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La tragedia è il genere drammatico nato e fiorito ad Atene nel V secolo a.C., rappresentato nel contesto religioso e civico delle Grandi Dionisie. In questo appunto se ne ricostruiscono le origini e la struttura formale, e si analizzano i tre grandi tragici — Eschilo, Sofocle ed Euripide — coglierne la lingua, i temi (« hybris », « ate », « nemesis », destino e responsabilità) e la funzione del teatro nella « polis ». L'argomento è pienamente dentro l'Esame di Stato: la conoscenza storico-letteraria sostiene l'analisi e l'interpretazione dei testi tradotti, cuore della seconda prova e del colloquio.
4 sezioni~26 min di lettura3 competenzeLivello Base 1 · Standard 2 · Approfondimento 1Verificato · 07/2026
livello base
Conoscere la struttura formale della tragedia, i tre tragici con almeno un'opera-chiave ciascuno e i nuclei tematici fondamentali (destino, giustizia, hybris), sapendoli applicare all'analisi di un brano tradotto.
livello avanzato
Nel Liceo Classico si richiede inoltre la lettura diretta di passi in lingua (con analisi metrico-stilistica delle parti corali e dialogiche) e il confronto critico fra le tre poetiche, anche alla luce della «Poetica» di Aristotele.
Profondità di lettura: Approfondimento
Dimensione del testo: Standard
Pianta del teatro greco
Struttura formale della tragedia attica
Di una tragedia ti vengono indicate, nell'ordine, queste parti: (a) un monologo iniziale di un personaggio solo in scena; (b) il canto con cui il coro entra nell'orchestra; (c) un dialogo serrato fra due personaggi; (d) un canto del coro fermo nell'orchestra; (e) il canto finale con cui il coro lascia la scena. Assegna a ciascuna il nome tecnico greco e di' se è recitata o cantata.
È la parte che precede l'ingresso del coro e introduce l'antefatto: si chiama « prologo » (πρόλογος). È recitata, in trimetri giambici.
Il canto con cui il coro entra è la « parodo » (πάροδος). È cantata, in lirica corale.
La scena dialogata fra gli attori è un « episodio » (ἐπεισόδιον). È recitata.
Il canto eseguito dal coro « da fermo », tra un episodio e l'altro, è uno « stasimo » (στάσιμον). È cantato.
Il canto finale con cui il coro lascia l'orchestra è l'« esodo » (ἔξοδος). Chiude la tragedia.
Risultato: Ordine corretto: prologo (recitato) → parodo (cantata) → episodio (recitato) → stasimo (cantato) → esodo. L'alternanza recitato/cantato corrisponde all'alternanza fra trimetri giambici e lirica corale.
Errori frequenti
Approfondimento
Le origini della tragedia restano uno dei problemi più discussi, perché le fonti sono tarde e in parte congetturali. La ricostruzione di Aristotele (Poetica, cap. 4) resta il punto fermo: il genere sarebbe nato «dagli autori del ditirambo», il canto corale dionisiaco, per progressiva emancipazione di una voce solista dal coro — un processo che la tradizione lega al nome di Tespi, indicato come primo attore e vincitore del primo agone tragico ateniese intorno al 534 a.C. sotto Pisistrato. Discussa è l'etimologia di «τραγῳδία» come «canto del capro» («τράγος» + «ᾠδή»), spiegata ora con il premio (un capro), ora con il travestimento caprino dei coreuti, ora con il sacrificio dionisiaco. Al di là dell'origine, va colta la natura di istituzione civica del teatro attico. Le Grandi Dionisie erano un evento dell'intera comunità, regolato dall'arconte: comprendevano il «proagone» di presentazione, la solenne processione, le rappresentazioni distribuite su più giornate in cui tre poeti gareggiavano con una tetralogia ciascuno, e un collegio di giudici sorteggiati che assegnava i premi (registrati nelle «didascalie»). Le spese ricadevano su un cittadino facoltoso, il corego, in forma di liturgia. Il carattere pubblico è confermato da riti come la parata degli orfani di guerra allevati dalla città: assistere alla tragedia era, per il cittadino, un atto religioso e politico insieme, non un semplice svago, e questo spiega la centralità dei grandi temi civici — la giustizia, il potere, il rapporto con gli dèi — nel repertorio tragico.
