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L'appunto ricostruisce la nascita della letteratura in volgare italiano nel Duecento: dal lento distacco dal latino e dai primi documenti volgari fino alle tre grandi esperienze poetiche delle Origini — la poesia religiosa umbra (San Francesco, Iacopone da Todi), la Scuola siciliana della corte di Federico II (con l'invenzione del sonetto da parte di Giacomo da Lentini) e la poesia toscana dei Siculo-toscani (Guittone d'Arezzo) come fase di transizione verso lo Stilnovo. Si analizzano i modelli (la lirica provenzale e l'amor cortese), le forme metriche (lauda, canzone, sonetto) e i temi, collocando i testi nel loro contesto storico-culturale. L'argomento rientra a pieno titolo nel programma dell'Esame di Stato (Tipologia A e colloquio).
4 sezioni~22 min di lettura3 competenzeLivello Base 1 · Standard 2 · Approfondimento 1Verificato · 07/2026
livello base
In tutti i licei è richiesto saper collocare le tre esperienze poetiche delle Origini nel loro contesto, riconoscere le forme metriche fondamentali (lauda, canzone, sonetto) e analizzare un testo-cardine come il «Cantico delle creature».
livello avanzato
Negli indirizzi a forte vocazione linguistico-letteraria (Classico, Linguistico) si approfondiscono i rapporti con la lirica provenzale e il latino mediolatino, la genesi tecnica del sonetto e la funzione di «cerniera» dei Siculo-toscani verso lo Stilnovo.
Profondità di lettura: Approfondimento
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Cronologia della letteratura italiana: dalle Origini al Novecento
Asse cronologico delle Origini (sec. IX-XIII)
Leggi il Placito capuano (960): «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti». Spiega che cosa attesta questo testo per la storia della lingua italiana.
Si tratta di una formula di testimonianza giurata, inserita in un atto giudiziario latino: un testimone afferma che le terre contese furono possedute per trent'anni dal monastero di San Benedetto (Montecassino).
La formula è scritta in volgare, non in latino: «sao» (so), «ko» (che), «kelle» (quelle), «possette» (possedette). La grafia con la «k» rivela un volgare campano già distinto dal latino.
Il volgare è usato perché la formula doveva essere pronunciata e compresa dal testimone, ma resta incastonata in un documento ufficiale latino: è una testimonianza pratica, non un'opera letteraria.
Il Placito è uno dei primi documenti consapevolmente in volgare italiano: attesta che, già nel X secolo, il volgare era percepito come lingua autonoma rispetto al latino, almeno per esigenze pratiche e giuridiche.
Risultato: Il Placito capuano attesta il volgare italiano scritto in funzione pratico-giuridica nel 960, ma non segna la nascita della letteratura d'arte, che si afferma solo nel Duecento.
Errori frequenti
Approfondimento
Sul piano linguistico conviene distinguere con precisione i fenomeni. Il latino «parlato» (il «sermo vulgaris») non coincise mai con quello letterario di Cicerone: se ne allontanò progressivamente, come attesta l'«Appendix Probi», una lista tardoantica che corregge le forme «scorrette» del parlato («speculum non speclum», «auris non oricla»), preziosa spia della deriva fonetica da cui nasceranno i volgari. Per la coscienza della distanza fra le due lingue è decisiva la data dell'813: il concilio di Tours raccomanda di predicare «in rusticam Romanam linguam», riconoscendo ufficialmente che il popolo non capiva più il latino. Un utile termine di paragone europeo sono i «Giuramenti di Strasburgo» (842), primo documento in lingua romanza d'oltralpe, di quasi un secolo anteriore al Placito capuano: la Francia mette per iscritto il proprio volgare prima dell'Italia, dove la fitta rete di scuole notarili e la persistente vicinanza al latino ritardano l'emancipazione dello scritto. Solo con Dante, nel «De vulgari eloquentia», la partizione romanza sarà teorizzata attraverso l'avverbio affermativo — lingue d'«oc», d'«oïl» e del «sì» —, segno che la riflessione sulla lingua è ormai matura e cerca una geografia culturale, non solo un inventario di documenti.
Ripasso attivo
Spiega in un paragrafo argomentato (8-10 righe) perché la letteratura in volgare italiano nasce più tardi rispetto a quella francese, distinguendo tra «documenti» del volgare e «opere letterarie» e citando almeno due testimonianze documentarie precise.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Schema di confronto: Francesco e Iacopone da Todi
Analizza il passo: «Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le Tue creature, / spetialmente messor lo frate Sole, / lo qual è iorno, et allumini noi per lui». Individua le scelte stilistiche e il loro significato.
