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Immanuel Kant (1724-1804) fonda il «criticismo», una terza via fra il dogmatismo razionalista e lo scetticismo empirista: prima di conoscere il mondo, la ragione deve sottoporre a esame («critica») le proprie facoltà e i propri limiti. Attraverso le tre «Critiche» (della ragion pura, della ragion pratica, del giudizio) Kant ridefinisce le condizioni del sapere scientifico, fonda l'etica sull'autonomia della legge morale e indaga il sentimento del bello e la finalità della natura. Il suo pensiero costituisce lo spartiacque della filosofia moderna e la base dell'idealismo tedesco.
5 sezioni~25 min di lettura3 competenzeLivello Base 1 · Standard 2 · Approfondimento 2Verificato · 07/2026
livello base
A tutti gli indirizzi si richiede di comprendere il progetto criticista, la distinzione fenomeno/noumeno, l'imperativo categorico e i caratteri generali delle tre Critiche, sapendoli esporre con il lessico filosofico appropriato.
livello avanzato
Negli indirizzi a maggiore vocazione filosofica e umanistica (in particolare il Liceo Classico, il Liceo delle Scienze Umane e il LES) si approfondiscono l'argomentazione della Dialettica trascendentale, i rapporti fra le tre Critiche e i risvolti etico-politici di «Per la pace perpetua».
Profondità di lettura: Approfondimento
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La rivoluzione copernicana: capovolgimento del rapporto soggetto-oggetto
Classifica i seguenti enunciati come analitici a priori, sintetici a priori oppure sintetici a posteriori, giustificando la scelta: (a) «I corpi sono estesi»; (b) «7 + 5 = 12»; (c) «Questo tavolo è di legno».
Un giudizio è analitico se il predicato è già contenuto nel concetto del soggetto (è esplicativo, non amplia il sapere) ed è sempre a priori; è sintetico se il predicato aggiunge qualcosa di nuovo. È a priori se vale in modo universale e necessario, indipendente dall'esperienza; a posteriori se dipende dall'esperienza.
«I corpi sono estesi»: l'estensione è già parte del concetto di corpo, quindi il giudizio è esplicativo. È analitico a priori.
«7 + 5 = 12»: nel concetto della somma di 7 e 5 non è ancora pensato il 12; per ottenerlo occorre l'intuizione pura del tempo (contare). Il giudizio amplia il sapere ed è insieme universale e necessario: è sintetico a priori — il caso esemplare della matematica.
«Questo tavolo è di legno»: il materiale non è contenuto nel concetto di tavolo e si conosce solo per esperienza. È sintetico a posteriori.
Risultato: (a) analitico a priori; (b) sintetico a priori; (c) sintetico a posteriori. Solo i giudizi sintetici a priori pongono il problema fondamentale della Critica, perché uniscono novità del contenuto e validità universale.
Errori frequenti
Approfondimento
Il perno tecnico di tutto il criticismo è la nozione di «giudizio sintetico a priori», che merita una ricostruzione precisa. Kant incrocia due distinzioni. Quanto al valore: «a priori» (indipendente dall'esperienza, universale e necessario) oppure «a posteriori» (fondato sull'esperienza, particolare e contingente). Quanto al contenuto: «analitico» (il predicato è già contenuto nel soggetto — «il corpo è esteso» — e non accresce il sapere) oppure «sintetico» (il predicato aggiunge qualcosa di nuovo — «il corpo è pesante»). Combinandole si ottengono i giudizi analitici a priori (la logica: certi ma vuoti) e i sintetici a posteriori (l'esperienza: informativi ma non necessari). La scommessa di Kant è che esista una terza classe, i «sintetici a priori»: giudizi insieme informativi e necessari, come «7 + 5 = 12» (la matematica) o «ogni evento ha una causa» (la fisica). Sono essi a rendere possibile la scienza, e la domanda di tutta la prima Critica è: «come sono possibili?». La risposta — grazie alle forme a priori di sensibilità e intelletto — vale a condizione che tali giudizi si applichino solo ai fenomeni. Va segnalato che proprio questo punto è stato messo in crisi: la scoperta delle geometrie non-euclidee ha incrinato la tesi kantiana che la geometria euclidea sia sintetica a priori e «necessaria», e nel Novecento Willard V. O. Quine, in «Due dogmi dell'empirismo», ha contestato la stessa nettezza della distinzione analitico/sintetico. Ma l'idea che il soggetto strutturi attivamente l'esperienza resta una delle acquisizioni durevoli del pensiero moderno.
