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La tragedia attica: Eschilo, Sofocle, Euripide

La tragedia è il genere drammatico nato e fiorito ad Atene nel V secolo a.C., rappresentato nel contesto religioso e civico delle Grandi Dionisie. In questo appunto se ne ricostruiscono le origini e la struttura formale, e si analizzano i tre grandi tragici — Eschilo, Sofocle ed Euripide — coglierne la lingua, i temi (« hybris », « ate », « nemesis », destino e responsabilità) e la funzione del teatro nella « polis ». L'argomento è pienamente dentro l'Esame di Stato: la conoscenza storico-letteraria sostiene l'analisi e l'interpretazione dei testi tradotti, cuore della seconda prova e del colloquio.

4 sezioni·~26 min di lettura·3 competenze·Livello Base 1 · Standard 2 · Approfondimento 1·Verificato · 07/2026

T·0888 / 14
Profilo d’esame
Collocare la tragedia nel contesto storico-culturale dell'Atene del V secolo, riconoscendone la funzione civica e religiosaAnalizzare e interpretare testi tragici (in lingua e in traduzione) riconoscendone struttura, lingua e temiCogliere la funzione del teatro tragico nella cultura della polis e la sua eredità nella tradizione successiva
Operatori:analizzainterpretaconfrontacontestualizzacommentaspiegatraduciillustra

livello base

Conoscere la struttura formale della tragedia, i tre tragici con almeno un'opera-chiave ciascuno e i nuclei tematici fondamentali (destino, giustizia, hybris), sapendoli applicare all'analisi di un brano tradotto.

livello avanzato

Nel Liceo Classico si richiede inoltre la lettura diretta di passi in lingua (con analisi metrico-stilistica delle parti corali e dialogiche) e il confronto critico fra le tre poetiche, anche alla luce della «Poetica» di Aristotele.

Profondità

Profondità di lettura: Approfondimento

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Contenuti · 4 sezioni▾
  1. La tragedia attica: Eschilo, Sofocle, Euripide
    • 01Origini e struttura della tragedia attica○
    • 02Eschilo: la trilogia, il destino e la giustizia divina◐
    • 03Sofocle: l'eroe tragico e il conflitto◐
    • 04Euripide e il rinnovamento del genere●
§ 01

Origini e struttura della tragedia attica#

●○○BaseLPOSA-greco-letteratura-eta-classica

Pianta del teatro greco

Il teatro grecoSchema con 5 elementi, Theatron, Orchestra, Skené, parodos, parodosTheatronOrchestraSkenéparodosparodos
Fig. 2Il pubblico siede sulla gradinata semicircolare (theatron); il coro agisce nell'orchestra circolare, con l'altare (thymele) al centro; la skené fa da fondale. Attori e coro entrano dalle parodoi laterali.

Punti chiave

La tragedia attica nasce ad Atene tra la fine del VI e l'inizio del V secolo a.C. e raggiunge la sua massima fioritura nel V secolo, nel contesto delle feste in onore di Dioniso: la sua origine è insieme religiosa e civica, e ne condiziona forma e funzione. Secondo la testimonianza di Aristotele (« Poetica », cap. 4), il genere si sarebbe sviluppato « dagli autori del ditirambo », il canto corale in onore di Dioniso, attraverso un progressivo distacco di una voce solista dal coro; la parola stessa « tragedia » (τραγῳδία) è tradizionalmente connessa al « canto del capro » (τράγος, « capro », e ᾠδή, « canto »), forse per il premio o per il sacrificio legato all'agone.
Il luogo della rappresentazione sono le Grandi Dionisie, la più solenne delle feste dionisiache, celebrate in primavera (mese di Elafebolione) nel teatro di Dioniso alle pendici dell'Acropoli. Si trattava di un evento dell'intera comunità: tre poeti, selezionati dall'arconte, gareggiavano in un « agone » presentando ciascuno una tetralogia (tre tragedie più un dramma satiresco); le spese erano sostenute da un cittadino facoltoso, il « corego » (χορηγός, da cui « coregia »), in una forma di liturgia. Il teatro era dunque un'istituzione della « polis », e la tragedia un atto di educazione collettiva.
Lo spazio scenico ha tre componenti essenziali. L'« orchestra » (ὀρχήστρα) è lo spazio circolare in cui agisce e danza il coro; la « skené » (σκηνή) è la struttura di fondo che funge da palazzo o tempio e nasconde gli attori nei cambi; il « théatron » (θέατρον, « luogo da cui si guarda ») è la gradinata, sfruttante il pendio della collina, dove siede il pubblico. A questi si aggiungono macchinari come l'« ekkýklema » (la piattaforma che fa apparire l'interno, p. es. un cadavere) e la « mechané » (la gru per le apparizioni divine, da cui l'espressione « deus ex machina »). Pochi attori (da uno fino a tre con Sofocle) coprono tutti i ruoli, con maschere e coturni; il coro conta dodici o quindici elementi.
La struttura formale della tragedia alterna parti recitate e parti cantate secondo uno schema codificato (Fig. 1). Si apre con il « prologo » (πρόλογος), la parte che precede l'ingresso del coro e introduce l'antefatto; segue la « parodo » (πάροδος), il canto d'ingresso del coro. Si susseguono poi gli « episodi » (ἐπεισόδια), le scene dialogate fra gli attori, separati dagli « stasimi » (στάσιμα), i canti corali eseguiti « da fermo ». La tragedia si chiude con l'« esodo » (ἔξοδος), l'uscita finale del coro. All'interno possono comparire l'« agone » (lo scontro verbale fra due personaggi), il « kommós » (il canto di lamento condiviso fra coro e attore) e la « rhesis » (lunga tirata di un singolo). Sul piano linguistico, i dialoghi sono in trimetri giambici di colorito attico, le parti corali in lirica corale di patina dorica.