Francesco loda Dio insieme a tutte le creature e in particolare attraverso il sole, che dà il giorno e illumina gli uomini per volontà di Dio.
«Messor» e «frate» applicati al sole fondono il linguaggio feudale-cortese («messer», signore) e quello familiare-fraterno («frate», fratello): le creature sono insieme nobili e fraterne.
L'anafora «Laudato sie» struttura l'intera lauda; il volgare umbro («iorno», «allumini»), la prosa ritmica e le assonanze creano una cantilena di lode adatta al canto comunitario.
Il sole non è lodato in sé, ma come tramite («per lui») verso Dio: emerge la teologia francescana del creato come scala che riconduce al Creatore, ricca anche per l'ambiguità voluta del «per».
Risultato: Il passo mostra la lode francescana del creato: linguaggio cortese-fraterno, anafora liturgica e volgare umbro fondono dignità e semplicità nella prima poesia d'autore italiana.
Errori frequenti
Approfondimento
La lettura ravvicinata del «Cantico» impone un chiarimento filologico e uno metrico. Filologicamente il testo non nacque tutto insieme: la strofa del perdono e di «sora nostra Morte corporale» fu aggiunta da Francesco, secondo le fonti francescane, in prossimità della propria morte (1226), a suggello di un componimento cresciuto per stratificazioni successive. Metricamente non siamo di fronte a versi regolari né a rime: la lauda è scritta in «versetti» di lunghezza diseguale, di ascendenza biblico-liturgica (i salmi, il «Benedicite» dei tre fanciulli), tenuti insieme da un fitto tessuto di assonanze e dalla ripresa anaforica «Laudato sie». È questa forma «aperta» a renderla adatta al canto responsoriale delle confraternite dei «laudesi». Sul celebre «per» la critica ha insistito proprio perché la sua indecidibilità è teologicamente feconda: le creature sono a un tempo il motivo della lode, il mezzo attraverso cui l'uomo loda e, quasi, il soggetto che loda, e la preposizione le tiene insieme tutte e tre. In Iacopone il segno si rovescia: la sua è una poesia dell'eccesso e del corpo martoriato («O Signor, per cortesia, / manname la malsania»), dove il misticismo si fa provocazione, l'io desidera annientarsi in Dio e la lingua, aspra e dialettale, prepara la «sacra rappresentazione» drammatica dei secoli seguenti.
Ripasso attivo
Analizza i primi versi del «Cantico delle creature» («Altissimu, onnipotente, bon Signore... Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le Tue creature, spetialmente messor lo frate Sole»): individua l'anafora, gli appellativi rivolti alle creature e spiega la concezione francescana del creato che vi emerge.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Struttura metrica del sonetto (Giacomo da Lentini)
Dato l'incipit del sonetto di Giacomo da Lentini «Amor è uno desio che ven da core / per abondanza di gran piacimento; / e li occhi in prima genera l'amore / e lo core li dà nutricamento», riconosci e descrivi la struttura metrica del componimento.
Il sonetto è formato da 14 versi: i 4 citati appartengono alla prima quartina; seguono una seconda quartina e due terzine.
Ogni verso è un endecasillabo (11 sillabe metriche): «A-mor-e-u-no-de-sio-che-ven-da-co-re» con le sinalefi conta 11 posizioni metriche.
Le rime «core : amore» (A) e «piacimento : nutricamento» (B) si dispongono ABAB; la seconda quartina ripete lo schema: fronte ABAB ABAB.
Le quartine definiscono che cos'è l'amore (un desiderio che nasce dal cuore e che gli occhi generano); le terzine svilupperanno e «risolveranno» il ragionamento — uso tipico della struttura bipartita del sonetto.
Risultato: Il testo è un sonetto: 14 endecasillabi divisi in 2 quartine (ABAB ABAB) e 2 terzine, secondo la forma inventata da Giacomo da Lentini, qui usata per definire la natura dell'amore.
