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Illuminismo e pensiero politico moderno (Hobbes, Locke, Rousseau, Kant)

L'Illuminismo è il movimento culturale che, fra Sei e Settecento, fa della ragione lo strumento critico per emancipare l'uomo da ogni autorità non giustificata, secondo il motto kantiano «sapere aude». In ambito politico questa fiducia nella ragione si traduce nel giusnaturalismo e nelle teorie del contratto sociale: Hobbes, Locke e Rousseau spiegano la nascita dello Stato come patto che esce dallo stato di natura, mentre Kant ne offre il sigillo filosofico definendo l'Illuminismo come «uscita dell'uomo dallo stato di minorità». Questo argomento fonda i concetti moderni di diritto naturale, sovranità, libertà e uguaglianza, ed è pienamente oggetto dell'Esame di Stato.

5 sezioni·~27 min di lettura·4 competenze·Livello Base 1 · Standard 3 · Approfondimento 1·Verificato · 07/2026

T·0777 / 16
Profilo d’esame
Confrontare i modelli contrattualistici di Hobbes, Locke e Rousseau e i relativi esiti politici (assolutismo, Stato liberale, democrazia)Analizzare e usare con proprietà i concetti di diritto naturale, stato di natura, contratto sociale, sovranità, libertà e uguaglianzaComprendere l'Illuminismo come uso pubblico della ragione e progetto di emancipazione, anche attraverso il testo kantiano sull'IlluminismoValutare l'eredità dell'Illuminismo nella cultura politica e giuridica moderna (separazione dei poteri, diritti dell'uomo, tolleranza)
Operatori:analizzaspiegaconfrontaillustragiustificainterpretacommentaclassifica

livello base

A tutti gli indirizzi è richiesto di ricostruire e confrontare i tre modelli contrattualistici e di comprendere il senso dell'Illuminismo come emancipazione razionale, con il lessico politico fondamentale.

livello avanzato

Negli indirizzi con maggiore monte ore (in particolare il Liceo Classico e il Liceo delle Scienze Umane / opzione Economico-Sociale) si approfondiscono i nessi con il diritto, l'economia e le scienze sociali — separazione dei poteri, sovranità popolare, fondazione razionale dello Stato di diritto — e l'analisi diretta di brani d'autore.

Profondità

Profondità di lettura: Approfondimento

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Contenuti · 5 sezioni▾
  1. Illuminismo e pensiero politico moderno (Hobbes, Locke, Rousseau, Kant)
    • 01L'Illuminismo: ragione, critica ed emancipazione○
    • 02Giusnaturalismo e contratto: Hobbes◐
    • 03Locke: diritti naturali e Stato liberale◐
    • 04Rousseau: volontà generale e pedagogia●
    • 05Poteri, tolleranza e diritti dell'uomo◐
§ 01

L'Illuminismo: ragione, critica ed emancipazione#

●○○BaseLPOSA-filosofia-illuminismo-pensiero-politico-moderno

Lo schema dell'Illuminismo kantiano

Lo schema dell'Illuminismo kantianoGrafo, Stato di minorità → Sapere aude! (coraggio di sapere), Sapere aude! (coraggio di sapere) → Uso pubblico della ragione (libero), Uso pubblico della ragione (libero) → Uscita dalla minorità: emancipazioneStato diminoritàSapere aude!(coraggio disapere)Uso pubblicodella ragione(libero)Uscita dallaminorità:emancipazione
Fig. 1Kant (1784): dallo stato di minorità, col coraggio di sapere e l'uso pubblico (libero) della ragione — distinto dall'uso privato, vincolato — all'uscita dalla minorità e all'emancipazione.

Punti chiave

L'Illuminismo è il grande movimento filosofico e culturale che attraversa l'Europa del Settecento (il «secolo dei lumi») e che pone la ragione umana come tribunale davanti al quale ogni credenza, istituzione e autorità deve giustificarsi: nulla va accettato per tradizione, superstizione o imposizione, ma solo se supera l'esame critico dell'intelletto. Non è una dottrina unitaria, ma un atteggiamento condiviso — fiducia nella ragione, nella critica e nel progresso — che si declina diversamente in Francia, Inghilterra, Germania e Italia.
La formula più celebre dell'Illuminismo è quella di Kant nel breve scritto del 1784 «Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?»: l'Illuminismo è «l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità (Unmündigkeit), di cui egli stesso è colpevole». La minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro; è «colpevole» quando dipende non dalla mancanza di intelligenza ma dalla mancanza di coraggio e di decisione. Il motto dell'Illuminismo diventa allora «Sapere aude!», «abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza».
Kant distingue con precisione l'uso pubblico e l'uso privato della ragione. L'uso pubblico — quello che un individuo fa della propria ragione «come studioso davanti all'intero pubblico dei lettori» — deve essere sempre libero, perché solo esso può produrre l'illuminismo fra gli uomini. L'uso privato — quello che si fa di una funzione o di un ufficio affidato (il funzionario, il militare, l'ecclesiastico nell'esercizio del proprio ruolo) — può invece essere legittimamente limitato dall'obbedienza, senza che ciò impedisca la libera critica come cittadini. La sua sintesi paradossale è: «Ragionate finché volete e su tutto ciò che volete, ma obbedite!».
L'Illuminismo non è solo teoria della conoscenza ma soprattutto progetto pratico di emancipazione: combatte il pregiudizio, l'intolleranza religiosa, il dispotismo politico e i privilegi del vecchio ordine. Sul piano dei contenuti politici si salda con il giusnaturalismo moderno — l'idea che esistano diritti naturali dell'uomo, anteriori e superiori alle leggi positive — e con le teorie del contratto sociale, che spiegano la legittimità del potere a partire dal consenso dei governati e non dal diritto divino. È in questa cornice che vanno collocati Hobbes, Locke e Rousseau, sviluppata poi dai grandi temi di Montesquieu e Voltaire.
Esempio svolto

