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Tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento, la filosofia europea cerca un nuovo punto di partenza: non più i sistemi metafisici né il positivismo scientista, ma la descrizione rigorosa dei vissuti della coscienza e l'analisi dell'esistenza concreta dell'uomo. La fenomenologia di Husserl rifonda il sapere come «ritorno alle cose stesse», a partire dall'intenzionalità della coscienza e dal metodo dell'epoché; da essa, attraverso l'analitica esistenziale dell'Esserci di Heidegger, prende forma l'esistenzialismo, che culmina in Francia con Sartre e la tesi che «l'esistenza precede l'essenza», con il primato della libertà, della responsabilità e della denuncia della malafede. L'argomento è pienamente compreso nel programma del quinto anno e rientra nell'Esame di Stato.
5 sezioni~24 min di lettura4 competenzeLivello Base 1 · Standard 2 · Approfondimento 2Verificato · 07/2026
livello base
A tutti gli indirizzi è richiesto di conoscere i nuclei fondamentali (intenzionalità ed epoché in Husserl; Esserci, esistenza autentica/inautentica ed essere-per-la-morte in Heidegger; «l'esistenza precede l'essenza», libertà e malafede in Sartre) e di saperli esporre con il lessico corretto.
livello avanzato
Nel Liceo Classico e nel Liceo delle Scienze Umane si valorizzano l'analisi dei testi e i nessi storico-culturali (crisi delle scienze europee, esistenzialismo come «clima» del Novecento, declinazioni italiane come Abbagnano), mentre negli indirizzi scientifici si può sottolineare il rapporto fenomenologia/scienze e la critica all'oggettivismo galileiano nella Crisi husserliana.
Profondità di lettura: Approfondimento
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Intenzionalità ed epoché: la struttura del metodo husserliano
Commenta il programma husserliano del «ritorno alle cose stesse», chiarendo che cosa si intende per «cosa», quale errore filosofico esso intende correggere e attraverso quale metodo si realizza.
Per Husserl la «cosa» (Sache) non è l'oggetto fisico studiato dalle scienze, ma il fenomeno: ciò che appare alla coscienza così come appare. Il «ritorno» è dunque un ritorno al dato originario dell'esperienza vissuta, prima delle costruzioni teoriche.
Il bersaglio è duplice: lo psicologismo, che riduce le verità logiche a fatti psichici, e l'oggettivismo scientista, che sostituisce al mondo vissuto un modello matematico spacciato per la realtà in sé. Entrambi dimenticano la coscienza come luogo in cui ogni senso si costituisce.
Per tornare alle cose stesse occorre sospendere (epoché) l'atteggiamento naturale e ricondurre (riduzione) i fenomeni alla coscienza pura, descrivendone le strutture essenziali e la correlazione intenzionale noesi-noema.
Il motto esprime così l'ideale di una filosofia descrittiva e rigorosa, che non spiega causalmente i fenomeni ma li descrive nel loro mostrarsi, fondando ogni sapere sull'evidenza dell'esperienza vissuta.
Risultato: «Ritorno alle cose stesse» significa rifondare la filosofia sulla descrizione fedele dei fenomeni così come si danno alla coscienza, correggendo psicologismo e oggettivismo per mezzo dell'epoché e della riduzione fenomenologica.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento segue l'evoluzione e la fecondità della fenomenologia. Il pensiero di Husserl si radicalizza nel tempo verso un «idealismo trascendentale»: la riduzione non si ferma alla coscienza empirica, ma risale a un «Io trascendentale» costituente, per il quale il mondo intero è «fenomeno», correlato di senso degli atti coscienziali. Sorge allora un problema temibile, il «solipsismo»: se tutto è costituito dal mio Io trascendentale, come rendere conto dell'esistenza degli «altri» e di un mondo oggettivo comune? Husserl vi dedica la quinta delle «Meditazioni cartesiane», elaborando una complessa teoria dell'«intersoggettività» e dell'«empatia» («Einfühlung»): l'altro mi si dà come un altro io, un'altra prospettiva sul mondo, e l'oggettività nasce dall'accordo fra soggetti. Su questo nodo si misureranno tutti i fenomenologi successivi. La «Crisi delle scienze europee» va inoltre letta anche come un intervento «politico»: scritta negli anni Trenta, mentre l'Europa scivola nel totalitarismo e Husserl, ebreo, viene emarginato dalle leggi razziali naziste, l'opera denuncia la crisi di una razionalità scientifica che, dimenticando il «mondo della vita» e il senso umano, ha smarrito la propria funzione di guida. La fenomenologia è infine il grande «tronco» da cui si dirama gran parte della filosofia continentale del Novecento: da Heidegger (l'allievo che ne rovescia l'impostazione) a Sartre, da Maurice Merleau-Ponty (la fenomenologia del corpo e della percezione) a Emmanuel Levinas (il primato etico del volto dell'altro), fino a Edith Stein. «Ritornare alle cose stesse» è stata la parola d'ordine di un'intera epoca.
