EuraStudy
Appunti/Filosofia/Schopenhauer e Kierkegaard
Appunti · FilosofiaIT · Maturità

Schopenhauer e Kierkegaard

Nella prima metà dell'Ottocento, contro l'ottimismo razionalistico dell'idealismo hegeliano, due pensatori aprono vie radicalmente nuove. Arthur Schopenhauer rovescia la fiducia nella ragione assoluta proponendo una metafisica della Volontà cieca e irrazionale, sorgente di un dolore inestinguibile da cui ci si libera solo attraverso arte, compassione e ascesi. Søren Kierkegaard sostituisce al «sistema» la categoria dell'esistenza del singolo, fatta di possibilità, scelta, angoscia e disperazione, fino al «salto» paradossale della fede. Insieme inaugurano la riflessione esistenziale e irrazionalistica che attraverserà l'intero pensiero contemporaneo.

5 sezioni·~26 min di lettura·4 competenze·Livello Base 1 · Standard 2 · Approfondimento 2·Verificato · 07/2026

T·101010 / 16
Profilo d’esame
Analizzare la critica al sistema e alla razionalità assoluta dell'idealismo hegeliano, cogliendone i presupposti e le conseguenze.Distinguere e utilizzare con proprietà le categorie dell'esistenza (possibilità, scelta, angoscia, disperazione, fede) e quelle della metafisica della volontà (rappresentazione, volontà di vivere, noluntas).Confrontare il pessimismo metafisico di Schopenhauer e l'esistenzialismo religioso di Kierkegaard, riconoscendone affinità antihegeliane e differenze di esito.Ricostruire e valutare un'argomentazione filosofica complessa attraverso l'analisi dei testi e del lessico specifico degli autori.
Operatori:analizzaspiegaconfrontaillustragiustificainterpretacommentaargomenta

livello base

A tutti gli indirizzi si richiede di conoscere le tesi centrali (Volontà e rappresentazione, vie di liberazione; esistenza, stadi, angoscia, salto della fede) e di saperle confrontare con l'idealismo hegeliano.

livello avanzato

Nel Liceo Classico e nelle Scienze Umane si valorizza l'analisi diretta dei testi (Aut-Aut, Timore e tremore) e l'approfondimento delle radici (Platone, Kant, il cristianesimo paolino-luterano) e degli sviluppi novecenteschi (esistenzialismo, Freud, filosofia della crisi).

Profondità

Profondità di lettura: Approfondimento

Testo

Dimensione del testo: Standard

Contenuti · 5 sezioni▾
  1. Schopenhauer e Kierkegaard
    • 01La reazione antihegeliana e la crisi dell'ottimismo razionalistico○
    • 02Schopenhauer: il mondo come volontà e rappresentazione, il dolore◐
    • 03Schopenhauer: le vie di liberazione dal dolore (arte, compassione, ascesi)◐
    • 04Kierkegaard: esistenza, singolo, possibilità e gli stadi dell'esistenza●
    • 05Disperazione, fede e confronto: verso una filosofia dell'esistenza●
§ 01

La reazione antihegeliana e la crisi dell'ottimismo razionalistico#

●○○BaseLPOSA-filosofia-schopenhauer-kierkegaard

La duplice reazione antihegeliana

La duplice reazione antihegelianaGrafo, Sistema hegeliano (razionale = reale) → Schopenhauer: il reale è Volontà cieca, Sistema hegeliano (razionale = reale) → Kierkegaard: il singolo esistenteSistemahegeliano(razionale = re…Schopenhauer: ilreale è VolontàciecaKierkegaard: ilsingoloesistente
Fig. 1Dalla filosofia hegeliana due reazioni: il pessimismo metafisico di Schopenhauer (la Volontà cieca) e l'esistenzialismo religioso di Kierkegaard (il singolo che il sistema dimentica).

Punti chiave

Il punto di partenza comune a Schopenhauer e Kierkegaard è il rifiuto del sistema hegeliano e della sua pretesa di risolvere ogni contraddizione del reale nella razionalità dell'Assoluto. Dove Hegel aveva proclamato che «ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è razionale», entrambi i pensatori denunciano un'illusione: la realtà concreta — il dolore del vivente, l'inquietudine del singolo — sfugge a ogni mediazione dialettica e a ogni conciliazione finale.
Schopenhauer attacca Hegel con virulenza personale e teorica, bollandolo come un «ciarlatano» e un «filosofo di Stato»: alla razionalità del reale oppone l'irrazionalità di fondo del mondo, governato non da uno Spirito che si autorealizza ma da una Volontà cieca e priva di scopo. Il razionalismo hegeliano è per lui un ottimismo consolatorio che maschera la verità del dolore universale.
Kierkegaard rovescia il sistema da un altro versante: contro l'astrazione del «pensatore sistematico», che pretende di abbracciare la totalità ma dimentica di esistere, rivendica la concretezza del «singolo» (den Enkelte). Il sistema hegeliano può forse spiegare l'essenza universale, ma non dice nulla all'individuo posto di fronte alla propria scelta, alla propria angoscia, alla propria morte. «Un sistema dell'esistenza non può essere dato», perché l'esistenza è movimento e decisione, non logica conclusa.
Sul piano storico-culturale, questa duplice reazione riflette la crisi delle certezze dopo il fallimento delle speranze rivoluzionarie e l'avvento di un'epoca disincantata. Schopenhauer e Kierkegaard, isolati e a lungo incompresi dai contemporanei, saranno riscoperti nella seconda metà dell'Ottocento e diventeranno i grandi padri ispiratori della filosofia della crisi e dell'esistenzialismo novecentesco.
Esempio svolto

