EuraStudy
La filosofia moderna del Seicento e del primo Settecento si concentra sul problema del metodo e del fondamento della conoscenza, dividendosi in due grandi indirizzi: il razionalismo continentale, che individua nella ragione la fonte primaria del sapere e nelle idee innate il punto d'avvio, e l'empirismo inglese, che riconduce ogni contenuto della mente all'esperienza sensibile. Questo appunto ricostruisce il razionalismo di Cartesio (dubbio metodico, « cogito », dualismo, prova di Dio), i sistemi di Spinoza (« Deus sive Natura ») e Leibniz (monadi, armonia prestabilita), e l'empirismo di Locke e Berkeley fino allo scetticismo moderato di Hume e alla sua celebre critica della causalità. L'esposizione segue le Indicazioni Nazionali per i Licei e prepara al colloquio dell'Esame di Stato.
5 sezioni~28 min di lettura4 competenzeLivello Base 1 · Standard 2 · Approfondimento 2Verificato · 07/2026
livello base
A tutti gli indirizzi liceali è richiesto conoscere la distinzione tra razionalismo ed empirismo, ricostruire il percorso del dubbio cartesiano fino al « cogito » e comprendere la critica humeana alla causalità, usando con proprietà il lessico filosofico (idea, sostanza, attributo, impressione, abitudine).
livello avanzato
Al Liceo Classico e al Liceo delle Scienze Umane si approfondisce l'analisi diretta dei testi (Cartesio, Spinoza, Hume) e il nesso con la riflessione etico-antropologica; al Liceo Scientifico e alle Scienze Applicate si valorizza il rapporto con il metodo e la nuova scienza (meccanicismo, more geometrico, problema dell'induzione); al Liceo Linguistico e al LES si cura il contesto europeo, il lessico critico e i risvolti politico-sociali (Locke e i diritti naturali).
Profondità di lettura: Approfondimento
Dimensione del testo: Standard
Razionalismo ed empirismo a confronto: fonte, metodo, esiti
Imposta un paragrafo che spieghi perché razionalismo ed empirismo, pur partendo da una domanda comune, giungono a esiti opposti.
Entrambi gli indirizzi rispondono alla domanda moderna sul fondamento della conoscenza: « come si può conoscere con certezza? ». Questo è il punto di partenza condiviso da cui muovere il confronto.
Il razionalismo risponde « con la ragione », assumendo idee innate e prendendo la matematica come modello; l'empirismo risponde « con l'esperienza », negando le idee innate e ponendo la mente come tabula rasa.
Dalla diversa fonte deriva un diverso metodo: deduzione more geometrico per i razionalisti, analisi induttiva delle percezioni per gli empiristi.
Il razionalismo, fiducioso nella ragione, costruisce grandi sistemi metafisici; l'empirismo, coerente col suo principio, restringe l'ambito del conoscibile fino allo scetticismo moderato di Hume.
Il confronto prepara la sintesi kantiana, che riconoscerà sia un apporto della ragione (le forme a priori) sia il ruolo dell'esperienza (la materia della conoscenza).
Risultato: Il paragrafo mostra che razionalismo ed empirismo condividono la domanda sul fondamento del sapere ma divergono su fonte, metodo ed esiti: una divergenza coerente, che apre la strada al criticismo kantiano.
Errori frequenti
Approfondimento
Conviene assumere con spirito critico la stessa coppia «razionalismo/empirismo». È una griglia storiografica retrospettiva, in larga parte kantiana e poi hegeliana, che semplifica un panorama assai più intrecciato: Locke ricorre alla ragione per ordinare le idee, e Leibniz non ignora affatto l'esperienza (corregge il principio empirista con il celebre «nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu, nisi ipse intellectus» — nulla è nell'intelletto che prima non fosse nei sensi, salvo l'intelletto stesso). Più profondo del contrasto è lo sfondo comune. Dopo il crollo del sapere aristotelico-scolastico e il trionfo della nuova scienza, tutti questi filosofi condividono una «svolta gnoseologica»: la teoria della conoscenza diventa «filosofia prima», e il punto di partenza non è più l'essere, ma il soggetto e le sue rappresentazioni. Da qui la premessa tacita che li accomuna, la cosiddetta «via delle idee» («way of ideas»): la mente non coglie direttamente le cose, ma le proprie «idee», come dietro un velo. È questa premessa a generare il problema tipicamente moderno — come garantire che le idee «chiare e distinte» (Cartesio) o le percezioni (Hume) corrispondano a un mondo esterno? Cartesio lo risolve con Dio, Berkeley dissolvendo la materia, Hume rinunciando alla certezza. Kant compirà la mossa decisiva: non chiedersi se le idee «copino» le cose, ma mostrare che è il soggetto stesso a costituire l'oggettività del fenomeno.