Struttura formale della tragedia attica

La struttura della tragediaGrafo, Prologo (recitato) → Parodo (entra il coro), Parodo (entra il coro) → Episodio (dialogo), Episodio (dialogo) → Stasimo (canto), Stasimo (canto) → EsodoPrologo(recitato)Parodo (entra ilcoro)Episodio(dialogo)Stasimo (canto)Esodo
Fig. 1Episodi e stasimi si alternano fino all'esodo. Trimetri giambici = parti recitate; lirica corale dorica = parti cantate.
Esempio svolto

Riconoscere le parti di una tragedia

Di una tragedia ti vengono indicate, nell'ordine, queste parti: (a) un monologo iniziale di un personaggio solo in scena; (b) il canto con cui il coro entra nell'orchestra; (c) un dialogo serrato fra due personaggi; (d) un canto del coro fermo nell'orchestra; (e) il canto finale con cui il coro lascia la scena. Assegna a ciascuna il nome tecnico greco e di' se è recitata o cantata.

  1. 01(a) Monologo iniziale

    È la parte che precede l'ingresso del coro e introduce l'antefatto: si chiama « prologo » (πρόλογος). È recitata, in trimetri giambici.

  2. 02(b) Ingresso del coro

    Il canto con cui il coro entra è la « parodo » (πάροδος). È cantata, in lirica corale.

  3. 03(c) Dialogo fra personaggi

    La scena dialogata fra gli attori è un « episodio » (ἐπεισόδιον). È recitata.

  4. 04(d) Canto del coro da fermo

    Il canto eseguito dal coro « da fermo », tra un episodio e l'altro, è uno « stasimo » (στάσιμον). È cantato.

  5. 05(e) Uscita del coro

    Il canto finale con cui il coro lascia l'orchestra è l'« esodo » (ἔξοδος). Chiude la tragedia.

Risultato: Ordine corretto: prologo (recitato) → parodo (cantata) → episodio (recitato) → stasimo (cantato) → esodo. L'alternanza recitato/cantato corrisponde all'alternanza fra trimetri giambici e lirica corale.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: saper definire e collocare correttamente prologo, parodo, episodio, stasimo ed esodo in un testo dato è una competenza-base per il commento; la domanda di analisi strutturale ricorre nel colloquio e nella terza parte della seconda prova.
  • Focus Esame di Stato: occorre saper spiegare la funzione civica e religiosa del teatro (Grandi Dionisie, agone, coregia) per contestualizzare i testi, non limitandosi alla trama.

Errori frequenti

  • Confondere « parodo » (canto d'ingresso del coro) con « prologo » (parte recitata iniziale): sono due elementi distinti e successivi.
  • Tradurre « orchestra » con l'italiano « orchestra » nel senso musicale moderno: nel teatro greco è lo spazio circolare riservato al coro, non un complesso di strumentisti.

