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Il Novecento filosofico è attraversato da quattro grandi indirizzi che ridefiniscono il compito stesso del pensiero. La filosofia analitica e la «svolta linguistica» (Wittgenstein, il Circolo di Vienna) spostano l'attenzione dall'essere al linguaggio e ai criteri di senso. L'epistemologia post-positivistica (Popper, Kuhn) ripensa che cosa renda scientifica una teoria, tra falsificabilità e rivoluzioni di paradigma. L'ermeneutica filosofica (Gadamer) fa della comprensione e dell'interpretazione la struttura fondamentale dell'esperienza umana. La filosofia politica e morale (Arendt, la Scuola di Francoforte, Habermas, Rawls) interroga il totalitarismo, la ragione, la giustizia e la democrazia. Le Indicazioni Nazionali prevedono che il docente selezioni alcuni autori e nuclei significativi: questo appunto offre un percorso rappresentativo, non un programma esaustivo.
5 sezioni~29 min di lettura4 competenzeLivello Standard 2 · Approfondimento 3Verificato · 07/2026
livello base
A tutti gli indirizzi si richiede di conoscere almeno un autore o un nucleo per ciascun indirizzo principale e di saperne esporre la tesi centrale con il lessico corretto, mostrando il rapporto del Novecento con la tradizione (Hume, Kant, Hegel come ripasso).
livello avanzato
Nel Liceo Classico e nelle Scienze Umane si valorizza l'analisi diretta dei testi (Wittgenstein, Popper, Gadamer, Arendt) e l'approfondimento dei nessi interni (svolta linguistica → epistemologia → ermeneutica) e dei collegamenti interdisciplinari con la storia del Novecento e con le scienze.
Profondità di lettura: Approfondimento
Dimensione del testo: Standard
La svolta linguistica: dal Tractatus ai giochi linguistici
Sottoponi al criterio di verificazione del Circolo di Vienna le tre proposizioni: (a) «Domani a Roma pioverà»; (b) «L'acqua bolle a 100 gradi a pressione atmosferica normale»; (c) «L'Assoluto è oltre lo spazio e il tempo». Stabilisci quali hanno senso cognitivo e perché.
Per il neopositivismo una proposizione ha significato cognitivo se è analitica (logica/matematica) oppure se è empiricamente verificabile, cioè se si possono indicare le esperienze che la confermerebbero o smentirebbero.
«Domani a Roma pioverà» è una previsione empirica: si può verificare domani osservando il tempo a Roma. Ha senso cognitivo: è una proposizione fattuale controllabile.
«L'acqua bolle a 100 gradi a pressione atmosferica normale» è una legge empirica controllabile con un esperimento. Ha senso cognitivo: è una tipica proposizione della scienza, verificabile.
«L'Assoluto è oltre lo spazio e il tempo» non indica alcuna esperienza possibile che la confermi o la smentisca: per definizione si pone fuori dall'esperienza. Non è analitica né verificabile: è una proposizione metafisica, dichiarata priva di significato cognitivo.
Risultato: Le proposizioni (a) e (b) hanno senso cognitivo perché empiricamente verificabili; la (c) è dichiarata insensata dal criterio di verificazione perché metafisica e non controllabile dall'esperienza.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento segue la crisi interna del neopositivismo, un caso esemplare di come una filosofia possa essere smentita dai propri strumenti. Il «principio di verificazione» — «ha senso solo ciò che è empiricamente verificabile» — soffre di un difetto fatale: applicato a se stesso, si autodistrugge. Quel principio, infatti, non è né una verità analitica della logica né una proposizione empiricamente verificabile; per il suo stesso criterio, dunque, è «privo di senso». Di fronte a questa obiezione i neopositivisti dovettero indebolire il criterio (dalla «verificazione» conclusiva alla più cauta «confermabilità»), mentre Popper vi opponeva la «falsificabilità». Il colpo di grazia venne da Willard V. O. Quine: in «Due dogmi dell'empirismo» (1951) egli attaccò i due pilastri del neopositivismo — la netta distinzione fra proposizioni «analitiche» e «sintetiche» e il «riduzionismo» (l'idea che ogni enunciato sensato sia traducibile in termini di esperienza immediata) — sostenendo che la conoscenza è un «campo» olistico in cui nessun enunciato è verificabile isolatamente e nessuno è immune da revisione. Con Quine e con il secondo Wittgenstein la filosofia analitica abbandona il sogno di un linguaggio perfetto e si volge al linguaggio ordinario e alla prassi. Va infine colto il senso storico di questa vicenda: da qui nasce la grande divaricazione fra filosofia «analitica» (anglosassone, attenta al linguaggio e alla logica) e filosofia «continentale» (europea, attenta alla storia, all'esistenza, all'interpretazione), una frattura che ha segnato l'intero Novecento e che solo di recente si tenta di ricomporre.