Ripasso attivo
Spiega in che senso il « problema del metodo » è centrale nella filosofia moderna e ricostruisci la distinzione tra razionalismo ed empirismo articolandola su quattro criteri: la fonte della conoscenza, le idee innate, il metodo e gli esiti. Indica per ciascuna corrente almeno due autori rappresentativi.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Il dubbio metodico cartesiano: dai gradi del dubbio al cogito
Spiega, in forma di analisi argomentativa, perché l'ipotesi del genio maligno non riesce a mettere in dubbio l'esistenza del soggetto pensante.
Si suppone l'esistenza di un genio maligno potentissimo che inganna su tutto, comprese le verità matematiche: è il livello massimo di dubbio, oltre il quale non si può andare.
Anche ammesso che io sia ingannato su ogni cosa, l'inganno presuppone qualcuno che viene ingannato: per essere ingannato devo esistere e devo pensare.
Dunque, finché penso (e dubitare è una forma di pensare), non posso non esistere: « cogito, ergo sum ». L'esistenza dell'io pensante è autoevidente e si afferma proprio nell'atto del dubitare.
Non si tratta di un ragionamento con premesse, ma di un'intuizione immediata: l'io coglie sé stesso come res cogitans, sostanza il cui attributo è il pensiero.
Il cogito è la prima certezza incrollabile e diventa il modello dell'evidenza (idea chiara e distinta) su cui si ricostruirà l'intero edificio del sapere.
Risultato: L'ipotesi del genio maligno, pur travolgendo ogni altra certezza, si infrange sul cogito: l'atto stesso del pensare e del dubitare implica con evidenza immediata l'esistenza del soggetto pensante, primo fondamento del metodo cartesiano.
Errori frequenti
Approfondimento
Due questioni classiche approfondiscono la portata del sistema. La prima è il celebre «circolo cartesiano», sollevato già da Antoine Arnauld nelle «Obiezioni» alle «Meditazioni»: Cartesio si serve dell'evidenza delle idee «chiare e distinte» per dimostrare l'esistenza di Dio, ma poi fonda la validità stessa delle idee chiare e distinte sulla veridicità di Dio (che non è ingannatore). Non è un ragionamento circolare? La difesa cartesiana distingue fra l'evidenza attuale (indubitabile mentre la colgo) e la garanzia divina, necessaria solo a validare i «ricordi» di dimostrazioni già compiute — ma il problema resta uno dei più dibattuti della storia della filosofia. La seconda questione è il problema mente-corpo generato dal dualismo. Se «res cogitans» (inestesa) e «res extensa» (estesa) sono radicalmente eterogenee, come possono interagire? La principessa Elisabetta di Boemia pose l'obiezione già a Cartesio, che rispose in modo insoddisfacente (la ghiandola pineale come luogo di contatto). Di qui si sviluppano l'occasionalismo di Malebranche (è Dio a coordinare, in «occasione» di ogni volizione, mente e corpo), l'armonia prestabilita di Leibniz e il monismo di Spinoza. Nel Novecento Gilbert Ryle irriderà il dualismo come il mito del «fantasma nella macchina»; ma il «problema difficile» del rapporto fra coscienza e materia, aperto da Cartesio, resta al centro della filosofia della mente contemporanea.
Ripasso attivo
Ricostruisci il percorso che dalla « Prima meditazione » conduce al « cogito »: spiega i tre gradi del dubbio (sensi, sogno, genio maligno), mostra perché il dubbio non può intaccare l'esistenza del soggetto pensante e definisci la « res cogitans ».
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Tre modelli di sostanza: Cartesio, Spinoza, Leibniz
La definizione spinoziana di sostanza
Per Spinoza la sostanza è « ciò che è in sé e si concepisce per sé » (Etica, I, def. 3): è causa di sé, infinita e unica. Da questa definizione, posta more geometrico, discende per deduzione che può esistere una sola sostanza, identificata con « Deus sive Natura ».
Mostra, passaggio per passaggio, come Spinoza e Leibniz reagiscono al problema della sostanza lasciato aperto da Cartesio.
Cartesio pone due sostanze eterogenee (res cogitans e res extensa) ma non spiega in modo soddisfacente come anima e corpo interagiscano nell'uomo: è il nodo che Spinoza e Leibniz raccolgono.
Spinoza elimina la pluralità delle sostanze: esiste una sola sostanza infinita (Deus sive Natura); pensiero ed estensione ne sono due attributi, perciò esprimono lo stesso ordine e non c'è interazione tra sostanze diverse.