Approfondimento

Le origini della tragedia restano uno dei problemi più discussi, perché le fonti sono tarde e in parte congetturali. La ricostruzione di Aristotele (Poetica, cap. 4) resta il punto fermo: il genere sarebbe nato «dagli autori del ditirambo», il canto corale dionisiaco, per progressiva emancipazione di una voce solista dal coro — un processo che la tradizione lega al nome di Tespi, indicato come primo attore e vincitore del primo agone tragico ateniese intorno al 534 a.C. sotto Pisistrato. Discussa è l'etimologia di «τραγῳδία» come «canto del capro» («τράγος» + «ᾠδή»), spiegata ora con il premio (un capro), ora con il travestimento caprino dei coreuti, ora con il sacrificio dionisiaco. Al di là dell'origine, va colta la natura di istituzione civica del teatro attico. Le Grandi Dionisie erano un evento dell'intera comunità, regolato dall'arconte: comprendevano il «proagone» di presentazione, la solenne processione, le rappresentazioni distribuite su più giornate in cui tre poeti gareggiavano con una tetralogia ciascuno, e un collegio di giudici sorteggiati che assegnava i premi (registrati nelle «didascalie»). Le spese ricadevano su un cittadino facoltoso, il corego, in forma di liturgia. Il carattere pubblico è confermato da riti come la parata degli orfani di guerra allevati dalla città: assistere alla tragedia era, per il cittadino, un atto religioso e politico insieme, non un semplice svago, e questo spiega la centralità dei grandi temi civici — la giustizia, il potere, il rapporto con gli dèi — nel repertorio tragico.

Ripasso attivo

Dato lo schema formale della tragedia attica, individua e definisci in ordine le sue cinque parti principali, indicando per ciascuna se è recitata o cantata e quale funzione drammaturgica svolge; spiega poi che cosa fossero le Grandi Dionisie e la coregia.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 02

Eschilo: la trilogia, il destino e la giustizia divina#

●●○StandardLPOSA-greco-letteratura-eta-classica

Punti chiave

Eschilo (525-456 a.C.), di Eleusi, è il più antico dei tre grandi tragici di cui possediamo opere intere ed è considerato il vero artefice della tragedia matura: secondo la tradizione introdusse il secondo attore (« deuteragonista »), riducendo il peso del coro e rendendo possibile il vero dramma dialogico. Partecipò alle guerre persiane, combattendo a Maratona e probabilmente a Salamina: l'esperienza storica si riflette nei « Persiani » (472 a.C.), unica tragedia superstite di argomento storico e non mitico.
Delle circa novanta opere a lui attribuite ci restano sette tragedie: « Persiani », « Sette contro Tebe », « Supplici », « Prometeo incatenato » (di paternità discussa) e la trilogia dell'« Orestea » (« Agamennone », « Coefore », « Eumenidi », 458 a.C.), l'unica trilogia legata giunta integra dall'antichità. La trilogia legata — tre tragedie che sviluppano un'unica vicenda mitica in più generazioni — è la forma tipicamente eschilea: permette di seguire l'azione della giustizia divina nel lungo periodo, oltre la singola esistenza umana.
Il nucleo del pensiero eschileo è teologico: la storia degli uomini è governata da un ordine divino, presieduto da Zeus, che attraverso la sofferenza conduce alla conoscenza. La formula « páthei máthos » (πάθει μάθος, « attraverso la sofferenza, la conoscenza »), enunciata nell'« Agamennone », riassume questa visione. Operano qui i concetti-chiave della tragedia: la « hybris » (ὕβρις, la tracotanza che oltrepassa la misura), che richiama la « ate » (ἄτη, l'accecamento rovinoso inviato dagli dèi) e infine la « nemesis » (νέμεσις, la giusta punizione divina che ristabilisce l'ordine). La colpa, inoltre, si trasmette di generazione in generazione come maledizione di stirpe (la « ate » dei Pelopidi nell'« Orestea »).
L'« Orestea » mostra il passaggio dall'antica legge del sangue («chi uccide deve essere ucciso», la vendetta privata che si autoalimenta) a una giustizia razionale e civica (Fig. 3): nelle « Eumenidi » il matricidio di Oreste è giudicato non più dalle Erinni vendicatrici ma da un tribunale umano, l'Areopago, istituito da Atena, e le stesse Erinni si trasformano in « Eumenidi », divinità benevole integrate nella « polis ». Sul piano stilistico Eschilo si distingue per la lingua solenne e arcaizzante, le metafore audaci, i composti arditi, i lunghi canti corali di grande spessore concettuale: il coro non è ornamento, ma voce meditante che porta il peso del senso religioso del dramma.