Ripasso attivo
Spiega in che cosa consiste la «svolta linguistica» e illustra il criterio di verificazione del Circolo di Vienna, mostrando come si lega al primo Wittgenstein e in che senso il secondo Wittgenstein lo supera (max 20 righe).
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Popper e Kuhn: due modelli del progresso scientifico
Spiega, con il criterio popperiano, perché l'enunciato «tutti i cigni sono bianchi» è scientifico, mentre una teoria che pretende di spiegare qualunque comportamento umano in qualunque modo non lo è.
Per Popper una teoria è scientifica se è falsificabile, cioè se vieta certi eventi e si espone al rischio di essere smentita. La scientificità non è certezza, ma controllabilità.
L'enunciato è una legge universale: non si può verificare osservando tutti i cigni, ma è falsificabile, perché basterebbe trovare UN cigno nero per smentirlo. Vieta l'esistenza di cigni non bianchi: è quindi scientifico (controllabile).
Una teoria che riesce a spiegare qualunque comportamento e il suo contrario (sia A sia non-A) non vieta nulla: nessun fatto potrebbe mai smentirla. È «immunizzata» contro la confutazione.
Proprio l'apparente forza (spiega tutto) è la sua debolezza epistemologica: essendo infalsificabile, per Popper non è scientifica. La scienza si riconosce dal rischio che corre, non dalle conferme che colleziona.
Risultato: «Tutti i cigni sono bianchi» è scientifico perché falsificabile (un cigno nero lo smentirebbe); una dottrina che spiega tutto e non vieta nulla è infalsificabile e perciò, per Popper, pseudoscientifica.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento allarga il dibattito oltre Popper e Kuhn, ai due pensatori che ne raccolgono la sfida. Imre Lakatos tenta una mediazione: la sua «metodologia dei programmi di ricerca scientifici» distingue in ogni teoria un «nucleo» centrale, protetto dalla revisione, e una «cintura protettiva» di ipotesi ausiliarie che vengono modificate di fronte alle anomalie. Un programma è «progressivo» se prevede fatti nuovi, «degenerante» se si limita a incassare le smentite con aggiustamenti ad hoc: così Lakatos salva la razionalità della scienza (contro Kuhn) senza cadere nel falsificazionismo ingenuo (contro il primo Popper), perché una singola confutazione non abbatte mai subito una teoria. All'estremo opposto si colloca Paul Feyerabend, l'«anarchico epistemologico»: in «Contro il metodo» (1975) sostiene che non esiste alcun metodo scientifico universale e che, nella storia reale, il progresso è avvenuto solo violando le regole — «anything goes», tutto va bene. Feyerabend nega che la scienza sia superiore ad altre forme di sapere (mito, magia, medicine tradizionali) e ne rivendica la separazione dallo Stato, come già avvenne per la religione. Questo spettro di posizioni — dal razionalismo critico di Popper all'anarchismo di Feyerabend, passando per la sociologia dei paradigmi di Kuhn e i programmi di Lakatos — delinea la grande questione dell'epistemologia contemporanea: la scienza è la forma più razionale del sapere, o una pratica storica e sociale fra le altre? La posta in gioco, oggi, è enorme: dal valore delle competenze esperte al problema del relativismo.
Ripasso attivo
Confronta il criterio di demarcazione di Popper (falsificabilità) con il modello di Kuhn (paradigmi e rivoluzioni), spiegando come ciascuno concepisce il progresso scientifico e in che cosa dissentono (max 20 righe).
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Il circolo ermeneutico e la fusione degli orizzonti
Commenta la tesi di Gadamer secondo cui «i pregiudizi sono condizioni della comprensione», spiegando in che senso egli si oppone all'illuminismo.
In Gadamer Vorurteil non significa anzitutto «errore», ma «giudizio previo»: l'insieme di aspettative, conoscenze e categorie che precedono e rendono possibile l'incontro con il testo. Sono l'eredità della tradizione in cui siamo immersi.
L'illuminismo aveva un «pregiudizio contro i pregiudizi»: voleva una ragione pura, libera da ogni autorità e tradizione, capace di giudicare tutto da zero. Per esso ogni pregiudizio è un ostacolo alla verità.
Gadamer replica che una comprensione «senza presupposti» è impossibile: comprendiamo sempre a partire da una pre-comprensione storicamente determinata. Negare i pregiudizi non li elimina, li rende solo inconsapevoli.