Distinguere due critiche allo stesso bersaglio

Hegel afferma la razionalità del reale. Spiega come Schopenhauer e Kierkegaard contestano questa tesi, indicando per ciascuno il punto di rottura.

  1. 01Individuare la tesi hegeliana

    Per Hegel il reale è razionale: la realtà è il dispiegarsi necessario dello Spirito (Idea) e ogni contraddizione è momento da superare nella sintesi. È un pensiero della totalità conciliata e dell'ottimismo storico.

  2. 02La rottura schopenhaueriana (piano metafisico)

    Schopenhauer nega che il fondo del reale sia razionale: dietro il fenomeno c'è una Volontà cieca, irrazionale, senza scopo. Il mondo non è giustificato da alcuna ragione; è dominato dal dolore. Il razionalismo è un'illusione consolatoria.

  3. 03La rottura kierkegaardiana (piano esistenziale)

    Kierkegaard non discute la natura ultima del reale, ma denuncia che il sistema, occupandosi dell'universale, omette l'esistente concreto. Il singolo, che deve scegliere e morire, non trova nel sistema alcuna risposta: «un sistema dell'esistenza non può essere dato».

  4. 04Tirare le conclusioni

    Le due critiche convergono nel rifiuto della razionalità assoluta ma divergono nell'oggetto: Schopenhauer colpisce il CONTENUTO metafisico (cosa è il reale), Kierkegaard la FORMA sistematica (chi è dimenticato dal pensiero).

Risultato: Schopenhauer rovescia Hegel sostituendo alla Ragione del reale la Volontà cieca; Kierkegaard lo rovescia sostituendo al sistema universale l'esistenza del singolo: due reazioni antihegeliane, una metafisica e una esistenziale.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: sapere indicare con precisione CONTRO CHE COSA si dirige la reazione (la razionalità assoluta, la dialettica conciliatrice, l'ottimismo storico di Hegel), distinguendo l'attacco metafisico di Schopenhauer da quello esistenziale di Kierkegaard.
  • Focus Esame di Stato: il colloquio premia la collocazione storica corretta — saper spiegare perché entrambi gli autori vanno letti come una svolta rispetto all'idealismo e come premessa del pensiero contemporaneo.

Errori frequenti

  • Confondere la critica di Schopenhauer (di tipo metafisico: la realtà non è razionale ma volontà cieca) con quella di Kierkegaard (di tipo esistenziale: il sistema dimentica il singolo esistente): sono due rifiuti diversi dello stesso bersaglio.
  • Presentare i due autori come «irrazionalisti» nel senso di confusi o nemici di ogni ragionamento: entrambi argomentano con rigore: contestano la pretesa della ragione di esaurire il reale, non l'uso della ragione in sé.

Approfondimento

Conviene collocare questa duplice reazione nella più ampia «dissoluzione dell'hegelismo» che segna la metà dell'Ottocento. Il sistema di Hegel, morto l'autore nel 1831, si frantuma in direzioni divergenti: da un lato la scuola si spacca in «Destra» e «Sinistra» hegeliana (fino a Feuerbach e Marx, che rovesciano la dialettica in senso materialistico); dall'altro, ai margini dell'accademia, Schopenhauer e Kierkegaard aprono il fronte «esistenziale» e «irrazionalistico». Ciò che li accomuna, al di là dei bersagli diversi, è il rifiuto del primato hegeliano dell'universale e del concetto: contro la pretesa che il reale sia integralmente «razionale» e risolvibile nel sistema, entrambi rivendicano ciò che nessuna mediazione dialettica può assorbire — il dolore del vivente per Schopenhauer, la scelta del singolo per Kierkegaard. Nasce qui l'opposizione destinata a dominare il Novecento: «esistenza» contro «sistema», il concreto individuale contro il concetto astratto. Va còlta anche la loro sorte storica: entrambi furono isolati e incompresi. Schopenhauer conobbe la fama solo dopo il 1850, quando il crollo delle illusioni rivoluzionarie del 1848 rese ricettivo il suo pessimismo; Kierkegaard, morto quasi sconosciuto nel 1855, fu «riscoperto» dai tedeschi solo a inizio Novecento e divenne allora il padre riconosciuto dell'esistenzialismo. Il termine «irrazionalisti», infine, va usato con cautela: nessuno dei due è nemico del rigore argomentativo; entrambi contestano la pretesa della ragione di esaurire il reale, non l'uso della ragione.