L'Orestea: dalla vendetta di sangue alla giustizia della polis

L'Orestea: la catena della giustiziaGrafo, Agamennone → Coefore, Coefore → EumenidiAgamennoneCoeforeEumenidi
Fig. 3Agamennone: Clitemnestra uccide Agamennone (legge del sangue). Coefore: Oreste vendica il padre, matricidio (vendetta privata). Eumenidi: il processo all'Areopago assolve Oreste (giustizia civica). Schema tragico: hybris → ate → nemesis; pathei mathos, «si impara soffrendo».
Esempio svolto

Analisi guidata di un nucleo concettuale eschileo

« Páthei máthos » (πάθει μάθος): traduci l'espressione e spiega, in un paragrafo argomentato, come essa esprima la concezione eschilea del rapporto fra l'uomo, la sofferenza e la divinità, collegandola alla catena hybris-ate-nemesis.

  1. 01Traduzione letterale

    « páthei » è dativo di « páthos » (sofferenza, esperienza dolorosa) con valore strumentale; « máthos » è « apprendimento, conoscenza ». Resa: « con la sofferenza, la conoscenza » ovvero « si impara soffrendo ».

  2. 02Individuare il contesto

    La formula appare nella parodo dell'« Agamennone », in un canto del coro che riflette sulla legge istituita da Zeus per gli uomini: la conoscenza non è dono gratuito ma frutto del dolore.

  3. 03Collegare alla catena tragica

    L'uomo che cede alla « hybris » (la tracotanza che eccede la misura) cade nell'« ate » (l'accecamento) e subisce la « nemesis » (la punizione che ristabilisce l'ordine): la sofferenza che ne deriva diventa, per chi sopravvive e medita, fonte di « máthos ».

  4. 04Costruire la tesi

    Si argomenta che per Eschilo il dolore non è cieco ma teleologicamente orientato: rientra in un ordine divino retto da Zeus che, attraverso la pena, educa l'umanità e la conduce a una giustizia più alta (come nell'esito dell'Orestea).

Risultato: « Páthei máthos » = « la conoscenza attraverso la sofferenza ». Esprime la teologia eschilea della giustizia di Zeus, per cui la catena hybris-ate-nemesis non è pura rovina, ma il percorso doloroso attraverso cui l'uomo accede a una comprensione più matura dell'ordine del mondo.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: la trilogia legata e l'« Orestea » come parabola dal sangue alla giustizia della polis sono un tema d'analisi ricorrente; va saputo spiegare con i concetti di hybris, ate e nemesis.
  • Focus Esame di Stato: i « Persiani » vanno collocati come unica tragedia di argomento storico superstite, e va colto il rapporto tra esperienza delle guerre persiane e visione religiosa della sconfitta come punizione della hybris di Serse.

Errori frequenti

  • Attribuire a Eschilo l'introduzione del terzo attore: il deuteragonista (secondo attore) è eschileo, mentre il terzo attore (« tritagonista ») è tradizionalmente attribuito a Sofocle.
  • Considerare i « Persiani » una tragedia mitologica: è invece l'unica tragedia superstite di soggetto storico, ambientata alla corte persiana dopo Salamina.

Approfondimento

La grandezza di Eschilo si misura sull'«Orestea» (458 a.C.), che è insieme una teodicea drammatica e un documento politico. Sul piano religioso, la trilogia mette in scena il problema della giustizia attraverso tre generazioni maledette della stirpe di Atreo: la catena di sangue che dal banchetto di Tieste porta al sacrificio di Ifigenia, all'assassinio di Agamennone per mano di Clitemnestra, al matricidio di Oreste. Ogni delitto è insieme colpa individuale e retaggio ereditario, e il coro dell'«Agamennone» ne trae la legge del «πάθει μάθος», la conoscenza che si paga con la sofferenza. La soluzione non è la vendetta infinita, ma il passaggio a una giustizia civica: nelle «Eumenidi» il caso di Oreste è sottratto alle Erinni e affidato a un tribunale umano, l'Areopago istituito da Atena, e le antiche dee della vendetta sono persuase a trasformarsi in «Eumenidi», potenze benevole integrate nella «polis». Qui la tragedia dialoga con l'attualità: la celebrazione dell'Areopago come corte del sangue si colloca a ridosso della riforma di Efialte (462/1 a.C.) che ne aveva ridimensionato i poteri politici, e la trilogia si può leggere come una riflessione sul fondamento della giustizia nella città. Sul piano drammaturgico, la «trilogia legata» permette a Eschilo di dispiegare l'azione della giustizia divina nel lungo periodo, con effetti di tensione magistrali — la scena del tappeto di porpora, su cui Clitemnestra induce Agamennone a calpestare l'orgoglio riservato agli dèi, ne è l'esempio più celebre. Lingua solenne e arcaizzante, immagini ardite e cori di grande spessore concettuale fanno del coro non un ornamento, ma la coscienza meditante del dramma.

