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Macroeconomia, reddito nazionale e occupazione

L'argomento sposta lo sguardo dal singolo mercato all'intero sistema economico, studiandolo attraverso i grandi aggregati: il prodotto interno lordo (PIL), il reddito nazionale, il consumo, il risparmio e l'investimento. Si impara a calcolare il PIL con i tre metodi della contabilità nazionale, a distinguere il valore nominale da quello reale e a riconoscere i limiti del PIL come indicatore di benessere. Il cuore teorico è il modello keynesiano della domanda aggregata, che determina il reddito di equilibrio e introduce il moltiplicatore della spesa; la riflessione si chiude sul problema dell'occupazione e sulle diverse tipologie di disoccupazione, collegando l'analisi economica ai principi costituzionali sul lavoro.

4 sezioni·~25 min di lettura·4 competenze·Livello Standard 3 · Approfondimento 1·Verificato · 07/2026

T·101010 / 14
Profilo d’esame
Comprendere il funzionamento del sistema economico a livello aggregato e i suoi principali indicatoriInterpretare gli indicatori macroeconomici distinguendo grandezze nominali e realiValutare le cause e gli effetti della disoccupazione e della crescita economicaUtilizzare il modello della domanda aggregata e il moltiplicatore per analizzare le politiche di sostegno al reddito
Operatori:calcoladeterminadistinguianalizzaspiegainterpretaconfrontaclassificaillustracommenta

livello base

È richiesta la conoscenza sicura dei principali aggregati (PIL, reddito nazionale), della distinzione fra PIL nominale e reale, del significato di consumo, risparmio e investimento e delle tipologie di disoccupazione, con semplici calcoli di tassi e percentuali.

livello avanzato

Nel Liceo delle Scienze Umane, e in particolare nell'opzione Economico-Sociale (LES), si padroneggia il modello keynesiano della determinazione del reddito di equilibrio e del moltiplicatore, si valutano criticamente i limiti del PIL e gli indicatori alternativi del benessere (BES, ISU) e si collega l'analisi alle politiche economiche di sostegno della domanda.

Profondità

Profondità di lettura: Approfondimento

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Contenuti · 4 sezioni▾
  1. Macroeconomia, reddito nazionale e occupazione
    • 01Gli aggregati macroeconomici e la contabilità nazionale◐
    • 02PIL nominale e reale e i limiti come indicatore◐
    • 03Consumo, risparmio, investimento e reddito di equilibrio●
    • 04Disoccupazione e occupazione◐
§ 01

Gli aggregati macroeconomici e la contabilità nazionale#

●●○StandardLPOSA-diritto-economia-quinto-anno-macroeconomiaLPProdotto interno lordo (PIL) e contabilità nazionale

I tre metodi di calcolo del PIL convergono sullo stesso valore

I tre metodi di calcolo del PILGrafo, Metodo della spesa (C+I+G+X−M) → PIL, Valore aggiunto (somma per settore) → PIL, Metodo del reddito (salari+profitti+rendite) → PILMetodo dellaspesa(C+I+G+X−M)Valore aggiunto(somma persettore)Metodo delreddito(salari+profitt…PIL
Fig. 1Identità contabile: ogni euro speso è reddito di chi produce ed è valore aggiunto creato — i tre metodi danno lo stesso PIL.