Analisi guidata di un brano kantiano

Commenta la frase di Kant: «Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza: questo è il motto dell'Illuminismo». Spiega perché Kant attribuisce la minorità a una mancanza di coraggio più che di intelligenza.

  1. 01Individua il concetto-chiave

    La frase pone al centro non il sapere come contenuto, ma il coraggio di usare autonomamente la ragione: l'Illuminismo è un atto di volontà e di autonomia, non solo di conoscenza.

  2. 02Spiega la 'minorità colpevole'

    Kant distingue una minorità incolpevole (chi davvero non ha le facoltà) da quella colpevole: la maggior parte degli uomini resta minorenne per pigrizia e viltà, perché è comodo lasciarsi guidare da tutori (libri, direttori spirituali, medici).

  3. 03Collega all'uso pubblico della ragione

    L'uscita dalla minorità è possibile solo se è garantita la libertà di fare pubblico uso della propria ragione: la libertà di critica è la condizione sociale dell'emancipazione individuale.

  4. 04Valuta la portata

    Il brano fa dell'Illuminismo un compito mai del tutto compiuto («non viviamo in un'epoca illuminata, ma in un'epoca di illuminismo»): un processo, non uno stato raggiunto.

Risultato: Il commento mostra che, per Kant, l'emancipazione razionale dipende da una scelta morale (il coraggio dell'autonomia) resa possibile dalla libertà pubblica di pensiero: questa è l'essenza dell'Illuminismo.

Obiettivo Maturità

  • Saper definire l'Illuminismo a partire dallo scritto kantiano del 1784: minorità, «sapere aude», uso pubblico/privato della ragione. È un nodo tipico sia nella riflessione politica sia nel collegamento con Kant.
  • Saper spiegare il legame fra Illuminismo, giusnaturalismo e contrattualismo: la critica razionale all'autorità apre alla fondazione del potere sul consenso e sui diritti naturali.

Errori frequenti

  • Confondere lo «stato di minorità» kantiano con una condizione anagrafica (l'età minorile): si tratta invece dell'incapacità auto-imposta di pensare con la propria testa.
  • Ridurre l'Illuminismo a generico «razionalismo» o anti-religiosità: il suo nucleo è la ragione critica ed emancipatrice e l'uso pubblico della ragione, non un semplice ateismo.

Approfondimento

Il tema si presta a un approfondimento di forte attualità: la «dialettica dell'illuminismo». Se per Kant l'uso pubblico della ragione emancipa, nel Novecento Max Horkheimer e Theodor Adorno, nella «Dialettica dell'illuminismo» (1947), ne hanno mostrato il rovescio tragico: la ragione illuministica, nata per liberare l'uomo dal mito e dalla paura, si trasforma in «ragione strumentale», puro calcolo di mezzi che, dominando la natura, finisce per dominare anche l'uomo e per rovesciarsi in nuovo mito (fino ad Auschwitz e all'industria culturale). L'illuminismo conterrebbe insomma un germe autodistruttivo. A questa lettura pessimistica Jürgen Habermas ha replicato difendendo la modernità come «progetto incompiuto»: non bisogna abbandonare la ragione, ma completarne il potenziale emancipativo attraverso la «ragione comunicativa», il libero dibattito pubblico — esattamente l'«uso pubblico della ragione» kantiano. Va inoltre ricordato che l'Illuminismo non fu un blocco unitario: i «Lumières» francesi (Voltaire, Diderot) furono più radicali e anticlericali, l'«Enlightenment» scozzese (Hume, Adam Smith) più empirico e attento all'economia, l'«Aufklärung» tedesca (Kant, Lessing) più cauta verso la religione e lo Stato. Riconoscere queste differenze e il dibattito novecentesco sui limiti della ragione dà spessore critico a un tema troppo spesso ridotto a un generico elogio del progresso.