Ripasso attivo

Spiega che cosa si intende per « trilogia legata » e illustra, prendendo come esempio l'« Orestea », come Eschilo rappresenti il passaggio dalla vendetta privata alla giustizia civica; chiarisci nel discorso i termini hybris, ate, nemesis e la formula « páthei máthos ».

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 03

Sofocle: l'eroe tragico e il conflitto#

●●○StandardLPOSA-greco-letteratura-eta-classica

Il conflitto in Antigone

Antigone: il conflitto tragicoTabella con 3 colonne e 3 righe, Dati: Piano · Antigone · Creonte; Legge · leggi divine · legge dello Stato; Valori · famiglia · polis, autorità; Atto · sepoltura · divieto di sepoltura, cella evidenziata: leggi divinePIANOANTIGONECREONTELEGGEleggi divinelegge dello StatoVALORIfamigliapolis, autoritàATTOsepolturadivieto di sepoltura
Fig. 4Antigone difende le leggi non scritte (agraphoi nomoi) degli dèi e del sangue; Creonte la legge della polis (nomos). Esito: la rovina di entrambi — Antigone si toglie la vita, Creonte perde figlio e moglie. L'intransigenza è il tratto dell'eroe tragico sofocleo.

Punti chiave

Sofocle (497-406 a.C.), di Colono, attraversa per intero l'età di Pericle e visse la grandezza e poi la crisi di Atene nella guerra del Peloponneso. Fu attivo nella vita pubblica (stratego, tesoriere) e legatissimo alla « polis ». La tradizione gli attribuisce decisive innovazioni tecniche: l'introduzione del terzo attore (« tritagonista »), l'aumento dei coreuti da dodici a quindici e l'abbandono della trilogia legata a favore di tragedie autonome, ciascuna conclusa in sé. Vinse moltissimi agoni e non giunse mai all'ultimo posto.
Delle oltre cento opere ci restano sette tragedie: « Aiace », « Antigone », « Trachinie », « Edipo re », « Elettra », « Filottete » ed « Edipo a Colono » (postuma). Al centro della drammaturgia sofoclea sta l'« eroe tragico »: una figura di statura eccezionale, segnata da una grandezza che è insieme la sua forza e la sua condanna. L'eroe sofocleo è isolato, intransigente, fedele fino in fondo alla propria natura (« physis ») e alla propria scelta, anche quando questo lo conduce alla rovina; attorno a lui i personaggi « comuni » misurano per contrasto la sua eccezionalità.
Il motore del dramma è il « conflitto ». In « Antigone » si oppongono la legge non scritta degli dèi e degli affetti familiari (Antigone, che vuole seppellire il fratello Polinice) e la legge dello Stato (Creonte, che lo proibisce): è il classico scontro tra « nómos » della « polis » e leggi « agraphoi » (non scritte) della religione e del sangue. In « Edipo re » domina invece il tema della conoscenza e dell'ignoranza: Edipo, l'uomo che ha sciolto l'enigma della Sfinge, conduce un'indagine che lo porta a scoprire di essere lui stesso il colpevole che cerca, in un capolavoro di ironia tragica (lo spettatore sa ciò che il personaggio ignora).
Per Sofocle l'uomo è grande e insieme fragile: è il « deinón » (δεινόν, « tremendo, meraviglioso e terribile insieme ») celebrato nel primo stasimo dell'« Antigone », signore della natura e tuttavia impotente di fronte alla morte e al limite imposto dal destino. Rispetto a Eschilo, il divino è più remoto e imperscrutabile: gli oracoli si compiono, ma l'uomo resta solo davanti alla propria scelta e responsabilità. Sul piano formale, Sofocle perfeziona la costruzione drammatica (peripezia e riconoscimento, su cui Aristotele costruirà la « Poetica »), con una lingua più equilibrata e fluida di quella eschilea e un coro pienamente integrato nell'azione.
Esempio svolto

Costruire un paragrafo argomentativo sul conflitto tragico

In « Antigone » chi ha ragione, Antigone o Creonte? Costruisci un breve paragrafo argomentativo (tesi, sviluppo a due voci, conclusione) che mostri perché la domanda, così posta, sia tragicamente mal formulata.