Ripasso attivo

Spiega in che senso Schopenhauer e Kierkegaard rappresentano una «reazione antihegeliana», mostrando con precisione la diversa direzione delle loro critiche al sistema (max 15 righe).

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 02

Schopenhauer: il mondo come volontà e rappresentazione, il dolore#

●●○StandardLPOSA-filosofia-schopenhauer-kierkegaard

Il pendolo dell'esistenza: dolore e noia

Il pendolo dell'esistenza: dolore e noiaGrafo, Dolore (desiderio, mancanza) → Piacere (breve: cessa il dolore), Piacere (breve: cessa il dolore) → Noia (desiderio appagato), Noia (desiderio appagato) → Dolore (desiderio, mancanza)Dolore(desiderio,mancanza)Piacere (breve:cessa il dolore)Noia (desiderioappagato)
Fig. 2La vita oscilla come un pendolo fra il dolore (bisogno non appagato) e la noia (desiderio appagato); il piacere è solo la breve cessazione del dolore.

Punti chiave

L'opera capitale di Schopenhauer, «Il mondo come volontà e rappresentazione» (1818), si apre con la celebre frase «Il mondo è una mia rappresentazione» (Die Welt ist meine Vorstellung). Recuperando Kant, Schopenhauer afferma che il mondo che conosciamo è fenomeno, ossia rappresentazione del soggetto, ordinato dalle forme a priori dello spazio, del tempo e della causalità — che egli riassume nel principio di ragion sufficiente. Tutto ciò che cogliamo è velo, apparenza: è il «velo di Maya» della tradizione indiana.
A differenza di Kant, però, Schopenhauer ritiene che la cosa in sé (il noumeno) sia conoscibile: una via privilegiata ce la dà il nostro stesso corpo. Mi conosco non solo dall'esterno, come corpo-oggetto fra gli oggetti, ma anche dall'interno, come volontà: ogni mio atto è un atto di volere che si fa visibile nel movimento corporeo. Per analogia, Schopenhauer conclude che l'essenza di tutto il reale, dietro ogni fenomeno, è Volontà (Wille): una Volontà di vivere unica, cieca, irrazionale, eterna, priva di scopo e di fine, che si oggettiva in tutti gli enti, dalle forze della natura fino all'uomo.
Poiché l'essenza del mondo è una volontà che vuole solo se stessa e non ha mai termine, la vita è necessariamente dolore. Il dolore (Schmerz) deriva dalla mancanza: volere significa essere in difetto di ciò che si desidera. Appagato un desiderio, subentra subito un nuovo bisogno, in una catena senza fine; e quando per un istante non si desidera nulla, irrompe la noia (Langeweile). L'esistenza oscilla così «come un pendolo» tra il dolore del bisogno e la noia dell'appagamento: il piacere è solo cessazione momentanea del dolore, non una realtà positiva.
Da qui il pessimismo cosmico di Schopenhauer, che però va inteso bene: non è un umore malinconico ma una tesi metafisica: il dolore è strutturale, radicato nell'essenza volontaristica del reale, non un accidente correggibile dal progresso. Contro l'ottimismo di Leibniz («il migliore dei mondi possibili»), Schopenhauer afferma provocatoriamente che questo è semmai «il peggiore dei mondi possibili». La sofferenza cresce con il grado di coscienza: l'uomo, il più consapevole degli esseri, è anche il più esposto al dolore.
Esempio svolto

Dalla rappresentazione alla volontà: l'argomento del corpo

Ricostruisci il percorso argomentativo con cui Schopenhauer, partendo dalla rappresentazione, perviene alla volontà come cosa in sé.

  1. 01Premessa kantiana

    Il mondo conosciuto è rappresentazione: fenomeno strutturato dalle forme a priori (spazio, tempo, causalità), riassunte nel principio di ragion sufficiente. È il velo di Maya: conosciamo apparenze, non l'essenza.

  2. 02Il problema

    Resta da sapere che cosa sia il mondo «in sé», al di là del velo. Kant dichiarava il noumeno inconoscibile; Schopenhauer cerca uno spiraglio.

  3. 03L'accesso privilegiato: il corpo

    Io non conosco il mio corpo solo dall'esterno (come oggetto), ma lo vivo dall'interno: ogni mia azione è volontà che si fa movimento. Il corpo è «volontà fatta visibile». Qui, e solo qui, tocco la cosa in sé.

  4. 04L'estensione per analogia

    Se la mia essenza è volontà, per analogia l'essenza di ogni fenomeno è volontà. Dietro ogni cosa agisce un'unica Volontà di vivere, cieca e senza scopo, che si oggettiva in gradi (forze, piante, animali, uomo).

Risultato: La rappresentazione mostra il fenomeno; il corpo, vissuto dall'interno, rivela la volontà come cosa in sé; per analogia, l'intero mondo è oggettivazione di un'unica Volontà di vivere.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: padroneggiare la coppia rappresentazione / volontà e la doppia via di accesso (il fenomeno dall'esterno tramite il principio di ragion sufficiente; il noumeno dall'interno tramite il corpo). È il cuore concettuale dell'autore.
  • Focus Esame di Stato: saper definire con precisione dolore, piacere (come negativo: cessazione del dolore) e noia, e illustrare l'immagine del pendolo come argomento del pessimismo.

