplice reazione nasce la moderna riflessione sull'esistenza, ripresa nel Novecento dall'esistenzialismo».
Risultato: Un paragrafo coeso: tesi (esiti opposti da una radice comune) → affinità (antihegelismo, valore dell'individuo e del negativo) → differenze (Volontà universale vs singolo; noluntas atea vs fede) → conclusione (la nascita della filosofia dell'esistenza).
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento affina l'analisi della disperazione, la categoria più originale de «La malattia mortale». Kierkegaard vi propone una celebre definizione «strutturale»: l'io è «un rapporto che si rapporta a se stesso», una sintesi di finito e infinito, necessità e possibilità, che deve continuamente equilibrarsi. La disperazione non è dunque un umore, ma uno «squilibrio» ontologico di quel rapporto: se ne danno tre forme di gravità crescente — la disperazione di chi «non sa di avere un io» (inconsapevole), quella di chi «non vuole essere se stesso» (debolezza) e quella di chi «vuole disperatamente essere se stesso» senza Dio (sfida). Paradossalmente la disperazione è universale: quasi tutti la vivono senza saperlo. Questa analisi del sé come relazione ha anticipato temi della psicologia esistenziale novecentesca (da Ludwig Binswanger a Ronald Laing) e della teologia protestante (Paul Tillich, «Il coraggio di esistere»). Sul piano del confronto con Schopenhauer, oltre alle affinità (antihegelismo, primato del concreto, sguardo sul negativo dell'esistenza) e alle differenze note (metafisica della Volontà contro categoria dell'esistenza; noluntas atea contro fede cristiana; io dissolto contro io affermato), conviene cogliere il senso opposto delle due «cure»: Schopenhauer prescrive un'«anestesia» metafisica, l'estinzione del volere e dell'individualità nel nulla sereno dei mistici; Kierkegaard, al contrario, una radicale «intensificazione» della soggettività, l'io che diventa pienamente se stesso solo nel rischio della fede. Di fronte alla stessa disperazione moderna, l'uno indica la via dello spegnersi, l'altro quella dell'ardere.
Ripasso attivo
Confronta Schopenhauer e Kierkegaard mostrando almeno due affinità e due differenze sostanziali, e spiega perché entrambi sono considerati precursori della filosofia dell'esistenza (max 20 righe).
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Riferimenti e fonti