Ripasso attivo
Spiega che cosa intende Kant per «rivoluzione copernicana» nella conoscenza e mostra come essa permetta di rendere conto della possibilità dei giudizi sintetici a priori, distinguendo con chiarezza fenomeno e noumeno.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Le tre facoltà conoscitive e le tre partizioni della prima Critica
Esponi la prima antinomia kantiana relativa al mondo (finitezza/infinità nel tempo e nello spazio) e spiega che cosa essa dimostra circa i limiti della ragione.
Le antinomie nascono quando la ragione applica le categorie all'idea cosmologica di «mondo» come totalità, cioè oltre l'esperienza possibile.
Tesi: «Il mondo ha un inizio nel tempo ed è limitato nello spazio». Argomento: una serie infinita già trascorsa non potrebbe mai essere compiuta.
Antitesi: «Il mondo non ha inizio nel tempo né limiti nello spazio». Argomento: un inizio richiederebbe un tempo vuoto precedente, in cui nulla potrebbe cominciare.
Entrambe sembrano dimostrabili con uguale rigore: il conflitto rivela che la ragione ha oltrepassato i propri limiti, trattando il mondo-fenomeno come se fosse una cosa in sé.
Risultato: L'antinomia non si risolve scegliendo una tesi, ma riconoscendo che l'idea di «mondo come totalità» non è oggetto di conoscenza: è la prova che la ragione, fuori dell'esperienza, cade in contraddizione.
Errori frequenti
Approfondimento
Il cuore argomentativo — e il passo più arduo — della prima Critica è la «deduzione trascendentale delle categorie»: la prova che concetti puri come causa e sostanza, pur non derivando dall'esperienza, valgono legittimamente per ogni esperienza possibile. La chiave è l'«appercezione trascendentale», l'«Io penso» che «deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni». Il ragionamento, in forma essenziale: perché ci sia esperienza, il molteplice dato dai sensi deve essere unificato in un'unica coscienza; ma questa unificazione richiede regole a priori (le categorie); dunque le categorie sono le condizioni di possibilità non solo del pensiero, ma degli oggetti stessi dell'esperienza — «le condizioni di possibilità dell'esperienza sono al tempo stesso condizioni di possibilità degli oggetti dell'esperienza». È qui che si fonda l'oggettività scientifica e insieme il suo limite: le categorie hanno valore solo entro l'intuizione sensibile. Le «antinomie» della Dialettica mostrano il rovescio: quando la ragione applica le categorie all'incondizionato (il mondo come totalità), cade in contraddizioni in cui tesi e antitesi (il mondo è finito / è infinito) sono ugualmente «dimostrabili». Kant risolve mostrando che le antinomie matematiche sono entrambe false (l'errore è trattare il mondo fenomenico come una cosa in sé), mentre le dinamiche possono essere entrambe vere su piani diversi — aprendo lo spazio per conciliare necessità naturale e libertà. Proprio l'«Io penso» come attività costitutiva sarà il punto da cui Fichte, radicalizzandolo in «Io assoluto», farà scaturire tutto l'idealismo.
Ripasso attivo
Illustra le tre partizioni della «Critica della ragion pura» e spiega perché, secondo Kant, l'intelletto può conoscere solo i fenomeni e non le cose in sé.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Imperativo categorico e imperativi ipotetici; autonomia contro eteronomia
Applica la prima formula dell'imperativo categorico al caso di chi, trovandosi in difficoltà, voglia fare una promessa con l'intenzione di non mantenerla. È un'azione morale?
La massima soggettiva è: «Quando mi trovo in difficoltà, prometto qualcosa pur sapendo che non manterrò».
Si chiede se questa massima possa diventare legge universale: e se tutti promettessero senza intenzione di mantenere?