Ripasso attivo

A partire dalla definizione kantiana di Illuminismo, spiega che cosa significhi «stato di minorità di cui l'uomo è colpevole» e chiarisci la distinzione fra uso pubblico e uso privato della ragione, mostrando perché per Kant solo l'uso pubblico può produrre l'illuminismo.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 02

Giusnaturalismo e contratto: Hobbes#

●●○StandardLPOSA-filosofia-illuminismo-pensiero-politico-moderno

Hobbes: dallo stato di guerra al Leviatano

Hobbes: dallo stato di guerra al LeviatanoGrafo, Stato di natura: guerra di tutti → Paura della morte → ragione, Paura della morte → ragione → Patto: trasferimento dei diritti, Patto: trasferimento dei diritti → Sovrano assoluto e indivisibileStato di natura:guerra di tuttiPaura dellamorte → ragionePatto:trasferimentodei dirittiSovrano assolutoe indivisibile
Fig. 2Hobbes, Leviatano (1651): dallo stato di natura come «guerra di tutti contro tutti» (homo homini lupus), per paura della morte, al patto che trasferisce i diritti a un sovrano assoluto e indivisibile.

Punti chiave

Thomas Hobbes (1588-1679), nel «Leviatano» (1651), offre la prima grande teoria moderna del contratto sociale, costruita con rigore quasi geometrico. Il suo punto di partenza è una concezione materialistica e meccanicistica dell'uomo: gli individui sono mossi dal desiderio (appetito) e dall'avversione, e soprattutto dall'istinto di autoconservazione. Per natura tutti gli uomini sono sostanzialmente uguali nelle facoltà, e questa uguaglianza, in assenza di un potere comune, genera competizione e conflitto.
Lo stato di natura hobbesiano è perciò una condizione di guerra di tutti contro tutti («bellum omnium contra omnes»), riassunta nella formula «homo homini lupus», l'uomo è lupo per l'altro uomo. In questo stato non esistono giusto e ingiusto, mio e tuo: ciascuno ha un «diritto naturale» (ius naturale) illimitato su tutto, anche sul corpo altrui, finché dura la condizione di insicurezza. La vita vi è, secondo la celebre descrizione, «solitaria, misera, sgradevole, brutale e breve».
La ragione, sotto la spinta della paura della morte violenta, detta le «leggi di natura» (lex naturalis): la prima impone di cercare la pace; la seconda, che ne discende, impone a ciascuno di rinunciare al proprio diritto illimitato su tutte le cose, purché anche gli altri lo facciano. Da qui nasce il patto (contratto): gli individui trasferiscono i propri diritti, tutti insieme e irreversibilmente, a un terzo — un uomo o un'assemblea — che diventa il sovrano. Si tratta di un patto di unione e insieme di sottomissione.
Il risultato è il «Leviatano», lo Stato come «dio mortale» dotato di sovranità assoluta e indivisibile. Il potere del sovrano è illimitato perché è la condizione stessa della pace e della sicurezza; egli non è parte del patto (i sudditi pattuiscono fra loro), quindi non può violarlo. Il suddito conserva un solo diritto inalienabile: difendere la propria vita, fine ultimo per cui il patto è stato stipulato. La teoria di Hobbes fonda così razionalmente l'assolutismo, ma su una base rivoluzionaria — il consenso e l'interesse degli individui, non il diritto divino dei re.
Esempio svolto

Esercizio di analisi concettuale

Spiega perché, secondo Hobbes, gli uomini accettano razionalmente di rinunciare al proprio diritto naturale illimitato, e perché il potere che ne deriva deve essere assoluto.

  1. 01Premessa antropologica

    Gli uomini sono uguali e mossi dall'autoconservazione; uguaglianza + scarsità + diffidenza generano la guerra perpetua, in cui nessuno è davvero sicuro né può godere di nulla.

  2. 02Calcolo razionale

    La ragione, spinta dalla paura della morte, mostra che mantenere il diritto su tutto significa perdere tutto: conviene rinunciarvi a condizione di reciprocità (seconda legge di natura).

  3. 03Necessità di un terzo garante

    Senza un potere comune i patti sono «vuote parole»: occorre un sovrano con forza sufficiente a far rispettare gli accordi, cui tutti trasferiscono i diritti simultaneamente.

  4. 04Conseguenza: assolutezza

    Se il potere fosse diviso o limitato, riemergerebbe il conflitto: solo un potere indivisibile e assoluto garantisce la pace, vero fine del patto.

Risultato: Per Hobbes l'assolutismo non è arbitrio ma esito razionale: gli individui, per uscire dalla guerra, costituiscono un sovrano dal potere illimitato, conservando solo il diritto a difendere la propria vita.