Ripasso attivo
Dato lo schema formale della tragedia attica, individua e definisci in ordine le sue cinque parti principali, indicando per ciascuna se è recitata o cantata e quale funzione drammaturgica svolge; spiega poi che cosa fossero le Grandi Dionisie e la coregia.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
L'Orestea: dalla vendetta di sangue alla giustizia della polis
« Páthei máthos » (πάθει μάθος): traduci l'espressione e spiega, in un paragrafo argomentato, come essa esprima la concezione eschilea del rapporto fra l'uomo, la sofferenza e la divinità, collegandola alla catena hybris-ate-nemesis.
« páthei » è dativo di « páthos » (sofferenza, esperienza dolorosa) con valore strumentale; « máthos » è « apprendimento, conoscenza ». Resa: « con la sofferenza, la conoscenza » ovvero « si impara soffrendo ».
La formula appare nella parodo dell'« Agamennone », in un canto del coro che riflette sulla legge istituita da Zeus per gli uomini: la conoscenza non è dono gratuito ma frutto del dolore.
L'uomo che cede alla « hybris » (la tracotanza che eccede la misura) cade nell'« ate » (l'accecamento) e subisce la « nemesis » (la punizione che ristabilisce l'ordine): la sofferenza che ne deriva diventa, per chi sopravvive e medita, fonte di « máthos ».
Si argomenta che per Eschilo il dolore non è cieco ma teleologicamente orientato: rientra in un ordine divino retto da Zeus che, attraverso la pena, educa l'umanità e la conduce a una giustizia più alta (come nell'esito dell'Orestea).
Risultato: « Páthei máthos » = « la conoscenza attraverso la sofferenza ». Esprime la teologia eschilea della giustizia di Zeus, per cui la catena hybris-ate-nemesis non è pura rovina, ma il percorso doloroso attraverso cui l'uomo accede a una comprensione più matura dell'ordine del mondo.
Errori frequenti
Approfondimento
La grandezza di Eschilo si misura sull'«Orestea» (458 a.C.), che è insieme una teodicea drammatica e un documento politico. Sul piano religioso, la trilogia mette in scena il problema della giustizia attraverso tre generazioni maledette della stirpe di Atreo: la catena di sangue che dal banchetto di Tieste porta al sacrificio di Ifigenia, all'assassinio di Agamennone per mano di Clitemnestra, al matricidio di Oreste. Ogni delitto è insieme colpa individuale e retaggio ereditario, e il coro dell'«Agamennone» ne trae la legge del «πάθει μάθος», la conoscenza che si paga con la sofferenza. La soluzione non è la vendetta infinita, ma il passaggio a una giustizia civica: nelle «Eumenidi» il caso di Oreste è sottratto alle Erinni e affidato a un tribunale umano, l'Areopago istituito da Atena, e le antiche dee della vendetta sono persuase a trasformarsi in «Eumenidi», potenze benevole integrate nella «polis». Qui la tragedia dialoga con l'attualità: la celebrazione dell'Areopago come corte del sangue si colloca a ridosso della riforma di Efialte (462/1 a.C.) che ne aveva ridimensionato i poteri politici, e la trilogia si può leggere come una riflessione sul fondamento della giustizia nella città. Sul piano drammaturgico, la «trilogia legata» permette a Eschilo di dispiegare l'azione della giustizia divina nel lungo periodo, con effetti di tensione magistrali — la scena del tappeto di porpora, su cui Clitemnestra induce Agamennone a calpestare l'orgoglio riservato agli dèi, ne è l'esempio più celebre. Lingua solenne e arcaizzante, immagini ardite e cori di grande spessore concettuale fanno del coro non un ornamento, ma la coscienza meditante del dramma.