Se la falsa promessa fosse legge universale, nessuno crederebbe più alle promesse e l'istituzione stessa del promettere si annullerebbe: la massima si autodistrugge nel volerla universale.
Poiché la massima non può essere voluta come legge universale senza contraddizione, l'azione è immorale. La seconda formula conferma: la falsa promessa usa l'altro come mero mezzo.
Risultato: La falsa promessa è immorale: viola sia il criterio dell'universalizzabilità sia il principio dell'umanità come fine. Il test mostra come l'imperativo categorico operi sulla forma della massima, non sulle conseguenze.
Errori frequenti
Approfondimento
L'etica kantiana va conosciuta anche attraverso le grandi obiezioni che ha suscitato, tutte convergenti sul suo «formalismo». La più celebre è di Hegel: l'imperativo categorico, prescrivendo solo la non-contraddittorietà universale di una massima, sarebbe una «forma vuota» incapace di generare doveri concreti — la sola coerenza formale può giustificare quasi tutto e non dice, di per sé, quali fini perseguire; separando il dovere dalla vita etica reale (la «Sittlichkeit», i costumi di un popolo), Kant condannerebbe la morale a un puro «dover essere» impotente. Un secondo nodo è il «rigorismo». Nella celebre polemica con Benjamin Constant sul «presunto diritto di mentire per amore dell'umanità», Kant sostiene che non è mai lecito mentire, nemmeno all'assassino che chiede dove si è nascosta la vittima: la veridicità è un dovere incondizionato e le conseguenze non contano. Molti vi hanno visto la prova che un'etica del dovere assoluto, indifferente ai risultati, può condurre a esiti moralmente inaccettabili — è il classico contrasto fra etica «deontologica» ed etica «conseguenzialista» (utilitarista). In difesa di Kant si osserva però che la seconda formula — trattare l'umanità «sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo» — introduce un contenuto sostanziale (la dignità della persona) che eccede il puro formalismo, ed è proprio questo principio a fondare oggi il linguaggio universale dei diritti umani. La forza e i limiti dell'etica kantiana stanno insomma nella sua intransigente purezza.
Ripasso attivo
Spiega in che cosa consiste l'imperativo categorico, illustrane le due formulazioni principali e mostra come da esse derivi la nozione kantiana di autonomia della volontà.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
La terza Critica come ponte fra natura e libertà
Stabilisci se le seguenti esperienze rientrano nel «bello» o nel «sublime» kantiano, giustificando la risposta: (a) la contemplazione di una rosa; (b) lo spettacolo di un temporale violento sull'oceano.
Il bello: forma finita, finalità senza scopo, piacere disinteressato e armonico. Il sublime: assenza di forma o grandezza/potenza smisurate, sentimento ambivalente di dispiacere e piacere, rinvio alla destinazione morale della ragione.
La rosa ha una forma definita e armoniosa: la sua contemplazione disinteressata produce il libero gioco di immaginazione e intelletto. È un caso di «bello».
Il temporale sull'oceano è potenza informe e terribile: schiaccia l'immaginazione ma desta in noi il senso di una ragione superiore alla natura sensibile. È un caso di «sublime dinamico».
La differenza non sta nell'oggetto in sé ma nel tipo di rapporto fra le facoltà: armonia nel bello, conflitto-elevazione nel sublime.
Risultato: (a) bello; (b) sublime dinamico. L'esempio chiarisce che bello e sublime sono due distinti sentimenti del giudizio riflettente.