Obiettivo Maturità

  • Saper esporre la sequenza logica del modello hobbesiano: stato di natura come guerra → diritto naturale illimitato → leggi di natura dettate dalla ragione → patto di trasferimento dei diritti → sovrano assoluto (Leviatano).
  • Saper spiegare perché in Hobbes il potere è assoluto e indivisibile e perché il fondamento dell'assolutismo è comunque «moderno» (consenso/interesse, non diritto divino).

Errori frequenti

  • Affermare che per Hobbes il sovrano «firma» il patto: il sovrano è destinatario del trasferimento dei diritti ma resta esterno al contratto, ed è proprio per questo che non può infrangerlo.
  • Tradurre «homo homini lupus» come una tesi sulla cattiveria innata dell'uomo: per Hobbes il conflitto nasce da scarsità, competizione e insicurezza in assenza di un potere comune, non da una malvagità morale originaria.

Approfondimento

L'approfondimento coglie in Hobbes il fondatore della «scienza politica» moderna e insieme le tensioni interne del suo sistema. Il metodo è «risolutivo-compositivo», mutuato dalla nuova scienza: si «scompone» lo Stato nei suoi elementi (gli individui e le loro passioni) per poi «ricomporlo» deduttivamente, come un teorema. La politica diventa geometria dei corpi in movimento. Ma il modello ha punti di frizione che generano tutta la riflessione successiva. Primo, l'obiezione dello «stolto» («the Foole», Leviatano cap. 15): perché rispettare i patti, se conviene infrangerli quando nessuno può vederci? Hobbes risponde che chi viola i patti si esclude dalla società che sola lo protegge — una risposta che anticipa la moderna «teoria dei giochi» (il «dilemma del prigioniero» modella esattamente lo stato di natura hobbesiano). Secondo, l'assolutismo hobbesiano cova al suo interno un germe liberale: il suddito conserva il diritto inalienabile di difendere la propria vita, perché è per questo che ha stipulato il patto; se il sovrano minaccia quella vita, l'obbligo politico si dissolve. La sovranità assoluta ha dunque un limite implicito nel suo stesso fondamento. Quanto alla fortuna, Hobbes fu a lungo lo «spauracchio» tanto dei liberali quanto dei difensori del diritto divino, ma nel Novecento è stato rivalutato come teorico lucido dello Stato moderno (Carl Schmitt), e il suo «stato di natura» resta il modello di riferimento per pensare l'anarchia dei rapporti internazionali.

Ripasso attivo

Ricostruisci il passaggio dallo stato di natura allo Stato in Hobbes, spiegando il ruolo del diritto naturale, delle leggi di natura e del patto, e giustifica perché ne derivi un potere sovrano assoluto e indivisibile.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 03

Locke: diritti naturali e Stato liberale#

●●○StandardLPOSA-filosofia-illuminismo-pensiero-politico-moderno

Confronto Hobbes / Locke / Rousseau

Confronto Hobbes / Locke / RousseauTabella con 4 colonne e 5 righe, Dati: Aspetto · Hobbes · Locke · Rousseau; Stato natura · guerra · diritti · innocenza; Si cede · tutto · giustizia · tutto; Sovranità · re · parlamento · popolo; Esito · assolutismo · liberalismo · democrazia; Resistenza · no · sì · volontà gen.ASPETTOHOBBESLOCKEROUSSEAUStato naturaguerradirittiinnocenzaSi cedetuttogiustiziatuttoSovranitàreparlamentopopoloEsitoassolutismoliberalismodemocraziaResistenzanosìvolontà gen.
Fig. 3I tre contrattualismi: stato di natura, oggetto del patto, titolare della sovranità, esito politico, diritto di resistenza. Rousseau: si cede tutto alla comunità, sovrano è il popolo (volontà generale).

Punti chiave

John Locke (1632-1704), nei «Due trattati sul governo» (1690), rovescia gli esiti politici di Hobbes pur muovendo, come lui, dal giusnaturalismo e dal contratto. Lo stato di natura lockiano non è guerra ma una condizione di libertà e di uguaglianza regolata da una legge naturale: poiché tutti gli uomini sono creature razionali, la ragione insegna che «nessuno deve danneggiare un altro nella sua vita, salute, libertà o proprietà». Esistono dunque diritti naturali anteriori allo Stato — vita, libertà e proprietà — che il potere politico non crea ma deve tutelare.
La proprietà ha in Locke una giustificazione razionale celebre: in origine la terra è comune, ma ciascuno è proprietario della propria persona e quindi del proprio lavoro; mescolando il lavoro con le cose della natura, l'individuo le rende sue. Il lavoro è il titolo di legittimazione della proprietà, entro il limite (nello stato di natura) di ciò che si può usare senza che vada sprecato. Lo stato di natura, però, ha un «inconveniente»: manca un giudice imparziale e una forza comune che applichino la legge naturale, sicché la tutela dei diritti è incerta.
Per questo gli uomini stipulano il patto: ma — a differenza di Hobbes — trasferiscono allo Stato non tutti i diritti, bensì soltanto il potere di farsi giustizia da sé. Lo Stato nasce per garantire meglio i diritti naturali, che restano inalienabili. Il potere è perciò limitato e fiduciario (un «trust»): il governo è un mandatario del popolo, vincolato al fine per cui è stato istituito. Quando il governante tradisce il mandato e diventa tirannico, il popolo conserva il diritto di resistenza e, in ultima istanza, di rivolta.
Da queste premesse discende il modello dello Stato liberale e costituzionale: governo limitato dalla legge, consenso dei governati, principio di maggioranza, e una prima distinzione dei poteri (legislativo, esecutivo, federativo) con il primato del legislativo. Locke è inoltre teorico della tolleranza religiosa (nella «Lettera sulla tolleranza», 1689): poiché Stato e Chiesa hanno fini diversi (la salvezza dell'anima non può essere imposta con la forza), il potere civile non deve imporre la fede. Locke è così considerato il padre del liberalismo politico, e la sua eredità è visibile nelle dichiarazioni dei diritti del Settecento.
Esempio svolto