Occorre però distinguere i pregiudizi «legittimi» (produttivi, che aprono al senso) da quelli «illegittimi» (che fuorviano). Il dialogo con il testo e con la tradizione mette alla prova i nostri pregiudizi e li corregge.
Risultato: Per Gadamer i pregiudizi sono le condizioni storiche che rendono possibile ogni comprensione: contro l'illuminismo, che li rifiutava in nome di una ragione pura, egli mostra che non esiste interpretazione senza pre-comprensione, da affinare nel dialogo con la tradizione.
Errori frequenti
Approfondimento
Due approfondimenti collocano meglio Gadamer nella storia e nel dibattito. Il primo è la genealogia dell'ermeneutica, che permette di misurarne la radicalità. Con Friedrich Schleiermacher, nell'Ottocento, l'ermeneutica era «arte del comprendere» volta a ricostruire l'intenzione originaria dell'autore, magari «meglio di quanto egli stesso si comprendesse». Wilhelm Dilthey ne fece il «metodo» delle scienze dello spirito, contrapposto allo «spiegare» delle scienze naturali. È Heidegger a compiere la svolta «ontologica»: comprendere non è un metodo, ma il modo d'essere dell'Esserci. Gadamer eredita questa svolta e ne trae la conseguenza più netta: l'interpretazione non mira a «ricostruire» il passato com'era (contro Schleiermacher), ma è sempre un incontro produttivo fra il testo e il presente dell'interprete. Il secondo approfondimento è la celebre disputa con Jürgen Habermas. Habermas obietta a Gadamer che la «rivalutazione del pregiudizio» e dell'autorità della tradizione è pericolosa: la tradizione può nascondere rapporti di dominio, violenza, ideologia. Occorre perciò affiancare alla comprensione ermeneutica una «critica dell'ideologia», capace di smascherare le distorsioni; la ragione non deve solo ascoltare la tradizione, ma anche giudicarla. Gadamer replica che ogni critica avviene comunque dall'interno di una tradizione e di un linguaggio, e che non esiste un punto di vista assoluto fuori dalla storia. Questo confronto — fra ermeneutica dell'ascolto ed ermeneutica del sospetto — è uno dei più fecondi del pensiero contemporaneo, e ripropone l'antica tensione fra autorità e ragione critica.
Ripasso attivo
Illustra la nozione di «circolo ermeneutico» e quella di «fusione degli orizzonti» in Gadamer, spiegando perché egli rivaluta i pregiudizi e in che senso comprendere è sempre interpretare e applicare (max 20 righe).
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Quattro voci della filosofia politica e morale del Novecento
Spiega come Rawls, attraverso la posizione originaria e il velo di ignoranza, giustifica i suoi principi di giustizia, in particolare il principio di differenza.
È un esperimento mentale ipotetico: si immagina che le persone scelgano insieme i principi fondamentali della società. È una versione moderna del contratto sociale, ma su principi di giustizia, non sullo Stato in sé.
Per garantire imparzialità, i contraenti scelgono dietro un «velo di ignoranza»: non sanno quale sarà la loro posizione sociale, classe, talenti, sesso, concezione del bene. Nessuno può perciò ritagliare regole a proprio vantaggio.
In condizioni di incertezza e imparzialità si sceglierebbe per prudenza: (1) eguale libertà fondamentale per tutti; (2) le disuguaglianze sono ammesse solo se aperte a tutti in pari opportunità e se vanno a vantaggio dei meno avvantaggiati (principio di differenza).
Non sapendo se sarò tra i più poveri, accetto disuguaglianze solo se migliorano la condizione dei meno fortunati. La giustizia diventa così «equità»: regole che chiunque accetterebbe non sapendo dove si troverà.