Errori frequenti

  • Dire che per Schopenhauer la cosa in sé è inconoscibile: questa è la tesi di Kant; Schopenhauer la critica e sostiene che la cosa in sé è la Volontà, accessibile attraverso l'esperienza interna del corpo.
  • Intendere la «Volontà» come volontà cosciente, libera o razionale dell'individuo: la Wille schopenhaueriana è impulso cieco, unico e impersonale, di cui le singole volizioni umane sono solo manifestazioni.

Approfondimento

Due approfondimenti affinano la comprensione. Il primo è un'obiezione filosofica alla pretesa di Schopenhauer di «conoscere» la cosa in sé attraverso il corpo. Kant replicherebbe che il volere colto dall'interno ci è pur sempre dato nel «senso interno», cioè nella forma a priori del tempo: è dunque ancora fenomeno, non puro noumeno. Schopenhauer lo ammette a mezza voce (la Volontà è la cosa in sé colta «nel modo più immediato», ma non del tutto «nuda»): resta un punto di fragilità del sistema, perché l'accesso privilegiato al noumeno che egli rivendica non è così limpido come vorrebbe. Il secondo approfondimento riguarda le fonti orientali, che Schopenhauer fu tra i primi in Occidente a valorizzare: lesse le «Upanishad» nella traduzione latina «Oupnek'hat» e assorbì temi del buddhismo (il «velo di Maya», il Nirvana), pur rielaborandoli liberamente entro la propria metafisica. Immensa fu poi la sua influenza culturale: Richard Wagner musicò il pessimismo schopenhaueriano (il «Tristano e Isotta»); il giovane Nietzsche fu suo discepolo entusiasta prima di rovesciarne il pessimismo in affermazione dionisiaca della vita; e la nozione di una Volontà cieca e irrazionale che agisce sotto la coscienza anticipa in modo sorprendente le «pulsioni» dell'inconscio freudiano. Attraverso Thomas Mann, Borges e tanti altri, Schopenhauer è forse il filosofo che più ha nutrito la grande letteratura moderna: segno che il suo pessimismo, al di là della tenuta teorica, ha toccato un nervo profondo dell'esperienza.

Ripasso attivo

Illustra la tesi «il mondo è volontà e rappresentazione», spiegando come Schopenhauer giunge dalla rappresentazione (fenomeno) alla volontà (cosa in sé) e perché ne deriva il dolore (max 20 righe).

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 03

Schopenhauer: le vie di liberazione dal dolore (arte, compassione, ascesi)#

●●○StandardLPOSA-filosofia-schopenhauer-kierkegaard

Le tre vie di liberazione dalla volontà

Le tre vie di liberazione dalla volontàpiramide, 3 livelli, Dati: Arte, Compassione, AscesiArtesospensione temporaneaCompassioneMitleidAscesinoluntas
Fig. 3Gradi crescenti di liberazione dalla volontà di vivere (= dolore): l'arte (contemplazione), la compassione (oltre il velo di Maya), l'ascesi (noluntas), fino alla pace, il «nulla» (Nirvana).

Punti chiave

Se la vita è dolore perché è espressione della Volontà, la liberazione (la salvezza, Erlösung) consisterà nel sottrarsi al dominio della Volontà di vivere. Schopenhauer respinge esplicitamente il suicidio come soluzione: esso non nega la volontà, anzi la afferma, perché chi si uccide vuole ancora — vuole la vita ma a condizioni diverse, e dunque resta prigioniero del volere. La via autentica passa invece per una progressiva quietazione e infine negazione della volontà.
La prima via è l'arte. Nella contemplazione estetica il soggetto smette di volere e diventa «puro occhio del mondo», disinteressato: si solleva dal flusso dei desideri e contempla le Idee, le forme eterne in cui la Volontà si oggettiva. L'arte offre una liberazione temporanea e individuale dal dolore. Tra le arti, la musica occupa un posto supremo: essa non rappresenta le Idee ma è copia immediata della Volontà stessa, e per questo ci parla con tanta intensità.
La seconda via è l'etica della compassione (Mitleid). Superando il velo di Maya — il principium individuationis che ci fa apparire separati — riconosco che in ogni altro vivente agisce la stessa identica Volontà che vive in me: «tat tvam asi», «questo sei tu». La compassione è il sentire come proprio il dolore altrui; da essa nascono le virtù autentiche della giustizia e della carità. È una liberazione più ampia di quella estetica, perché morale e rivolta agli altri, ma non ancora definitiva.
La terza e più radicale via è l'ascesi. Essa è la noluntas, la negazione consapevole e totale della volontà di vivere: l'asceta spegne in sé ogni desiderio (a partire dall'impulso sessuale, che è la massima affermazione della Volontà), pratica castità, povertà, sacrificio, fino a una sorta di estinzione che Schopenhauer accosta al Nirvana buddhista. Al termine di questo cammino non resta il nulla assoluto, ma il nulla «relativo» al nostro mondo: la pace di chi ha vinto la Volontà, ciò che le ultime righe dell'opera lasciano intravedere come il «niente» sereno dei mistici.
Esempio svolto

Perché il suicidio non libera

Spiega, con un breve ragionamento argomentato, perché secondo Schopenhauer il suicidio non è una via di liberazione dal dolore.