Errori frequenti
Approfondimento
Due approfondimenti chiariscono la posta in gioco tecnica della Scuola. Primo, la genesi del sonetto: l'ipotesi più accreditata lo fa derivare dalla combinazione di una «stanza» di canzone (l'ottava a schema alterno) con una coda di due terzine, così che i quattordici versi risultano dalla somma 8 + 6; la partizione tra «fronte» (le due quartine) e «sirma» (le due terzine), con la «volta» che segna lo stacco logico, riproduce in piccolo l'architettura della canzone e offre al pensiero uno spazio per porsi e poi svolgersi o ribaltarsi. Secondo, il rapporto con il modello provenzale non è semplice imitazione ma rifacimento: la canzone di Giacomo da Lentini «Madonna, dir vo voglio» ricalca da vicino un testo del trovatore Folchetto di Marsiglia, «depurandolo» però dei riferimenti sociali, feudali e musicali. Va inteso infine il meccanismo della «toscanizzazione»: il siciliano confondeva gli esiti vocalici «é/í» e «ó/ú», così che una rima originaria come «amuri : cori» era perfetta; trascritta dai copisti in toscano essa diventa l'imperfetta «amóre : còre», e sono proprio queste rivelatrici «rime siciliane» a permettere agli studiosi di risalire, sotto la veste toscana dei manoscritti, alla forma linguistica originaria ormai perduta.
Ripasso attivo
Descrivi la struttura metrica del sonetto delle Origini (numero e tipo di versi, divisione in strofe, schema rimico) e spiega perché questa forma, inventata da Giacomo da Lentini, abbia avuto tanta fortuna nella tradizione lirica italiana.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Mappa concettuale: dalle Origini allo Stilnovo
Costruisci un paragrafo argomentato che spieghi in che modo i Siculo-toscani rappresentino una fase di transizione tra Scuola siciliana e Dolce Stil Novo, usando come fulcro la figura di Guittone d'Arezzo.
Formulo la tesi: i Siculo-toscani sono l'anello di congiunzione tra la lirica siciliana e lo Stilnovo, perché ne ereditano i modi e insieme ne preparano il superamento.
Mostro la continuità: i poeti toscani raccolgono e diffondono la lirica siciliana (giunta loro toscanizzata) e ne conservano il nucleo amoroso e cortese.
Aggiungo l'innovazione: Guittone amplia i temi (morale, politico, civile) ma adotta uno stile aspro e oscuro; proprio contro questa «maniera» reagiranno gli stilnovisti in nome della «dolcezza».
Chiudo collegando: così i Siculo-toscani, per eredità e per contrasto, aprono la strada a Guinizzelli e Dante, cioè al capitolo successivo della lirica italiana.
Risultato: Un paragrafo coeso (tesi + due argomenti + sintesi) che dimostra la funzione di «cerniera» dei Siculo-toscani, esattamente come richiesto dalla consegna, con riferimenti culturali pertinenti.
Errori frequenti
Approfondimento
Il nodo critico è la valutazione di Guittone, campione di una poesia che gli stilnovisti giudicheranno un fallimento espressivo. Il suo «trobar clus» — dizione chiusa e oscura, costruita su rime difficili, anastrofi, tmesi e un lessico ricercato — è insieme la sua ambizione e il suo limite: Guittone vuole una poesia «dotta», che dica cose alte con arte visibile, e per questo organizza i sonetti in «corone» tematiche e riscrive la canzone in chiave morale e civile (celebre quella sulla sconfitta guelfa di Montaperti del 1260, «Ahi lasso, or è stagion de doler tanto»). Dante, nel «De vulgari eloquentia», lo condanna senza appello, accusandolo di essersi fermato al volgare «municipale» senza mai raggiungere quello «illustre»; e in «Purgatorio» XXVI, per bocca di Guinizzelli, lo colloca tra coloro cui la fama fu data «di grido in grido», più per moda che per valore d'arte. La transizione ha però anche voci laterali preziose: Bonagiunta da Lucca, che in «Purgatorio» XXIV riconoscerà egli stesso il «nodo» che trattenne i vecchi poeti al di qua del «dolce stil novo», e la «Compiuta Donzella» fiorentina, prima presenza — sia pure d'identità incerta — di una voce femminile nella nascente lirica italiana.
Ripasso attivo
Confronta la Scuola siciliana e i Siculo-toscani sotto tre aspetti — contesto storico-geografico, gamma tematica e stile — e spiega in che senso i Siculo-toscani, e in particolare Guittone d'Arezzo, costituiscano una fase di transizione verso il Dolce Stil Novo.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)) · Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Riferimenti e fonti