Costruzione di un paragrafo argomentativo comparativo

Costruisci un paragrafo che spieghi perché, pur partendo entrambi dal contratto, Hobbes giunge all'assolutismo e Locke allo Stato liberale.

  1. 01Tesi

    L'esito politico opposto dipende dalla diversa valutazione dello stato di natura e dall'oggetto del patto.

  2. 02Argomento 1 (Hobbes)

    Poiché lo stato di natura è guerra totale, gli individui devono cedere TUTTI i diritti a un sovrano assoluto: solo un potere indivisibile garantisce la pace.

  3. 03Argomento 2 (Locke)

    Poiché lo stato di natura è già regolato da diritti naturali (vita, libertà, proprietà), gli individui cedono SOLO il potere di farsi giustizia: lo Stato nasce per tutelare quei diritti, dunque è limitato e revocabile.

  4. 04Sintesi

    La diversa antropologia (pessimismo hobbesiano vs fiducia lockiana nella razionalità) produce due architetture del potere: concentrazione assoluta vs limitazione costituzionale e diritto di resistenza.

Risultato: Il paragrafo mostra che dalla stessa cornice contrattualistica derivano modelli opposti perché cambiano le premesse sullo stato di natura e l'estensione del patto.

Obiettivo Maturità

  • Saper contrapporre punto per punto Locke a Hobbes: stato di natura (pace regolata vs guerra), oggetto del patto (solo il potere giudiziario vs tutti i diritti), esito (Stato liberale limitato vs sovrano assoluto), diritto di resistenza (sì vs no).
  • Saper spiegare la fondazione lockiana della proprietà attraverso il lavoro e il significato del governo come «trust» (mandato fiduciario revocabile).

Errori frequenti

  • Dire che per Locke nello stato di natura «non c'è alcuna legge»: vi è invece la legge naturale conosciuta dalla ragione; manca soltanto un giudice imparziale e una forza comune che la applichino.
  • Confondere la separazione dei poteri di Locke con quella di Montesquieu: Locke distingue legislativo, esecutivo e federativo (e non isola il potere giudiziario come terzo potere autonomo), mentre la triade classica legislativo-esecutivo-giudiziario è di Montesquieu.

Approfondimento

L'approfondimento più fecondo è la teoria lockiana della proprietà, uno degli argomenti più influenti e più contestati del pensiero politico. La ricostruzione: (1) ognuno è proprietario della propria persona e del proprio lavoro; (2) mescolando il lavoro con una cosa naturale (raccogliendo una mela, dissodando un campo), vi «incorpora» qualcosa di suo e la rende propria; (3) dunque la proprietà privata è un diritto naturale, anteriore allo Stato, non una convenzione. Ma l'argomento ha due limiti che Locke stesso pone (la «clausola lockiana»): si può appropriare solo finché ne resta «abbastanza e altrettanto buono» per gli altri, e solo ciò che non si lascia deperire. Il colpo di genio — e il punto critico — è che l'invenzione della «moneta», bene che non si deteriora, aggira il limite dello spreco e legittima l'accumulazione illimitata e la disuguaglianza. È qui che si appunta la critica novecentesca: Crawford B. Macpherson ha parlato di «individualismo possessivo», sostenendo che Locke fornì la giustificazione ideologica del capitalismo nascente e, secondo altri, dell'appropriazione coloniale delle terre «non lavorate». La fortuna resta però immensa: la triade lockiana «vita, libertà, proprietà» risuona nella Dichiarazione d'indipendenza americana (dove Jefferson la muta in «vita, libertà e ricerca della felicità»), e nel Novecento Robert Nozick ne ricava una teoria libertaria dello Stato minimo, contrapposta al liberalismo egualitario di Rawls. Locke è così il capostipite di due famiglie liberali ancora in conflitto.