  1. 01Definire l'obiettivo della liberazione

    Liberarsi dal dolore significa liberarsi dalla Volontà di vivere, perché il dolore è effetto del volere. La salvezza è negazione della volontà (noluntas).

  2. 02Analizzare l'atto del suicida

    Chi si uccide non rinuncia a volere: rifiuta solo le condizioni della propria vita. Vuole ancora la vita, ma diversa; non sopportando la sofferenza, distrugge il fenomeno individuale, non l'essenza.

  3. 03Trarre la conseguenza

    Il suicidio è dunque un atto di affermazione della volontà, non di negazione: colpisce la manifestazione (il singolo corpo) lasciando intatta la Volontà di vivere, che si oggettiva ovunque.

  4. 04Indicare l'alternativa coerente

    L'unica via coerente è la noluntas ascetica: spegnere il desiderio dall'interno, non sopprimere il vivente. Solo così si nega davvero la volontà.

Risultato: Il suicidio fallisce perché afferma la volontà invece di negarla: distrugge il fenomeno ma non l'essenza. La vera liberazione è l'ascesi, negazione interiore del volere.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: conoscere e ordinare le tre vie di liberazione (arte, compassione/Mitleid, ascesi/noluntas) secondo grado crescente di radicalità, sapendo spiegare PERCHÉ il suicidio è escluso.
  • Focus Esame di Stato: saper collegare la liberazione schopenhaueriana alle sue radici orientali (velo di Maya, Nirvana, tat tvam asi) e al ruolo privilegiato della musica e della contemplazione delle Idee.

Errori frequenti

  • Considerare il suicidio una via di liberazione per Schopenhauer: è il contrario: il suicida afferma la volontà di vivere, non la nega.
  • Confondere la noluntas (negazione ascetica della volontà) con un atto di volontà positivo: la liberazione consiste proprio nel cessare di volere, non nel volere qualcosa di diverso.

Approfondimento

L'approfondimento verte sul significato teorico dell'etica schopenhaueriana e su una sua difficoltà interna. Nel «Fondamento della morale» Schopenhauer polemizza duramente con Kant: la morale non si fonda sulla ragione e sull'imperativo categorico (una «forma» astratta e in fondo egoistica, perché legata al rispetto di sé), ma su un sentimento, la compassione («Mitleid»), il cui principio è «non fare male a nessuno, anzi aiuta tutti per quanto puoi» («neminem laede, imo omnes, quantum potes, iuva»). La compassione ha un fondamento metafisico: chi soffre con l'altro ha intuito, oltre il «velo di Maya», che l'io e il tu sono la medesima Volontà — «tat tvam asi». Per questa fondazione dell'etica sulla partecipazione al dolore di ogni essere senziente, Schopenhauer è considerato un pioniere della considerazione morale degli animali. Resta però una difficoltà che il colloquio esperto sa cogliere: se tutto è manifestazione di un'unica Volontà cieca e necessitante, come può un individuo «negarla» liberamente nell'ascesi? La liberazione sembra esigere un atto di libertà che il sistema, rigorosamente determinista, non dovrebbe ammettere. Schopenhauer parla di un misterioso «capovolgimento» («Umkehr») in cui, nel santo e nell'asceta, la Volontà si rivolge contro se stessa fino a negarsi. È il punto più oscuro e più affascinante del sistema, in cui il pessimismo metafisico sfiora la mistica: la salvezza non è un fare, ma un lasciar cadere il volere, prossimo al silenzio dei mistici e al «nulla» sereno con cui l'opera si chiude.

Ripasso attivo

Descrivi le tre vie di liberazione schopenhaueriane spiegando, per ciascuna, in che modo sospende o nega la volontà di vivere e perché si possono ordinare in modo crescente (max 20 righe).

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 04

Kierkegaard: esistenza, singolo, possibilità e gli stadi dell'esistenza#

●●●ApprofondimentoLPOSA-filosofia-schopenhauer-kierkegaard

Gli stadi dell'esistenza e il salto

Gli stadi dell’esistenza e il saltoGrafo, Stadio estetico (Don Giovanni) → Stadio etico (il marito), Stadio etico (il marito) → Stadio religioso (Abramo)Stadio estetico(Don Giovanni)Stadio etico (ilmarito)Stadio religioso(Abramo)saltosalto dellafede
Fig. 4Il passaggio da uno stadio all'altro non è deduzione ma decisione (il «salto»): estetico (l'attimo, il piacere), etico (dovere, continuità), religioso (rapporto con Dio).