Ripasso attivo
Spiega in un paragrafo argomentativo (circa 12-15 righe) che cosa Husserl intende per «intenzionalità della coscienza» e per «epoché», chiarendo perché quest'ultima non coincide con lo scetticismo né con il dubbio cartesiano.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
L'Esserci come essere-nel-mondo: la mappa dei concetti di Essere e tempo
Costruisci un breve testo argomentativo in cui distingui l'esistenza autentica da quella inautentica in Heidegger, usando almeno tre coppie di concetti opposti e un esempio tratto dalla vita quotidiana.
L'Esserci è da sempre «deiettato» nella quotidianità: vive anzitutto e per lo più in modo inautentico, assorbito dalle cose e dagli altri. L'autenticità non è quindi uno stato originario, ma una possibilità da conquistare.
Inautentico: dominio del «Si» (das Man) / chiacchiera / curiosità / dispersione nell'anonimato. Autentico: singolarità riassunta / silenzio e ascolto della voce della coscienza / risolutezza / assunzione delle proprie possibilità.
Chi sceglie un percorso «perché così fan tutti», ripetendo il «si dice», vive nell'inautenticità del Si; chi, di fronte alla propria fine, decide la propria vita assumendola come compito irripetibile, esiste autenticamente.
Autentico e inautentico non sono due vite separate: l'autenticità è una modificazione dell'esistenza quotidiana, un suo «riprendersi», non una fuga dal mondo.
Risultato: L'esistenza inautentica è la dispersione anonima nel «Si», quella autentica è la ripresa risoluta della propria singolarità: due possibilità del medesimo Esserci, non due nature diverse.
Errori frequenti
Approfondimento
Due questioni ineludibili accompagnano l'opera di Heidegger. La prima è teoretica: la «svolta» («Kehre»). Dopo «Essere e tempo» — rimasto incompiuto, incapace di passare dall'analitica dell'Esserci al senso dell'Essere in generale — il pensiero di Heidegger cambia rotta. Non è più l'uomo a «porre» la domanda sull'essere, ma è l'Essere stesso a «darsi» e a «ritrarsi» nella storia; il linguaggio non è uno strumento umano ma «la casa dell'essere», e la poesia (Hölderlin), non più la scienza, diventa il luogo in cui l'essere si disvela. Di qui la celebre critica alla «tecnica» («La questione della tecnica»): l'essenza della tecnica moderna è l'«impianto» («Gestell»), un modo di disvelamento che riduce ogni cosa — e l'uomo stesso — a «fondo» disponibile, a risorsa calcolabile e sfruttabile; è il compimento del nichilismo e della dimenticanza dell'essere. La seconda questione è politica e non può essere taciuta: nel 1933 Heidegger aderì al nazismo, ne divenne rettore dell'università di Friburgo e ne pronunciò il «discorso di rettorato». La pubblicazione dei «Quaderni neri» ha rivelato tracce di antisemitismo, riaprendo il dibattito, tuttora acceso, sul rapporto fra il suo pensiero e la sua scelta politica: c'è un nesso necessario oppure una contraddizione fra la grandezza del filosofo e la responsabilità dell'uomo? Studiare Heidegger significa anche misurarsi, con onestà critica, con questo interrogativo, senza assolverlo e senza per ciò liquidarne l'influenza enorme sull'ermeneutica, sull'esistenzialismo e sul pensiero contemporaneo.
Ripasso attivo
Illustra la distinzione heideggeriana fra esistenza autentica e inautentica, spiegando il ruolo del «Si» (das Man) e perché la deiezione non vada interpretata come una colpa morale ma come una struttura della vita quotidiana.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Dall'angoscia all'autenticità: paura, angoscia ed essere-per-la-morte
A partire dall'affermazione heideggeriana secondo cui «ciò di cui l'angoscia si angoscia è l'essere-nel-mondo stesso», spiega in che senso l'angoscia differisce dalla paura e quale funzione svolge nell'esistenza.