  1. 01Formulare la tesi

    Tesi: nella tragedia sofoclea il conflitto non oppone un giusto a un ingiusto, ma due valori entrambi legittimi resi distruttivi dall'intransigenza di chi li incarna.

  2. 02Sviluppare le ragioni di Antigone

    Antigone difende le « leggi non scritte » (agraphoi nomoi) degli dèi e del sangue: il dovere di seppellire il fratello è un imperativo religioso e familiare anteriore a ogni decreto umano.

  3. 03Sviluppare le ragioni di Creonte

    Creonte difende il « nómos » della polis: dopo una guerra civile, l'autorità dello Stato e la distinzione fra chi difende e chi attacca la città sono necessarie alla sopravvivenza della comunità.

  4. 04Mostrare l'esito tragico

    Entrambi assolutizzano il proprio principio e ne escono distrutti: Antigone muore, Creonte perde figlio e moglie. La colpa tragica è l'eccesso (hybris) di chi non riconosce alcun limite alla propria ragione.

  5. 05Concludere

    Conclusione: la potenza del dramma sta proprio nel non dare ragione a una sola parte; il « torto » è dell'assolutismo, non di uno dei due valori in gioco.

Risultato: Un paragrafo ben costruito riconosce che Antigone e Creonte difendono valori entrambi reali (legge divina/familiare vs legge dello Stato): la dimensione tragica nasce dall'intransigenza che li acceca, non dal fatto che uno dei due abbia semplicemente « torto ».

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: il conflitto tra leggi non scritte (divine/familiari) e legge dello Stato in « Antigone » è uno dei nuclei più richiesti; va saputo argomentare individuando le ragioni di entrambi i personaggi, senza ridurlo a un torto/ragione semplificato.
  • Focus Esame di Stato: di « Edipo re » va colta l'ironia tragica e la struttura a « inchiesta » (peripezia e riconoscimento), modello su cui Aristotele fonda la teoria della tragedia perfetta.

Errori frequenti

  • Leggere « Antigone » come scontro tra il « giusto » (Antigone) e l'« ingiusto » (Creonte): la grandezza tragica sta nel fatto che entrambi difendono un valore reale e cadono entrambi per la propria intransigenza.
  • Confondere « Edipo re » ed « Edipo a Colono »: il primo mette in scena la scoperta della colpa e l'autoaccecamento; il secondo, postumo, la morte e la sacralizzazione di Edipo ormai vecchio a Colono.

Approfondimento

Il cuore della drammaturgia sofoclea è una precisa idea di eroe, che la critica moderna ha descritto come figura dell'intransigenza: un carattere di statura eccezionale che, posto davanti a una scelta, resta fedele fino in fondo alla propria «φύσις» e al proprio codice, rifiutando il compromesso anche quando questo lo conduce all'isolamento e alla rovina. Aiace preferisce il suicidio al disonore, Antigone la morte al tradimento del fratello, Filottete la coerenza al calcolo: attorno a loro i personaggi comuni — un Creonte, un Odisseo, un'Ismene — misurano per contrasto la loro grandezza e insieme la loro solitudine. In «Antigone» il conflitto non oppone semplicemente il bene al male, ma due princìpi entrambi legittimi e parziali: la legge non scritta degli dèi e del sangue contro il «νόμος» dello Stato, così che la tragedia nasce dall'urto di due ragioni, non dalla vittoria di una sola. In «Edipo re» Sofocle costruisce il capolavoro dell'ironia tragica: l'uomo che ha sciolto l'enigma della Sfinge conduce un'indagine giudiziaria che, passo dopo passo, lo rivela colpevole del delitto che persegue — lo spettatore sa ciò che il personaggio ignora, e ogni parola di Edipo suona doppia. È un dramma della conoscenza e della cecità (Edipo che vede finisce per accecarsi, il cieco Tiresia già sa), in cui il divino resta imperscrutabile e l'uomo solo davanti alla propria responsabilità. Non a caso Aristotele farà proprio dell'«Edipo re» il modello di «peripezia» e «riconoscimento» della «Poetica». Nell'estrema «Edipo a Colono», infine, il vecchio maledetto diventa, morendo, eroe protettore di Atene: la sofferenza si rovescia in benedizione per la città.