Punti chiave

Per Kierkegaard la filosofia deve ripartire dall'esistenza concreta del singolo (den Enkelte), non dall'essenza universale. Esistere non è semplicemente «esserci» come una cosa, ma rapportarsi continuamente a sé, scegliere, decidere fra possibilità diverse. L'esistenza è dunque attraversata dalla categoria della possibilità: l'uomo è sempre di fronte a un «aut-aut» (o l'uno o l'altro), a un'alternativa che lo impegna totalmente e che nessun pensiero astratto può risolvere al posto suo.
Proprio perché l'esistenza è possibilità e scelta, essa è segnata dall'angoscia (Angest). Nel «Concetto dell'angoscia», Kierkegaard la distingue dalla paura: la paura ha un oggetto determinato, l'angoscia no — è il «sentimento del possibile», la vertigine della libertà di fronte all'apertura indeterminata delle scelte. L'angoscia è «la vertigine della libertà»: guardando nell'abisso delle proprie possibilità l'uomo prova insieme attrazione e ripulsa. Essa rivela la condizione finita e libera dell'esistente.
Kierkegaard descrive tre modi fondamentali di esistere, gli «stadi» o sfere dell'esistenza, esposti soprattutto in «Aut-Aut» (stadio estetico ed etico) e in altri scritti (stadio religioso). Lo stadio estetico è la vita di chi vive nell'attimo, alla ricerca del piacere e della novità (la figura emblematica è il seduttore Don Giovanni): l'esteta rifiuta ogni impegno stabile, ma proprio per questo finisce nella dispersione, nella ripetizione e infine nella disperazione del vuoto. Lo stadio etico è la vita di chi sceglie se stesso e si assume responsabilità durature (la figura emblematica è il marito, l'uomo del dovere e dell'universale morale): qui l'io acquista continuità, ma scopre anche di non poter realizzare fino in fondo l'ideale morale, fino al sentimento del peccato.
Lo stadio religioso è la vita di chi si pone in rapporto diretto con Dio come singolo. La figura emblematica è Abramo, l'eroe della fede di «Timore e tremore»: chiamato a sacrificare il figlio Isacco, Abramo compie una «sospensione teleologica dell'etica», cioè sospende la legge morale universale in nome di un dovere assoluto verso Dio, che nessuno può comprendere o giustificare razionalmente. Il passaggio tra gli stadi non è un'evoluzione graduale né una conclusione logica, ma un «salto» (Spring): una decisione libera, discontinua, che impegna l'intera persona.
Esempio svolto

Abramo e la «sospensione teleologica dell'etica»

Commenta il significato della vicenda di Abramo in «Timore e tremore» e spiega l'espressione «sospensione teleologica dell'etica».

  1. 01Inquadrare il caso

    Dio comanda ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco. Sul piano etico universale ciò è un omicidio, il male assoluto; eppure Abramo obbedisce, fidandosi di Dio.

  2. 02Spiegare il conflitto

    L'etica (la legge morale universale) vieta di uccidere il figlio; la fede esige l'obbedienza assoluta a Dio. I due ordini entrano in conflitto insanabile sul piano razionale.

  3. 03Definire la sospensione teleologica

    Abramo «sospende» l'etica universale in vista di un fine (telos) più alto: il rapporto assoluto con l'Assoluto. La morale generale è messa tra parentesi in nome di un dovere singolare verso Dio, incomprensibile agli altri.

  4. 04Cogliere la categoria del paradosso e del salto

    La fede è paradosso: il singolo si pone al di sopra dell'universale. Non è giustificabile né comunicabile razionalmente; è un salto vissuto «con timore e tremore», nell'angoscia e nella solitudine del credente.

Risultato: Abramo è il «cavaliere della fede»: sospende l'etica universale in vista del rapporto assoluto con Dio. La fede appare così come paradosso e salto, non come conclusione razionale: il singolo, di fronte a Dio, è più alto dell'universale.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: definire con esattezza esistenza, singolo, possibilità e la distinzione angoscia/paura (l'angoscia non ha oggetto: è la vertigine del possibile e della libertà).
  • Focus Esame di Stato: saper esporre i tre stadi (estetico, etico, religioso) con la rispettiva figura-simbolo (Don Giovanni, il marito, Abramo) e la dinamica del «salto» che li separa.

Errori frequenti

  • Confondere l'angoscia con la paura: la paura ha un oggetto preciso, l'angoscia è senza oggetto determinato, sentimento del possibile e della libertà.
  • Pensare che gli stadi si succedano per evoluzione necessaria o per ragionamento: il passaggio è un «salto», una scelta libera e discontinua, non una deduzione.