Ripasso attivo

Confronta lo stato di natura e il contratto sociale in Hobbes e in Locke, mostrando come dalle medesime premesse giusnaturalistiche derivino esiti politici opposti (assolutismo vs Stato liberale).

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 04

Rousseau: volontà generale e pedagogia#

●●●ApprofondimentoLPOSA-filosofia-illuminismo-pensiero-politico-moderno

Rousseau: dalla natura al contratto

Rousseau: dalla natura al contrattoGrafo, Buon selvaggio (libero) → Proprietà → disuguaglianza, Proprietà → disuguaglianza → Società corrotta, Società corrotta → Contratto sociale (1762), Contratto sociale (1762) → Volontà generaleBuon selvaggio(libero)Proprietà →disuguaglianzaSocietà corrottaContrattosociale (1762)Volontà generale
Fig. 4Dallo stato di natura del «buon selvaggio» libero, la nascita della proprietà genera disuguaglianza e corruzione; il contratto sociale rifonda la sovranità del popolo nella volontà generale.

Punti chiave

Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) è insieme dentro e contro l'Illuminismo: ne condivide l'aspirazione alla libertà e all'uguaglianza, ma critica l'idea di progresso. Nel «Discorso sull'origine della disuguaglianza» (1755) descrive uno stato di natura in cui l'uomo, il «buon selvaggio», è solitario, libero, autosufficiente, mosso da amore di sé (amour de soi) e da pietà, e non ancora malvagio. La disuguaglianza non è naturale ma storica: nasce con la nascita della proprietà privata («il primo che, recintato un terreno, disse: questo è mio…») e con la civiltà, che corrompe l'uomo e lo rende competitivo e dipendente (amour-propre).
Il problema politico di Rousseau, posto nel «Contratto sociale» (1762), è quindi: come può l'uomo associarsi e tuttavia restare libero come prima? La risposta è un patto in cui «ciascuno, dandosi a tutti, non si dà a nessuno»: ogni individuo aliena totalmente sé e i propri diritti alla comunità intera, ricevendo in cambio gli stessi diritti su tutti gli altri. Non si obbedisce a un padrone, ma a una totalità di cui si è parte. Così l'obbedienza alla legge che ci si è prescritti è libertà.
Il cuore della dottrina è la «volontà generale» (volonté générale): essa non è la somma degli interessi particolari (la «volontà di tutti», che è solo la media degli egoismi), ma la volontà del corpo politico orientata al bene comune. La sovranità appartiene al popolo, è inalienabile (non si delega a rappresentanti) e indivisibile. La legge è espressione della volontà generale; chi rifiuta di obbedirvi «sarà costretto a essere libero» — formula che indica il primato del bene comune sull'arbitrio individuale, ma che è stata anche letta come germe di esiti illiberali. Rousseau è così il teorico della democrazia diretta e della sovranità popolare.
Sul piano educativo, l'«Emilio» (1762) propone un'educazione «negativa» e secondo natura: l'educatore non riempie il fanciullo di nozioni precoci, ma asseconda le tappe del suo sviluppo, lo protegge dalla corruzione sociale e gli lascia apprendere dall'esperienza. Lo scopo è formare un uomo libero, autonomo e moralmente integro — coerente con l'idea che l'uomo nasce buono ed è la cattiva società a corromperlo. La pedagogia di Rousseau, fondata sulla centralità del bambino, segna l'inizio della pedagogia moderna.
Esempio svolto

Analisi guidata di un nesso concettuale

«L'uomo è nato libero, e dovunque è in catene». Spiega come questa frase di apertura del Contratto sociale riassuma il problema di Rousseau e come la volontà generale pretenda di risolverlo.

  1. 01Il problema (le catene)

    L'uomo, libero per natura, si trova ovunque sottomesso: la società storica ha prodotto disuguaglianza, dipendenza e oppressione. La libertà naturale è perduta.

  2. 02La domanda guida

    Rousseau cerca una forma di associazione che difenda ciascuno e in cui ognuno, unendosi a tutti, obbedisca però soltanto a se stesso, restando libero.

  3. 03La soluzione: il patto

    Con l'alienazione totale di ciascuno a tutta la comunità si costituisce un corpo politico la cui volontà è la volontà generale; nessuno si dà a un padrone particolare.

  4. 04Obbedienza = libertà

    Obbedire alla legge che esprime la volontà generale, cioè a una norma che ci si è dati come parte del sovrano, è ritrovare la libertà a un livello civile e morale superiore.

Risultato: La frase iniziale enuncia il contrasto fra libertà originaria e schiavitù storica; la volontà generale è il dispositivo con cui Rousseau pretende di restituire la libertà entro la vita associata.

Obiettivo Maturità

  • Saper distinguere con precisione «volontà generale» e «volontà di tutti» e spiegare i caratteri della sovranità in Rousseau (popolare, inalienabile, indivisibile).
  • Saper collegare l'antropologia (buon selvaggio, origine storica della disuguaglianza con la proprietà) al progetto politico (Contratto sociale) e a quello pedagogico (Emilio, educazione secondo natura).