Ripasso attivo

Analizza la figura dell'eroe tragico sofocleo prendendo come esempio Antigone: spiega in che cosa consista il conflitto tra « nómos » della polis e leggi non scritte, quali ragioni difendano rispettivamente Antigone e Creonte, e perché entrambi possano dirsi figure tragiche.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 04

Euripide e il rinnovamento del genere#

●●●ApprofondimentoLPOSA-greco-letteratura-eta-classica

I tre tragici a confronto

I tre tragici a confrontoTabella con 4 colonne e 4 righe, Dati: Voce · Eschilo · Sofocle · Euripide; Coro · centrale · integrato · intermezzo; Divino · dike di Zeus · remoto · problematico; Eroe · stirpe, colpa · intransigente · umano, passionale; Tratto · trilogia · ironia tragica · deus ex machinaVOCEESCHILOSOFOCLEEURIPIDECOROcentraleintegratointermezzoDIVINOdike di ZeusremotoproblematicoEROEstirpe, colpaintransigenteumano, passionaleTRATTOtrilogiaironia tragicadeus ex machina
Fig. 5Cronologia: Eschilo 525-456, Sofocle 497-406, Euripide 480-406 a.C. Dal sacro al razionale, con l'uomo al centro: Eschilo introduce il coro meditante e la trilogia, Sofocle il terzo attore, Euripide la psicologia e il deus ex machina.

Punti chiave

Euripide (480-406 a.C.), di Salamina, è il più giovane dei tre tragici e il più controverso presso i contemporanei: vinse pochi agoni in vita, ma fu il più letto e rappresentato dopo la morte. Vissuto nell'Atene della guerra del Peloponneso e della crisi della « polis », fu vicino agli ambienti della sofistica e del razionalismo del suo tempo: i suoi drammi risentono del dibattito sui « nómoi » e la « physis », della retorica sofistica e di un atteggiamento critico verso la religione tradizionale.
Ci restano diciotto tragedie (più il dramma satiresco « Ciclope »), un numero molto superiore a quello di Eschilo e Sofocle: tra le principali, « Medea », « Ippolito », « Ecuba », « Troiane », « Elettra », « Ifigenia in Aulide », « Baccanti » (postuma). Euripide rinnova profondamente il genere: porta sulla scena personaggi « come sono », non « come dovrebbero essere » (così l'aneddoto sofocleo riferito da Aristotele), dando spazio agli umili, alle donne, agli schiavi, ai vinti, e indagando con acutezza la « psicologia » e le passioni dei suoi protagonisti, spesso lacerati da conflitti interiori.
Centrale è la rappresentazione del « páthos » e dell'irrazionale: la passione amorosa che travolge (Fedra in « Ippolito »), la vendetta che annulla l'amore materno (Medea, che uccide i propri figli per colpire Giasone), il furore dionisiaco che sconvolge la ragione (« Baccanti »). Euripide dà voce a un razionalismo critico — i suoi personaggi argomentano come oratori, ricorrendo all'« agone » retorico — ma proprio per questo mostra la potenza delle forze irrazionali che la ragione non riesce a dominare. Verso gli dèi del mito assume spesso un atteggiamento problematico, talora apertamente critico (gli dèi crudeli o assenti delle « Troiane »).
Sul piano tecnico, Euripide modifica struttura e tono del dramma: i suoi « prologhi » sono spesso espositivi e affidati a un personaggio o a un dio che riassume l'antefatto; il coro tende a perdere centralità, riducendosi talvolta a intermezzo lirico; ricorre al « deus ex machina », la divinità che cala dall'alto (con la « mechané ») per sciogliere l'intreccio. La lingua si fa più vicina al parlato, l'azione più ricca di colpi di scena e di patetismo. Per la sua attenzione all'uomo concreto e alle passioni, Euripide è considerato un anello verso la commedia nuova di Menandro e ha avuto una straordinaria fortuna nella tradizione successiva.
Esempio svolto

Analisi guidata del rinnovamento euripideo in Medea

Spiega come la « Medea » di Euripide esemplifichi l'indagine psicologica e il rinnovamento del genere tragico, individuando nel personaggio di Medea il conflitto interiore e collegandolo ai tratti tecnici della drammaturgia euripidea.

  1. 01Inquadrare la vicenda

    Medea, abbandonata da Giasone che sposa la figlia del re di Corinto, matura una vendetta tremenda: uccidere i figli avuti da Giasone per colpirlo nel modo più atroce.

  2. 02Individuare il conflitto interiore

    Il cuore del dramma è il celebre monologo in cui Medea oscilla fra l'amore materno e la sete di vendetta: la passione (« thymós ») prevale sulla ragione, in un'analisi psicologica senza precedenti.