Leibniz moltiplica le sostanze: infinite monadi semplici, senza finestre, che non interagiscono. L'accordo del mondo è garantito a priori dall'armonia prestabilita voluta da Dio.
Entrambe le soluzioni sono razionalistiche e deduttive: ricavano la struttura del reale da princìpi e definizioni (more geometrico in Spinoza; principio di ragion sufficiente e di non-contraddizione in Leibniz).
Spinoza approda a un monismo necessitarista e immanentistico; Leibniz a un pluralismo finalistico e ottimistico (il migliore dei mondi possibili).
Risultato: Spinoza risolve il dualismo riducendo le sostanze a una sola (monismo), Leibniz moltiplicandole all'infinito (pluralismo): due risposte razionaliste opposte al medesimo problema cartesiano dell'interazione tra le sostanze.
Errori frequenti
Approfondimento
Due filoni di ricezione mostrano la fecondità di questi sistemi. Spinoza, ai suoi tempi «maledetto» (scomunicato dalla comunità ebraica di Amsterdam nel 1656, con le opere all'Indice), divenne un secolo e mezzo dopo il centro di una svolta epocale. La «disputa sul panteismo» («Pantheismusstreit»), scoppiata nel 1785 quando Friedrich Jacobi rivelò che il defunto Lessing si era detto «spinozista», rese lo spinozismo — a lungo sinonimo di ateismo e fatalismo — la questione filosofica del momento: da qui Goethe, Novalis (che chiamò Spinoza «l'uomo ebbro di Dio») e soprattutto gli idealisti tedeschi trassero l'idea di un assoluto immanente, sostanza e vita del tutto. La «geometria delle passioni» e il rifiuto del libero arbitrio in favore della «conoscenza della necessità» hanno inoltre affascinato l'etica e la psicologia moderne. Il secondo filone è la «teodicea» di Leibniz — il tentativo di «giustificare Dio» di fronte al male mostrando che, dovendo scegliere fra infiniti mondi possibili in base al principio di ragion sufficiente, Dio ha creato «il migliore», in cui il male è il minimo necessario al maggior bene. Fu proprio questo ottimismo metafisico il bersaglio della folgorante satira di Voltaire nel «Candide» (1759): dopo il terremoto di Lisbona del 1755, l'idea che «tutto è per il meglio nel migliore dei mondi possibili» (ripetuta dal ridicolo Pangloss) appariva una beffa crudele di fronte alla realtà del dolore. Lo scontro Leibniz-Voltaire riassume il conflitto illuminista fra ragione sistematica ed esperienza del male.
Ripasso attivo
Confronta la concezione della sostanza in Cartesio, Spinoza e Leibniz: spiega come si passa dal dualismo cartesiano al monismo spinoziano (« Deus sive Natura ») e al pluralismo leibniziano delle monadi, evidenziando il problema dell'interazione tra le sostanze e la soluzione dell'armonia prestabilita.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Dall'esperienza alle idee: Locke e la radicalizzazione di Berkeley
Ricostruisci il passaggio argomentativo con cui Berkeley, partendo dalla distinzione lockiana, perviene all'immaterialismo.
Locke ammette che le qualità secondarie (colore, sapore, suono) non sono nelle cose, ma sono prodotte in noi: sono dunque idee soggettive presenti nella mente.
Berkeley osserva che anche le qualità primarie (estensione, figura, movimento) ci sono date solo attraverso la percezione: non possiamo concepirle separate dall'essere percepite, quindi anch'esse sono idee nella mente.
Se tutte le qualità sono idee percepite, non resta alcun substrato materiale indipendente: il concetto di « materia » come sostanza è privo di contenuto esperibile e va abbandonato.
Ne segue « esse est percipi »: per le cose sensibili, essere significa essere percepite; la realtà sensibile si risolve in un insieme ordinato di idee.
Perché il mondo non scompaia quando nessun uomo lo percepisce, Berkeley introduce Dio, mente infinita che percepisce sempre tutto e assicura l'esistenza continua e l'ordine costante delle cose.