La paura è sempre paura «di» qualcosa di intramondano (un pericolo, una minaccia determinata): ha un oggetto. L'angoscia non ha alcun oggetto determinato; ciò davanti a cui ci si angoscia è «il nulla», cioè non un ente ma l'essere-nel-mondo nella sua totalità.
Proprio perché non si aggrappa a nessuna cosa, l'angoscia toglie all'Esserci la familiarità rassicurante del mondo quotidiano e lo pone di fronte alla propria nuda esistenza: lo «spaesa» (Unheimlichkeit, lo «spaesamento»).
Questo spaesamento è positivo: strappando l'Esserci al «Si», l'angoscia gli rivela che è un poter-essere, una libertà gettata che deve decidere di sé, e gli dischiude la possibilità più propria, la morte.
L'angoscia non è dunque una malattia da curare, ma la condizione emotiva che apre la via all'esistenza autentica.
Risultato: Mentre la paura ha un oggetto determinato, l'angoscia, non avendone alcuno, rivela all'Esserci il suo essere-nel-mondo come libertà finita e gli dischiude la possibilità autentica dell'essere-per-la-morte.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento più fecondo, e molto apprezzato al colloquio per la capacità di «collegamento», è il confronto fra le diverse filosofie della morte. La strategia di Heidegger è esattamente opposta a quella di Epicuro. Per Epicuro «la morte non è nulla per noi» — quando ci siamo noi non c'è lei — e va perciò rimossa dall'orizzonte per vivere sereni: il fine è togliere alla morte ogni peso. Per Heidegger, al contrario, è proprio l'«anticipazione» della morte come possibilità più propria a dare senso e autenticità alla vita: rimuoverla (come fa il «Si» anonimo: «si muore») è la fuga inautentica; assumerla è la condizione dell'esistenza autentica. Là dove Epicuro anestetizza, Heidegger risveglia. Va inoltre riconosciuto il debito verso Kierkegaard, vero scopritore dell'«angoscia» come «vertigine della libertà» di fronte al possibile: Heidegger la trasforma da categoria religiosa (l'angoscia in vista della fede) in struttura ontologica dell'Esserci (l'angoscia che rivela il nulla e la finitezza, senza alcuno sbocco religioso). Anche la «voce della coscienza» («Gewissen») che richiama all'autenticità va intesa in senso non-morale: non dice «che cosa» fare, ma richiama l'Esserci alla propria singolarità e responsabilità. Questi temi — l'angoscia, la finitezza, la morte come rivelazione — passeranno in Sartre e in Jaspers e faranno dell'analitica esistenziale una delle sorgenti dell'intera cultura del Novecento, ben oltre la filosofia accademica.
Ripasso attivo
Analizza la distinzione fra paura e angoscia in Heidegger e spiega perché l'essere-per-la-morte, lungi dall'essere una resa pessimistica, costituisca la condizione dell'esistenza autentica.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Esistenza ed essenza in Sartre: dal tagliacarte all'uomo libero
Componi un paragrafo argomentativo (circa 12 righe) che spieghi che cos'è la «malafede» (mauvaise foi) in Sartre, distinguendola dalla menzogna e collegandola alla libertà, con un esempio.
Affermare che la malafede è la forma sartriana dell'autoinganno: la menzogna che la coscienza fa a se stessa per sfuggire alla propria libertà e alla responsabilità che ne deriva.
Precisare che, a differenza della menzogna comune (in cui chi mente conosce la verità che nasconde all'altro), nella malafede ingannatore e ingannato sono la stessa coscienza: ci si nasconde a se stessi la propria libertà.
Mostrare che la malafede consiste nel fingersi un in-sé, una «cosa» determinata dal proprio ruolo, dal passato o dalle circostanze, negando di essere un per-sé sempre libero di scegliere altrimenti.
Citare il cameriere che «recita» il proprio mestiere con gesti troppo precisi, identificandosi col ruolo per non riconoscersi libero; concludere che la malafede è l'inautenticità, mentre l'autenticità è l'assunzione lucida della propria libertà.