  3. 03Collegare ai tratti tecnici

    Si riconoscono i tratti euripidei: il prologo espositivo (la nutrice riassume l'antefatto), l'agone retorico fra Medea e Giasone, il coro che partecipa ma non domina, e il finale con Medea che fugge sul carro del Sole — un'apparizione prodigiosa affine al deus ex machina.

  4. 04Trarre la sintesi interpretativa

    Medea non è un'eroina « esemplare » ma un essere umano (per quanto di stirpe divina) dominato dalle passioni: Euripide porta sulla scena l'irrazionale e dà voce a una figura femminile complessa, scandalizzando i contemporanei e anticipando una sensibilità nuova.

Risultato: « Medea » esemplifica il rinnovamento euripideo: indagine psicologica del conflitto interiore (amore materno vs vendetta), realismo dei personaggi, agone retorico, prologo espositivo e finale prodigioso. La tragedia non rappresenta più l'ordine divino, ma la potenza distruttiva delle passioni umane.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: il « rinnovamento » euripideo va saputo declinare concretamente — realismo dei personaggi, psicologia e passioni, ruolo ridotto del coro, prologo espositivo, deus ex machina, razionalismo critico — non come etichetta generica.
  • Focus Esame di Stato: di « Medea » va colta l'analisi del conflitto interiore (amore materno vs sete di vendetta) come esempio dell'indagine psicologica euripidea; di « Baccanti » la tensione tra ragione e forze irrazionali (Dioniso).

Errori frequenti

  • Definire Euripide « ateo » o semplice « distruttore » della tragedia: il suo è un atteggiamento critico e problematico verso il mito e gli dèi tradizionali, non una negazione del genere, che anzi egli rinnova dall'interno.
  • Considerare il « deus ex machina » un'invenzione di Euripide: l'espediente esisteva già, ma in Euripide diventa un tratto caratteristico e frequente per la chiusura dell'intreccio.

Approfondimento

Euripide è il tragico del dissidio, e la sua modernità sta in un paradosso: i suoi personaggi ragionano come oratori, smontano con la dialettica sofistica i valori tradizionali, distinguono «νόμος» e «φύσις» — eppure è proprio l'irrazionale a trionfare sulla scena. Medea espone lucidamente il proprio piano e, nel celebre monologo, si combatte fra l'amore materno e la sete di vendetta, salvo cedere al «θυμός», alla passione che si rivela più forte dei suoi stessi propositi: la ragione illumina l'abisso, non lo governa. Nelle «Baccanti», l'ultima opera, il razionalista Penteo che pretende di negare Dioniso viene travolto dalla forza del dio che aveva deriso: è la rivincita tragica dell'elemento dionisiaco e irrazionale su chi lo rimuove. Da questa attenzione all'interiorità nasce una galleria di figure nuove — donne, schiavi, vinti, bambini — «come sono» e non «come dovrebbero essere», secondo il confronto con Sofocle riferito da Aristotele. Sul piano tecnico Euripide ridisegna il dramma: il prologo diventa espositivo, spesso affidato a un dio che riassume l'antefatto; il coro perde centralità e tende all'intermezzo lirico; e l'intreccio, ormai troppo complicato per sciogliersi da sé, si chiude con il «deus ex machina», la divinità calata dall'alto con la «mechané». Verso gli dèi del mito l'atteggiamento è problematico e talora apertamente critico (gli dèi crudeli o assenti delle «Troiane»). Deriso da Aristofane come corruttore del tragico e maestro di cavilli, Euripide fu però il più letto e rappresentato dopo la morte, e la sua indagine sulle passioni e sull'uomo concreto lo rende l'anello che conduce, attraverso la commedia di mezzo, al teatro di carattere di Menandro.

Ripasso attivo

Illustra in che senso Euripide « rinnova » la tragedia rispetto a Eschilo e Sofocle, soffermandoti su almeno quattro elementi concreti (realismo e psicologia dei personaggi, ruolo del coro, prologo, deus ex machina, razionalismo critico) e portando un esempio tratto da « Medea » o dalle « Baccanti ».

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)) · Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

Contenuti

Sezione -- / 04

    • 01Origini e struttura della tragedia attica○
    • 02Eschilo: la trilogia, il destino e la giustizia divina◐
    • 03Sofocle: l'eroe tragico e il conflitto◐
    • 04Euripide e il rinnovamento del genere●

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La tragedia attica: Eschilo, Sofocle, Euripide

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Riferimenti e fonti

Fonti

Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)

  • Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento
  • Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione

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