Approfondimento

Un approfondimento decisivo riguarda il «metodo» di Kierkegaard, spesso trascurato: la «comunicazione indiretta». Le sue opere maggiori escono sotto «pseudonimi» (Johannes de Silentio, Victor Eremita, Johannes Climacus, Anti-Climacus), che non sono semplici maschere ma «personaggi» che incarnano ciascuno una posizione esistenziale, senza che l'autore la sottoscriva. La verità dell'esistenza, infatti, non può essere «insegnata» come una dottrina oggettiva: il lettore dev'essere provocato a sceglierla in prima persona. Ciò dipende dalla tesi capitale, formulata nella «Postilla conclusiva non scientifica»: «la verità è soggettività». Non nel senso relativistico che ognuno abbia la sua verità, ma nel senso che le verità che contano per l'esistenza (Dio, la fede, il senso della mia vita) non sono conoscenze impersonali, ma richiedono l'appropriazione appassionata del singolo, il suo impegno infinito. È l'esatto rovescio del sapere hegeliano, «oggettivo» e sistematico. Da qui l'immensa fecondità novecentesca: l'«angoscia» come rivelazione della libertà passa in Heidegger (l'«Angst» come apertura dell'Esserci) e in Sartre; le «situazioni-limite» di Karl Jaspers nascono dagli «stadi» kierkegaardiani; e il «paradosso» della fede, lo «scandalo» dell'eterno entrato nel tempo, ispira la teologia dialettica di Karl Barth. Kierkegaard, sconosciuto in vita, diventa così il capostipite riconosciuto tanto dell'esistenzialismo ateo quanto di quello religioso.

Ripasso attivo

Analizza i tre stadi dell'esistenza kierkegaardiani, illustrando per ciascuno la figura emblematica e la ragione del suo fallimento o del suo superamento, e spiega che cosa significa «salto» (max 20 righe).

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 05

Disperazione, fede e confronto: verso una filosofia dell'esistenza#

●●●ApprofondimentoLPOSA-filosofia-schopenhauer-kierkegaard

Schopenhauer e Kierkegaard a confronto

Schopenhauer e Kierkegaard a confrontoTabella con 3 colonne e 3 righe, Dati: Aspetto · Schopenhauer · Kierkegaard; Partenza · Volontà univ. · il singolo; Negativo · dolore e noia · angoscia; Uscita · noluntas · la fedeASPETTOSCHOPENHAUERKIERKEGAARDPartenzaVolontà univ.il singoloNegativodolore e noiaangosciaUscitanoluntasla fede
Fig. 5Schopenhauer parte dalla Volontà universale, Kierkegaard dal singolo esistente; al dolore e alla noia si oppongono angoscia e disperazione; la via d'uscita è la noluntas (io dissolto) o la fede (io affermato). Pessimismo ateo vs esistenzialismo religioso.

Punti chiave

Accanto all'angoscia, Kierkegaard analizza nella «Malattia mortale» la disperazione (Fortvivlelse), che egli definisce «la malattia mortale» dell'esistenza. La disperazione non riguarda questa o quella cosa, ma il rapporto dell'io con se stesso: l'io è una sintesi (di finito e infinito, di necessità e possibilità, di temporale ed eterno) che non riesce a equilibrarsi. Si può disperare non volendo essere se stessi (disperazione della debolezza) oppure volendo ostinatamente essere se stessi senza Dio (disperazione della sfida): in entrambi i casi l'io è in rapporto sbagliato con il proprio fondamento.
L'unico vero superamento della disperazione è la fede: «nel rapportarsi a se stesso, e nel voler essere se stesso, l'io si fonda trasparente nella potenza che lo ha posto». Cioè l'io trova equilibrio solo quando si riconosce creato da Dio e si rimette a Lui. La fede non è dunque sapere né sicurezza razionale, ma rischio e abbandono fiducioso: il singolo si pone davanti a Dio nella solitudine e nel paradosso, accettando lo «scandalo» del cristianesimo (Dio fattosi uomo, l'eterno entrato nel tempo).
Confrontando i due autori, le affinità sono evidenti: entrambi reagiscono all'idealismo, ridanno valore alla dimensione individuale e concreta contro l'astrazione del sistema, descrivono il negativo dell'esistenza (dolore in Schopenhauer, angoscia e disperazione in Kierkegaard) con straordinaria profondità. Per entrambi la realtà non è razionale e conciliata come voleva Hegel.
Le differenze sono però decisive. Schopenhauer parte da una metafisica universale (la Volontà unica) e approda a una liberazione impersonale, atea, che spegne l'individualità nella noluntas e nel «nulla»: il suo è un pessimismo cosmico orientato a Oriente. Kierkegaard parte invece dall'individuo irriducibile e approda alla fede cristiana come scelta che salva il singolo proprio in quanto singolo: il suo è un esistenzialismo religioso aperto a un significato trascendente. L'uno dissolve l'io, l'altro lo afferma davanti a Dio. Da questa stagione antihegeliana nasce la moderna filosofia dell'esistenza, che nel Novecento sarà ripresa e trasformata da Heidegger, Jaspers e Sartre.
Esempio svolto

Costruire un paragrafo di confronto in stile colloquio

Componi un paragrafo argomentativo che confronti Schopenhauer e Kierkegaard, con una tesi iniziale, due affinità, due differenze e una conclusione.