Ripasso attivo
Spiega che cosa si intende per « trilogia legata » e illustra, prendendo come esempio l'« Orestea », come Eschilo rappresenti il passaggio dalla vendetta privata alla giustizia civica; chiarisci nel discorso i termini hybris, ate, nemesis e la formula « páthei máthos ».
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Il conflitto in Antigone
In « Antigone » chi ha ragione, Antigone o Creonte? Costruisci un breve paragrafo argomentativo (tesi, sviluppo a due voci, conclusione) che mostri perché la domanda, così posta, sia tragicamente mal formulata.
Tesi: nella tragedia sofoclea il conflitto non oppone un giusto a un ingiusto, ma due valori entrambi legittimi resi distruttivi dall'intransigenza di chi li incarna.
Antigone difende le « leggi non scritte » (agraphoi nomoi) degli dèi e del sangue: il dovere di seppellire il fratello è un imperativo religioso e familiare anteriore a ogni decreto umano.
Creonte difende il « nómos » della polis: dopo una guerra civile, l'autorità dello Stato e la distinzione fra chi difende e chi attacca la città sono necessarie alla sopravvivenza della comunità.
Entrambi assolutizzano il proprio principio e ne escono distrutti: Antigone muore, Creonte perde figlio e moglie. La colpa tragica è l'eccesso (hybris) di chi non riconosce alcun limite alla propria ragione.
Conclusione: la potenza del dramma sta proprio nel non dare ragione a una sola parte; il « torto » è dell'assolutismo, non di uno dei due valori in gioco.
Risultato: Un paragrafo ben costruito riconosce che Antigone e Creonte difendono valori entrambi reali (legge divina/familiare vs legge dello Stato): la dimensione tragica nasce dall'intransigenza che li acceca, non dal fatto che uno dei due abbia semplicemente « torto ».
Errori frequenti
Approfondimento
Il cuore della drammaturgia sofoclea è una precisa idea di eroe, che la critica moderna ha descritto come figura dell'intransigenza: un carattere di statura eccezionale che, posto davanti a una scelta, resta fedele fino in fondo alla propria «φύσις» e al proprio codice, rifiutando il compromesso anche quando questo lo conduce all'isolamento e alla rovina. Aiace preferisce il suicidio al disonore, Antigone la morte al tradimento del fratello, Filottete la coerenza al calcolo: attorno a loro i personaggi comuni — un Creonte, un Odisseo, un'Ismene — misurano per contrasto la loro grandezza e insieme la loro solitudine. In «Antigone» il conflitto non oppone semplicemente il bene al male, ma due princìpi entrambi legittimi e parziali: la legge non scritta degli dèi e del sangue contro il «νόμος» dello Stato, così che la tragedia nasce dall'urto di due ragioni, non dalla vittoria di una sola. In «Edipo re» Sofocle costruisce il capolavoro dell'ironia tragica: l'uomo che ha sciolto l'enigma della Sfinge conduce un'indagine giudiziaria che, passo dopo passo, lo rivela colpevole del delitto che persegue — lo spettatore sa ciò che il personaggio ignora, e ogni parola di Edipo suona doppia. È un dramma della conoscenza e della cecità (Edipo che vede finisce per accecarsi, il cieco Tiresia già sa), in cui il divino resta imperscrutabile e l'uomo solo davanti alla propria responsabilità. Non a caso Aristotele farà proprio dell'«Edipo re» il modello di «peripezia» e «riconoscimento» della «Poetica». Nell'estrema «Edipo a Colono», infine, il vecchio maledetto diventa, morendo, eroe protettore di Atene: la sofferenza si rovescia in benedizione per la città.
Ripasso attivo
Analizza la figura dell'eroe tragico sofocleo prendendo come esempio Antigone: spiega in che cosa consista il conflitto tra « nómos » della polis e leggi non scritte, quali ragioni difendano rispettivamente Antigone e Creonte, e perché entrambi possano dirsi figure tragiche.