Errori frequenti

  • Identificare la volontà generale con la decisione della maggioranza o con la somma degli interessi: la volontà generale mira al bene comune e non coincide con la «volontà di tutti».
  • Presentare il «buon selvaggio» come una tesi storica sull'origine reale dell'umanità: per Rousseau è un'ipotesi teorica («un fatto che forse non è mai esistito») che serve a misurare la corruzione introdotta dalla società.

Approfondimento

Il punto più discusso è la formula secondo cui chi non obbedisce alla volontà generale «sarà costretto a essere libero». È il cuore del fascino e dell'ambiguità di Rousseau. Da un lato esprime un'idea nobile e rigorosa di libertà come «autonomia»: sono libero quando obbedisco alla legge che io stesso, come membro del sovrano, ho contribuito a dare — non alla mia volontà capricciosa (che è «schiavitù» degli appetiti), ma alla volontà razionale orientata al bene comune. È questa l'idea che Kant trasformerà nell'autonomia morale. Dall'altro lato, l'idea che una maggioranza possa «costringere alla libertà» chi dissente è stata letta come il germe della «democrazia totalitaria»: lo storico Jacob Talmon vi ha visto l'anticipazione del giacobinismo (Robespierre invocava esplicitamente Rousseau) e dei regimi che opprimono in nome del «vero» interesse del popolo. La replica degli interpreti sottolinea che la volontà generale ha per oggetto solo leggi universali e astratte, non il destino dei singoli, e che Rousseau esige istituzioni rigorose per impedirne l'usurpazione. Va aggiunto il paradosso della rappresentanza: poiché la sovranità è inalienabile, Rousseau condanna il parlamentarismo («il popolo inglese è libero solo il giorno delle elezioni») e teorizza una democrazia diretta difficilmente praticabile in un grande Stato. La sua eredità è duplice e viva: padre della sovranità popolare e della democrazia partecipativa, ma anche autore su cui si interroga chi teme la «tirannia della maggioranza».

Ripasso attivo

Spiega la nozione di volontà generale nel Contratto sociale di Rousseau, distinguila dalla volontà di tutti e mostra come essa permetta, secondo l'autore, di conciliare obbedienza alla legge e libertà.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 05

Poteri, tolleranza e diritti dell'uomo#

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Montesquieu: la separazione dei poteri

Montesquieu: la separazione dei poteriTabella con 2 colonne e 3 righe, Dati: Potere · Funzione; Legislativo · fa le leggi; Esecutivo · applica; Giudiziario · giudicaPOTEREFUNZIONELegislativofa le leggiEsecutivoapplicaGiudiziariogiudica
Fig. 5I tre poteri distinti garantiscono la libertà politica: «il potere arresta il potere».

Punti chiave

Accanto ai grandi contrattualisti, l'Illuminismo politico ha i suoi capisaldi in Montesquieu e Voltaire e nel grande cantiere collettivo dell'«Encyclopédie». Charles-Louis de Montesquieu (1689-1755), ne «Lo spirito delle leggi» (1748), studia le leggi come rapporti che derivano dalla «natura delle cose» e mette in relazione le forme di governo con fattori storici, geografici e di costume. La sua tesi più influente è la teoria della separazione dei poteri: per garantire la libertà politica occorre che il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario siano affidati a organi distinti e capaci di limitarsi a vicenda.
Il principio cardine è che «il potere arresti il potere»: solo un sistema di pesi e contrappesi (checks and balances) impedisce che chi detiene il potere ne abusi. Dove i tre poteri sono concentrati nelle stesse mani, scrive Montesquieu, «tutto è perduto». Questa dottrina, ispirata anche al modello costituzionale inglese, diventerà il fondamento del costituzionalismo moderno e si ritrova nelle costituzioni nate dalle rivoluzioni americana e francese.
Voltaire (1694-1778) incarna l'Illuminismo militante: campione della tolleranza, della libertà di pensiero e della lotta contro il fanatismo e la superstizione («écrasez l'infâme»). Nel «Trattato sulla tolleranza» (1763), scritto a proposito del caso Calas, difende la convivenza pacifica delle diverse fedi. Sul piano religioso è deista: ammette un Dio «orologiaio» garante dell'ordine del mondo, ma rifiuta le religioni positive nelle loro pretese dogmatiche e intolleranti. L'«Encyclopédie» di Diderot e d'Alembert (1751-1772) è la grande impresa che raccoglie e diffonde il sapere illuministico, fiduciosa nel progresso e nell'utilità pubblica della conoscenza.
Queste idee confluiscono nella codificazione dei diritti dell'uomo: la Dichiarazione di indipendenza americana (1776) e la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino francese (1789) traducono in principi giuridici positivi i diritti naturali, la sovranità popolare e la separazione dei poteri. L'eredità dell'Illuminismo è dunque la fondazione dello Stato di diritto moderno: governo limitato dalla legge, garanzia dei diritti fondamentali, tolleranza, e l'idea che la legittimità del potere riposi sul consenso e sulla ragione. Kant, con «Per la pace perpetua» (1795), ne estende l'orizzonte al diritto internazionale e all'idea di una federazione di Stati liberi.
Esempio svolto

Esercizio di sintesi storico-concettuale

Spiega in che senso la teoria di Montesquieu e i temi illuministici della tolleranza e dei diritti naturali costituiscano il fondamento dello Stato di diritto moderno.