Risultato: La malafede è la menzogna che la coscienza fa a se stessa per negare la propria libertà, fingendosi una cosa determinata; si distingue dalla menzogna perché ingannatore e ingannato coincidono, e si oppone all'esistenza autentica.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento estende l'analisi oltre la libertà del singolo, verso il rapporto con l'altro, la storia e l'impegno. In «L'essere e il nulla» Sartre dedica pagine celebri all'«essere-per-altri» e allo «sguardo» («le regard»): sotto lo sguardo altrui io mi scopro «oggetto», la mia libertà si sente «rubata», congelata in un'immagine che l'altro ha di me. Il rapporto fra coscienze è così originariamente conflitto — «l'inferno sono gli altri», farà dire Sartre a un personaggio di «A porte chiuse» — ed eredita, laicizzandola, la dialettica hegeliana del riconoscimento. Nella fase matura Sartre tenta di conciliare esistenzialismo e marxismo: nella «Critica della ragione dialettica» (1960) affronta il problema di come la libertà individuale si inserisca nei processi collettivi e nella storia, fra il peso del «pratico-inerte» (le strutture sociali sedimentate) e la «prassi» di gruppo. Ne deriva un intenso «impegno» («engagement»): lo scrittore e il filosofo sono responsabili, devono schierarsi, la letteratura è «engagée». Va infine ricordato che dalla stessa matrice esistenzialista nasce uno dei testi fondativi del femminismo, «Il secondo sesso» (1949) di Simone de Beauvoir, con la tesi che «donna non si nasce, lo si diventa»: non esiste un'«essenza» femminile data dalla natura, ma una condizione storicamente e socialmente costruita — l'applicazione più feconda del principio che l'esistenza precede l'essenza.
Ripasso attivo
Spiega la tesi sartriana «l'esistenza precede l'essenza» servendoti dell'esempio del tagliacarte, e collega tale tesi ai concetti di responsabilità totale e di malafede.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Le declinazioni dell'esistenzialismo nel Novecento
Confronta brevemente l'esistenzialismo ateo di Sartre con quello religioso di Jaspers o Marcel, individuando il tema comune e il punto di divergenza decisivo.
Entrambi muovono dal primato dell'esistenza concreta, finita e situata: l'uomo non è definito da un'essenza data, ma dalla sua condizione esistenziale, segnata da scelta, finitezza e limite.
Per Sartre, l'assenza di Dio implica che non vi siano valori prestabiliti: l'uomo è «condannato a essere libero» e crea da sé i propri valori, nell'abbandono e nella responsabilità totale.
Per Jaspers le situazioni-limite (morte, colpa, sofferenza) aprono l'esistenza alla Trascendenza; per Marcel il «mistero» dell'essere si dischiude nella fede, nella speranza e nell'intersoggettività. Il limite non chiude, ma rinvia oltre.
Il punto di rottura è il rapporto con la Trascendenza: dove Sartre vede nell'assenza di Dio il fondamento della libertà assoluta, gli esistenzialisti religiosi vedono nel limite un'apertura al Trascendente.
Risultato: Esistenzialismo ateo e religioso condividono il primato dell'esistenza finita e situata, ma divergono sul senso del limite: per Sartre fonda una libertà senza Dio, per Jaspers e Marcel apre alla Trascendenza.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento arricchisce il quadro con due tessere spesso trascurate. La prima è Albert Camus e la filosofia dell'«assurdo». Pur rifiutando l'etichetta di esistenzialista, Camus ne condivide il clima: nel «Mito di Sisifo» (1942) definisce «assurdo» lo scarto fra il bisogno umano di senso e il silenzio irragionevole del mondo, e indica non nel suicidio ma nella «rivolta» lucida — vivere e godere «senza appello», come Sisifo che va immaginato «felice» mentre spinge il masso — la risposta all'assenza di significato. Il suo percorso lo porterà alla rottura clamorosa con Sartre (1952): ne «L'uomo in rivolta» Camus condanna le rivoluzioni che sacrificano l'uomo presente a un avvenire radioso, e ciò gli costa l'amicizia con l'intellighenzia comunista francese. La seconda tessera è storico-culturale: l'esistenzialismo fu la filosofia di un'epoca precisa, quella del secondo dopoguerra, che dopo i totalitarismi, la guerra e i campi di sterminio riscopre il valore della libertà individuale, della responsabilità e della scelta in un mondo «senza Dio» e senza garanzie. Ma proprio per questo suo antropocentrismo esso conobbe un rapido tramonto: negli anni Sessanta lo «strutturalismo» (Lévi-Strauss, Foucault, Althusser) ne decretò la fine, spostando l'attenzione dal soggetto alle «strutture» impersonali (linguistiche, sociali, inconsce) che lo precedono e lo determinano, fino ad annunciare — con la celebre formula di Foucault — la «morte dell'uomo».
Ripasso attivo
Spiega perché l'esistenzialismo si definisce un «clima» filosofico più che una scuola, indicandone la matrice comune e confrontando almeno l'esistenzialismo ateo di Sartre con quello religioso di Jaspers o Marcel.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Riferimenti e fonti
Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)