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
I tre tragici a confronto
Spiega come la « Medea » di Euripide esemplifichi l'indagine psicologica e il rinnovamento del genere tragico, individuando nel personaggio di Medea il conflitto interiore e collegandolo ai tratti tecnici della drammaturgia euripidea.
Medea, abbandonata da Giasone che sposa la figlia del re di Corinto, matura una vendetta tremenda: uccidere i figli avuti da Giasone per colpirlo nel modo più atroce.
Il cuore del dramma è il celebre monologo in cui Medea oscilla fra l'amore materno e la sete di vendetta: la passione (« thymós ») prevale sulla ragione, in un'analisi psicologica senza precedenti.
Si riconoscono i tratti euripidei: il prologo espositivo (la nutrice riassume l'antefatto), l'agone retorico fra Medea e Giasone, il coro che partecipa ma non domina, e il finale con Medea che fugge sul carro del Sole — un'apparizione prodigiosa affine al deus ex machina.
Medea non è un'eroina « esemplare » ma un essere umano (per quanto di stirpe divina) dominato dalle passioni: Euripide porta sulla scena l'irrazionale e dà voce a una figura femminile complessa, scandalizzando i contemporanei e anticipando una sensibilità nuova.
Risultato: « Medea » esemplifica il rinnovamento euripideo: indagine psicologica del conflitto interiore (amore materno vs vendetta), realismo dei personaggi, agone retorico, prologo espositivo e finale prodigioso. La tragedia non rappresenta più l'ordine divino, ma la potenza distruttiva delle passioni umane.
Errori frequenti
Approfondimento
Euripide è il tragico del dissidio, e la sua modernità sta in un paradosso: i suoi personaggi ragionano come oratori, smontano con la dialettica sofistica i valori tradizionali, distinguono «νόμος» e «φύσις» — eppure è proprio l'irrazionale a trionfare sulla scena. Medea espone lucidamente il proprio piano e, nel celebre monologo, si combatte fra l'amore materno e la sete di vendetta, salvo cedere al «θυμός», alla passione che si rivela più forte dei suoi stessi propositi: la ragione illumina l'abisso, non lo governa. Nelle «Baccanti», l'ultima opera, il razionalista Penteo che pretende di negare Dioniso viene travolto dalla forza del dio che aveva deriso: è la rivincita tragica dell'elemento dionisiaco e irrazionale su chi lo rimuove. Da questa attenzione all'interiorità nasce una galleria di figure nuove — donne, schiavi, vinti, bambini — «come sono» e non «come dovrebbero essere», secondo il confronto con Sofocle riferito da Aristotele. Sul piano tecnico Euripide ridisegna il dramma: il prologo diventa espositivo, spesso affidato a un dio che riassume l'antefatto; il coro perde centralità e tende all'intermezzo lirico; e l'intreccio, ormai troppo complicato per sciogliersi da sé, si chiude con il «deus ex machina», la divinità calata dall'alto con la «mechané». Verso gli dèi del mito l'atteggiamento è problematico e talora apertamente critico (gli dèi crudeli o assenti delle «Troiane»). Deriso da Aristofane come corruttore del tragico e maestro di cavilli, Euripide fu però il più letto e rappresentato dopo la morte, e la sua indagine sulle passioni e sull'uomo concreto lo rende l'anello che conduce, attraverso la commedia di mezzo, al teatro di carattere di Menandro.
Ripasso attivo
Illustra in che senso Euripide « rinnova » la tragedia rispetto a Eschilo e Sofocle, soffermandoti su almeno quattro elementi concreti (realismo e psicologia dei personaggi, ruolo del coro, prologo, deus ex machina, razionalismo critico) e portando un esempio tratto da « Medea » o dalle « Baccanti ».
Richiamo attivo
Ricorda i punti chiave — poi rivela.
Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)) · Esame di Stato del secondo ciclo — quadri di riferimento e griglie di valutazione (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))
Riferimenti e fonti