Risultato: Il velo di ignoranza, neutralizzando gli interessi personali, conduce a principi imparziali: eguale libertà per tutti e disuguaglianze giustificabili solo se a vantaggio dei più svantaggiati. Questa è la «giustizia come equità» di Rawls.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento segue i due filoni più fecondi per l'attualità. Il primo è il grande dibattito che «Una teoria della giustizia» di Rawls ha acceso, tuttora al centro della filosofia politica. Da destra, il libertario Robert Nozick («Anarchia, Stato e utopia», 1974) contesta il «principio di differenza»: se i beni sono stati acquisiti legittimamente (con lavoro e libero scambio), redistribuirli viola i diritti individuali; è giusto solo lo «Stato minimo», guardiano notturno. Da un altro versante, i «comunitari» (Alasdair MacIntyre, Michael Sandel, Charles Taylor, Michael Walzer) obiettano che il soggetto «disincarnato» della posizione originaria — che sceglie ignorando i propri legami e la propria concezione del bene — è un'astrazione irreale: la giustizia non si decide nel vuoto, ma dentro comunità storiche con beni e valori condivisi. Il confronto liberali/comunitari è una delle grandi eredità del Novecento politico. Il secondo filone è la sorprendente attualità di Hannah Arendt. Analizzando la condizione degli apolidi e dei profughi fra le due guerre, Arendt formula il concetto del «diritto ad avere diritti»: chi perde la cittadinanza e l'appartenenza a una comunità politica perde ogni protezione, perché i «diritti umani» astratti, senza uno Stato che li garantisca, si rivelano impotenti. È una diagnosi di drammatica attualità di fronte alle migrazioni e alle crisi umanitarie contemporanee, e mostra come la riflessione filosofica del Novecento offra strumenti preziosi per l'Educazione civica e per pensare la cittadinanza, i diritti e la responsabilità nel mondo globale.
Ripasso attivo
Scegli uno tra gli autori della sezione (Arendt, Adorno/Horkheimer, Habermas o Rawls) ed esponi la sua tesi centrale, collegandola a una questione etica o politica del presente (max 20 righe).
Richiamo attivo
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Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Mappa delle correnti del Novecento e delle loro domande
Mostra un collegamento argomentato tra l'epistemologia (Popper) e la filosofia politica del Novecento, spiegando come l'idea di fallibilità possa sostenere una concezione aperta e democratica della società.
Per Popper il sapere scientifico è fallibile: nessuna teoria è verità definitiva, tutte sono congetture esposte alla confutazione. Il progresso nasce dalla critica aperta e dal controllo intersoggettivo.
Popper stesso, ne «La società aperta e i suoi nemici», estende il fallibilismo alla politica: poiché nessuno possiede la verità assoluta, nessun potere può imporsi come infallibile. È la critica ai totalitarismi che pretendono una verità storica definitiva.
Una società aperta è quella che istituzionalizza la critica e la correzione degli errori: libere discussioni, possibilità di cambiare i governanti senza violenza, riforme graduali invece di rivoluzioni totali e «ingegneria utopistica».
Così la fallibilità epistemologica fonda un'etica politica: come la scienza vive di critica e revisione, la democrazia vive del dissenso e della correzione pacifica. Il legame tra le due correnti è la centralità della critica razionale.
Risultato: L'idea popperiana di fallibilità collega epistemologia e politica: poiché nessuno possiede la verità definitiva, la società migliore è quella «aperta», che istituzionalizza la critica e la correzione degli errori come fa la scienza.
Errori frequenti
Approfondimento
L'approfondimento apre lo sguardo sui «nuclei» del Novecento che eccedono i quattro grandi filoni e che le Indicazioni lasciano alla scelta del docente, e offre un metodo per il colloquio. Fra i percorsi più vivi: l'«etica della responsabilità» di Hans Jonas («Il principio responsabilità», 1979), che di fronte al potere illimitato della tecnica formula un nuovo imperativo — «agisci in modo che gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla Terra» — fondando la bioetica e la filosofia dell'ambiente; la «filosofia della mente», che discute il rapporto fra coscienza e cervello, l'intelligenza artificiale e il problema mente-corpo ereditato da Cartesio; il pensiero di Michel Foucault sui rapporti fra «sapere e potere» e sui dispositivi di controllo; il pensiero femminista e di genere, che rilegge l'intera tradizione dalla prospettiva della differenza sessuale. Sul piano del metodo, il colloquio pluridisciplinare premia non l'accumulo di nomi, ma la costruzione di un «percorso» guidato da un problema reale (la libertà, la verità, il male, la giustizia, il progresso, il limite) che attraversi autori e discipline. Il rischio da evitare è il collegamento superficiale e forzato, l'accostamento puramente verbale: un buon percorso individua un problema autentico, ricostruisce con rigore le tesi degli autori chiamati in causa, ne mostra convergenze e divergenze e assume una posizione argomentata. La grande lezione della filosofia del Novecento — la consapevolezza critica dei limiti del linguaggio, della scienza, della ragione e del potere — è insieme la sua eredità teorica e il suo insegnamento di metodo: pensare con rigore, senza pretese assolutistiche e senza rinunciare alla ragione.
Ripasso attivo
Costruisci una mappa-sintesi delle quattro grandi correnti del Novecento (analitica, epistemologia, ermeneutica, filosofia politica), indicando per ciascuna la domanda guida, un autore e un concetto-chiave, e mostra un collegamento tra due di esse (max 20 righe).
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Riferimenti e fonti