Errori frequenti
Approfondimento
La terza Critica, a lungo considerata minore, è in realtà una delle più feconde per gli sviluppi successivi. Anzitutto il «giudizio riflettente» — che risale dal particolare a un universale non dato — offre un modello di razionalità non deduttiva che affascinò gli idealisti: il concetto di «finalità senza scopo» e l'idea che nell'opera d'arte si concili ciò che l'intelletto separa (finito/infinito, sensibile/intelligibile) sono il punto di partenza dell'estetica di Schelling e dell'intera riflessione romantica sull'arte come organo della verità. In secondo luogo, la dottrina del «disinteresse» — il bello piace «senza alcun interesse» per l'esistenza dell'oggetto — fonda l'autonomia moderna dell'estetico: l'arte non serve né alla conoscenza né alla morale né all'utile, ma vale per sé; è la radice lontana delle poetiche dell'«arte per l'arte» e, per altra via, della teoria estetica di Adorno. Quanto al «sublime», l'idea che di fronte allo smisurato e al terribile l'immaginazione fallisca ma la ragione scopra in noi una destinazione morale superiore alla natura diventa una categoria centrale del sentire romantico. Infine il «giudizio teleologico»: Kant afferma che dobbiamo pensare gli organismi viventi «come se» fossero organizzati finalisticamente, pur senza poter dimostrare fini reali in natura, e conia la formula secondo cui non vi sarà mai un «Newton di un filo d'erba» capace di spiegare la vita con le sole leggi meccaniche — il problema della finalità del vivente, che la biologia contemporanea continua a discutere.
Ripasso attivo
Spiega la funzione della «Critica del giudizio» come ponte fra natura e libertà, distinguendo il giudizio estetico (bello e sublime) dal giudizio teleologico.
Richiamo attivo
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Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
«Per la pace perpetua»: articoli preliminari e definitivi
Costruisci un breve paragrafo argomentativo che spieghi perché, per Kant, l'Illuminismo richiede la libertà dell'uso pubblico della ragione, in stile di trattazione sintetica da colloquio.
Affermare la tesi: l'emancipazione («uscita dalla minorità») è possibile solo se è garantita la libertà di fare pubblico uso della propria ragione.
Chiarire «minorità» (incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida altrui, colpevole quando dipende da pigrizia e viltà) e la distinzione uso pubblico/privato della ragione.
Mostrare che, mentre l'uso privato (entro un ufficio) può essere limitato per ragioni di ordine, l'uso pubblico — rivolto come studioso all'intero pubblico dei lettori — deve restare libero, perché è la via attraverso cui un'epoca matura verso l'autonomia.
Concludere collegando il «Sapere aude» all'autonomia morale della seconda Critica: la libertà di pensiero è la condizione pubblica dell'autodeterminazione razionale.
Risultato: Un paragrafo coeso che, da una tesi chiara, definisce i termini, argomenta sul ruolo dell'uso pubblico della ragione e conclude saldando Illuminismo e autonomia — modello di risposta sintetica per il colloquio.
Errori frequenti
Approfondimento
Due approfondimenti mostrano l'attualità di questi scritti «minori». Il primo riguarda la filosofia della storia. Kant introduce l'idea, potente e ambivalente, dell'«insocievole socievolezza» («ungesellige Geselligkeit»): è l'antagonismo — la vanità, la competizione, la brama di dominio — a costringere gli uomini a sviluppare le proprie facoltà e a darsi istituzioni giuridiche. La natura si serve del male e del conflitto come di un'astuzia per realizzare il progresso, in una sorta di «teodicea» laica della storia; e tuttavia Kant avverte con celebre realismo che «da un legno storto come quello di cui è fatto l'uomo non si può costruire nulla di interamente diritto». Il secondo approfondimento è la sorprendente fecondità politica di «Per la pace perpetua». La proposta di una «federazione di liberi Stati» che rinuncino alla guerra ha ispirato direttamente i progetti novecenteschi di organizzazione internazionale, dalla Società delle Nazioni all'ONU. E l'articolo secondo cui la costituzione di ogni Stato deve essere «repubblicana» anticipa una delle ipotesi più discusse della scienza politica contemporanea, la «teoria della pace democratica», secondo cui gli Stati democratici tendono a non farsi guerra tra loro. Kant fonda così, sui principi della ragion pratica, l'idea che la pace non sia un dono di natura ma un compito giuridico e morale da istituire — una delle eredità più vive dell'Illuminismo nel diritto internazionale.
Ripasso attivo
Commenta la definizione kantiana di Illuminismo come «uscita dell'uomo dallo stato di minorità» e mostra come essa si traduca, in «Per la pace perpetua», in un progetto politico-giuridico fondato sulla ragione.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)) · Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Riferimenti e fonti