  1. 01Formulare la tesi

    Apri con la tesi guida: «Schopenhauer e Kierkegaard, pur muovendo entrambi dal rifiuto dell'idealismo hegeliano, approdano a esiti opposti: l'estinzione dell'io l'uno, la sua salvezza nella fede l'altro».

  2. 02Esporre le affinità

    Prima affinità: entrambi rifiutano la razionalità assoluta del reale e l'ottimismo sistematico. Seconda affinità: entrambi rivalutano la dimensione concreta e individuale (il corpo-volontà, il singolo) e indagano il negativo dell'esistenza.

  3. 03Esporre le differenze

    Prima differenza: il punto di partenza (metafisica della Volontà universale vs categoria del singolo esistente). Seconda differenza: l'esito (noluntas atea che dissolve l'individuo vs fede cristiana che salva il singolo come singolo).

  4. 04Chiudere con la sintesi

    Concludi mostrando l'eredità comune: «Da questa duplice reazione nasce la moderna riflessione sull'esistenza, ripresa nel Novecento dall'esistenzialismo».

Risultato: Un paragrafo coeso: tesi (esiti opposti da una radice comune) → affinità (antihegelismo, valore dell'individuo e del negativo) → differenze (Volontà universale vs singolo; noluntas atea vs fede) → conclusione (la nascita della filosofia dell'esistenza).

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: definire la disperazione come «malattia mortale» (rapporto malato dell'io con se stesso e con il proprio fondamento) e indicare la fede come unico vero superamento.
  • Focus Esame di Stato: nel colloquio è frequente il confronto Schopenhauer / Kierkegaard: saper costruire una tabella mentale di affinità (antihegelismo, individuo, negativo) e differenze (metafisica vs esistenza; noluntas atea vs fede cristiana; io dissolto vs io affermato).

Errori frequenti

  • Appiattire i due autori sull'etichetta generica di «pessimisti» o «irrazionalisti», senza distinguere il pessimismo metafisico ateo di Schopenhauer dall'esistenzialismo religioso di Kierkegaard, che culmina nella fede.
  • Intendere la fede kierkegaardiana come certezza o conoscenza razionale: per Kierkegaard la fede è rischio, paradosso e abbandono, non dimostrazione.

Approfondimento

L'approfondimento affina l'analisi della disperazione, la categoria più originale de «La malattia mortale». Kierkegaard vi propone una celebre definizione «strutturale»: l'io è «un rapporto che si rapporta a se stesso», una sintesi di finito e infinito, necessità e possibilità, che deve continuamente equilibrarsi. La disperazione non è dunque un umore, ma uno «squilibrio» ontologico di quel rapporto: se ne danno tre forme di gravità crescente — la disperazione di chi «non sa di avere un io» (inconsapevole), quella di chi «non vuole essere se stesso» (debolezza) e quella di chi «vuole disperatamente essere se stesso» senza Dio (sfida). Paradossalmente la disperazione è universale: quasi tutti la vivono senza saperlo. Questa analisi del sé come relazione ha anticipato temi della psicologia esistenziale novecentesca (da Ludwig Binswanger a Ronald Laing) e della teologia protestante (Paul Tillich, «Il coraggio di esistere»). Sul piano del confronto con Schopenhauer, oltre alle affinità (antihegelismo, primato del concreto, sguardo sul negativo dell'esistenza) e alle differenze note (metafisica della Volontà contro categoria dell'esistenza; noluntas atea contro fede cristiana; io dissolto contro io affermato), conviene cogliere il senso opposto delle due «cure»: Schopenhauer prescrive un'«anestesia» metafisica, l'estinzione del volere e dell'individualità nel nulla sereno dei mistici; Kierkegaard, al contrario, una radicale «intensificazione» della soggettività, l'io che diventa pienamente se stesso solo nel rischio della fede. Di fronte alla stessa disperazione moderna, l'uno indica la via dello spegnersi, l'altro quella dell'ardere.

Ripasso attivo

Confronta Schopenhauer e Kierkegaard mostrando almeno due affinità e due differenze sostanziali, e spiega perché entrambi sono considerati precursori della filosofia dell'esistenza (max 20 righe).

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

Contenuti

Sezione -- / 05

    • 01La reazione antihegeliana e la crisi dell'ottimismo razionalistico○
    • 02Schopenhauer: il mondo come volontà e rappresentazione, il dolore◐
    • 03Schopenhauer: le vie di liberazione dal dolore (arte, compassione, ascesi)◐
    • 04Kierkegaard: esistenza, singolo, possibilità e gli stadi dell'esistenza●
    • 05Disperazione, fede e confronto: verso una filosofia dell'esistenza●

0/5 Letti

Dagli appunti all'allenamento

Schopenhauer e Kierkegaard

Consolida questo argomento con domande dalla banca dati.

~26
min
4
Competenze
Esercitati

Riferimenti e fonti

Fonti

Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)

  • Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento
  • Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione

Argomento precedente

Idealismo tedesco e Hegel

Argomento successivo

Marx e il materialismo storico

EuraStudy·Appunti T·10·MMXXVI

Continua con l'argomento successivo: il percorso viene conservato.