  1. 01Separazione dei poteri

    Montesquieu dimostra che la libertà richiede poteri distinti che si controllino: questo principio limita giuridicamente il potere ed entra nelle costituzioni moderne.

  2. 02Tolleranza

    Con Voltaire e Locke la libertà di coscienza e religiosa diventa un diritto: lo Stato non impone la fede, garantendo la convivenza pacifica delle diversità.

  3. 03Diritti naturali positivizzati

    I diritti naturali (vita, libertà, uguaglianza) vengono codificati nelle Dichiarazioni del 1776 e del 1789, trasformandosi da principi filosofici in diritti garantiti.

  4. 04Sintesi

    Governo limitato dalla legge + garanzia dei diritti + tolleranza + sovranità fondata sul consenso = i pilastri dello Stato di diritto, eredità diretta dell'Illuminismo.

Risultato: Lo Stato di diritto moderno nasce dalla convergenza di separazione dei poteri, tolleranza e diritti naturali positivizzati: l'Illuminismo ne fornisce le fondamenta teoriche.

Obiettivo Maturità

  • Saper esporre la teoria della separazione dei poteri di Montesquieu (legislativo, esecutivo, giudiziario) e il principio per cui «il potere arresta il potere» come garanzia della libertà.
  • Saper collegare i temi illuministici (tolleranza, diritti naturali, separazione dei poteri) alle dichiarazioni dei diritti del 1776 e del 1789 e alla nascita dello Stato di diritto.

Errori frequenti

  • Attribuire a Montesquieu l'invenzione assoluta dell'idea di limitare il potere: egli sistematizza e rende celebre la dottrina (ispirandosi anche a Locke e al modello inglese), ma il merito è la teorizzazione della triade e dei contrappesi.
  • Confondere il deismo di Voltaire con l'ateismo: Voltaire ammette un Dio creatore e ordinatore («grande orologiaio»), criticando però le religioni positive, i dogmi e l'intolleranza, non l'esistenza di Dio.

Approfondimento

Due approfondimenti danno spessore al tema. Il primo riguarda l'originalità di Montesquieu al di là della sola separazione dei poteri. Ne «Lo spirito delle leggi» egli inaugura un metodo quasi «sociologico»: le leggi non sono comandi arbitrari, ma «rapporti necessari che derivano dalla natura delle cose» e dipendono da un insieme di fattori — clima, geografia, economia, religione, costumi — che formano lo «spirito generale» di una nazione. Per questo Montesquieu è considerato un precursore della sociologia e della politica comparata (Émile Durkheim e Raymond Aron lo rivendicano come tale). La sua teoria dei tre poteri, ispirata a una lettura in parte idealizzata della costituzione inglese, ebbe un'influenza concretissima: i «padri fondatori» americani, con James Madison nei «Federalist Papers», ne fecero l'architettura della Costituzione degli Stati Uniti (1787), con il sistema dei «pesi e contrappesi». Il secondo approfondimento riguarda l'universalismo delle grandi Dichiarazioni e i suoi limiti. Proclamare i diritti «dell'uomo e del cittadino» pose subito la questione di chi vi fosse incluso: Olympe de Gouges rispose con la «Dichiarazione dei diritti della donna» (1791), pagando con la ghigliottina la denuncia dell'esclusione delle donne, mentre la rivoluzione di Haiti reclamò per gli schiavi neri l'uguaglianza che la madrepatria negava loro. La tensione fra l'universalità proclamata dei diritti e le esclusioni concrete è una delle eredità più vive dell'Illuminismo, il motore delle successive lotte di emancipazione.

Ripasso attivo

Illustra la teoria della separazione dei poteri di Montesquieu e spiega perché, secondo lui, essa sia condizione necessaria della libertà politica; collega poi questo principio alle dichiarazioni dei diritti di fine Settecento.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)) · Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

Contenuti

Sezione -- / 05

    • 01L'Illuminismo: ragione, critica ed emancipazione○
    • 02Giusnaturalismo e contratto: Hobbes◐
    • 03Locke: diritti naturali e Stato liberale◐
    • 04Rousseau: volontà generale e pedagogia●
    • 05Poteri, tolleranza e diritti dell'uomo◐

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Riferimenti e fonti

Fonti

Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)

  • Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento
  • Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione

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