Risultato: Partendo dalla soggettività delle qualità secondarie ammessa da Locke ed estendendola alle primarie, Berkeley dissolve la nozione di materia e formula l'« esse est percipi »: la realtà sensibile è un sistema di idee percepite, garantito nella sua stabilità dalla percezione divina.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento chiarisce la logica interna che spinge l'empirismo verso esiti radicali. Il punto debole di Locke è la nozione di «sostanza»: se ogni idea viene dall'esperienza, di che cosa abbiamo esperienza quando parliamo del «supporto» che regge le qualità? Di nulla di preciso — Locke stesso ammette che la sostanza è un «non so che» («something I know not what»), un sostrato ignoto e supposto. Berkeley fa leva proprio qui: se della materia non abbiamo alcuna idea (percepiamo solo qualità, cioè idee), essa è un'ipotesi inutile e contraddittoria, da eliminare con il rasoio. Il suo argomento decisivo (talvolta detto «master argument») è che è impossibile concepire un oggetto non percepito: nell'atto stesso di immaginare un albero «che nessuno pensa», lo stiamo pensando noi. Dunque «esse est percipi». La celebre «confutazione» di Samuel Johnson — che prese a calci una pietra esclamando «la confuto così!» — coglie il senso comune ma manca il bersaglio: Berkeley non nega affatto che la pietra sia dura e reale, nega solo che sia una «materia» esistente al di fuori di ogni percezione (la durezza è a sua volta un'idea percepita). Questa parabola mostra la coerenza spietata dell'empirismo: assunta la premessa che conosciamo solo le nostre idee, il mondo materiale «in sé» diventa prima inconoscibile (Locke), poi superfluo (Berkeley), infine un semplice «fascio di percezioni» (Hume). Ogni passo è più rigoroso e più paradossale del precedente.
Ripasso attivo
Spiega la dottrina lockiana delle idee (origine, distinzione tra semplici e complesse, qualità primarie e secondarie) e mostra come Berkeley, radicalizzando la soggettività delle qualità, giunga al principio « esse est percipi » e all'immaterialismo.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
La critica humeana della causalità: dall'esperienza all'abitudine
Applica il principio empirista « ogni idea deve derivare da un'impressione » all'idea di causa, e ricava la conclusione di Hume.
Per Hume ogni idea legittima deve poter essere ricondotta a un'impressione che ne è l'origine; un'idea senza impressione corrispondente è priva di contenuto.
Esaminando un caso di causa-effetto (per esempio una palla che ne urta un'altra), troviamo le impressioni dei due eventi e della loro successione, ma nessuna impressione di un « legame necessario » che obblighi B a seguire A.
Osserviamo solo contiguità spaziale, successione temporale e congiunzione costante (A è regolarmente seguito da B), non una connessione necessaria.
L'idea di necessità nasce dentro di noi: l'esperienza ripetuta crea un'abitudine, e l'abitudine genera la credenza che, dato A, seguirà B. La necessità è proiettata dalla mente, non letta nelle cose.
La causalità non è una verità necessaria né una legge oggettiva dimostrabile, ma un'abitudine psicologica; di conseguenza anche l'induzione manca di fondamento razionale: è lo scetticismo moderato di Hume.
Risultato: Applicando il criterio empirista, l'idea di connessione necessaria si rivela priva di impressione corrispondente: la causalità si riduce ad abitudine e credenza, e con essa cade la pretesa di una conoscenza necessaria delle questioni di fatto. È la conclusione scettica che « risveglierà » Kant.
Errori frequenti
Approfondimento
Due conseguenze della critica humeana meritano una trattazione a sé. La prima è il «problema dell'induzione» nella sua forma logica: ogni inferenza dall'esperienza passata al futuro presuppone il principio di «uniformità della natura» (il futuro somiglierà al passato); ma questo principio non è dimostrabile. Non lo è deduttivamente (non c'è contraddizione nel pensare un futuro diverso: è una «questione di fatto»), né induttivamente, perché appellarsi all'esperienza passata («finora ha sempre funzionato») significa già presupporre ciò che si vuole provare — un circolo vizioso. L'induzione, fondamento della scienza, non ha dunque giustificazione razionale, ma solo psicologica (l'abitudine). La seconda conseguenza è la celebre «legge di Hume» o «ghigliottina»: nel «Trattato» Hume osserva che i moralisti passano insensibilmente dall'«è» al «deve» («is»/«ought»), ma da premesse puramente descrittive non può seguire logicamente una conclusione prescrittiva. È la tesi della non-derivabilità dei valori dai fatti, pilastro dell'etica contemporanea. La fortuna di queste analisi è immensa: Kant costruirà tutta la prima Critica come risposta allo scetticismo humeano sulla causalità (le categorie a priori restituiscono necessità al nesso causale); nel Novecento i neopositivisti erediteranno il rigore antimetafisico di Hume, mentre Karl Popper dichiarerà di aver «risolto» il problema dell'induzione rinunciandovi: la scienza non induce leggi dai fatti, ma avanza congetture da sottoporre a falsificazione.
Ripasso attivo
Spiega la critica humeana alla causalità: parti dalla distinzione tra impressioni e idee, mostra perché non esiste un'impressione del nesso necessario tra causa ed effetto e chiarisci il ruolo dell'abitudine e della credenza. Concludi illustrando il significato dello « scetticismo moderato ».
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Riferimenti e fonti
Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)