Punti chiave

La macroeconomia studia il sistema economico nel suo complesso, osservando non i singoli beni o le singole imprese, ma le grandezze aggregate che riassumono l'attività di un intero Paese in un certo periodo. L'aggregato fondamentale è il prodotto interno lordo (PIL): il valore monetario di tutti i beni e servizi finali prodotti all'interno dei confini di un Paese in un anno. Tre aggettivi ne fissano il significato: «interno» perché conta ciò che è prodotto nel territorio nazionale (anche da imprese straniere), «lordo» perché non sottrae il deprezzamento del capitale (ammortamenti) e «finali» perché esclude i beni intermedi, per non contare due volte lo stesso valore.
La contabilità nazionale misura il PIL con tre metodi che, per definizione, conducono allo stesso risultato. Il metodo della spesa somma le componenti della domanda finale: consumi delle famiglie (C), investimenti delle imprese (I), spesa pubblica (G) ed esportazioni nette, cioè esportazioni meno importazioni (X − M). Il metodo del valore aggiunto somma, settore per settore, il valore aggiunto di ogni impresa, ottenuto sottraendo al valore della produzione il costo dei beni intermedi acquistati: così si conta solo il «nuovo» valore creato in ciascuna fase. Il metodo del reddito somma invece tutti i redditi distribuiti ai fattori produttivi: salari, profitti, rendite e interessi.
L'identità contabile fondamentale spiega perché i tre metodi coincidono: ogni euro speso per acquistare un bene finale diventa reddito per chi lo ha prodotto, e quel reddito corrisponde al valore aggiunto creato lungo la filiera. Si genera così il flusso circolare del reddito (ripasso del nucleo «Soggetti e sistema economico»): la spesa di alcuni è il reddito di altri. Da questa identità si ricava la celebre relazione tra reddito disponibile, consumo e risparmio: ciò che le famiglie non consumano, lo risparmiano (Y = C + S).
Dal PIL si derivano altri aggregati. Il prodotto nazionale lordo (PNL) corregge il PIL tenendo conto dei redditi prodotti dai cittadini all'estero e di quelli prodotti dagli stranieri nel Paese: PNL = PIL + redditi netti dall'estero. Sottraendo gli ammortamenti si ottiene il prodotto netto; depurando dalle imposte indirette e aggiungendo i contributi pubblici si arriva al reddito nazionale, che misura il complesso dei redditi effettivamente disponibili per i fattori produttivi. Per confrontare il benessere medio fra Paesi si usa spesso il PIL pro capite, cioè il PIL diviso per il numero di abitanti.
PIL=C+I+G+(X−M)\text{PIL} = C + I + G + (X - M)PIL=C+I+G+(X−M)

Metodo della spesa

Il PIL come somma delle componenti della domanda finale: consumi delle famiglie (C), investimenti (I), spesa pubblica (G) ed esportazioni nette, cioè esportazioni meno importazioni (X − M).

Valore aggiunto=Valore della produzione−Costo dei beni intermedi\text{Valore aggiunto} = \text{Valore della produzione} - \text{Costo dei beni intermedi}Valore aggiunto=Valore della produzione−Costo dei beni intermedi

Metodo del valore aggiunto

Per ogni impresa si conta solo il nuovo valore creato, sottraendo al valore della produzione il costo dei beni intermedi acquistati: la somma di tutti i valori aggiunti è il PIL.

Y=C+SY = C + SY=C+S

Reddito, consumo e risparmio

Il reddito disponibile delle famiglie (Y) si divide tra ciò che viene consumato (C) e ciò che viene risparmiato (S): è l'identità da cui parte l'analisi keynesiana.

Esempio svolto

Calcolare il PIL con il metodo del valore aggiunto

Una piccola economia produce solo pane. Un agricoltore vende grano a un mulino per 30, il mulino vende farina a un forno per 50, il forno vende pane ai consumatori per 90. Calcola il PIL con il metodo del valore aggiunto e verifica che coincida con il valore del bene finale.

  1. 01Valore aggiunto dell'agricoltore

    L'agricoltore non acquista beni intermedi (si parte dalla terra): il suo valore aggiunto è l'intero ricavo, 30.

  2. 02Valore aggiunto del mulino

    Il mulino vende a 50 ma ha acquistato grano per 30: valore aggiunto = 50 − 30 = 20.

  3. 03Valore aggiunto del forno

    Il forno vende a 90 ma ha acquistato farina per 50: valore aggiunto = 90 − 50 = 40.

  4. 04Somma dei valori aggiunti

    PIL = 30 + 20 + 40 = 90.

  5. 05Verifica con il bene finale

    Il pane, unico bene finale, è venduto a 90: coincide con la somma dei valori aggiunti. Questo dimostra che il metodo del valore aggiunto evita la doppia contabilizzazione dei beni intermedi (grano e farina).

Risultato: Il PIL è 90, pari al valore del solo bene finale (il pane): i 30 + 50 dei beni intermedi non vanno sommati a parte.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: saper definire il PIL spiegando con precisione i tre aggettivi («interno», «lordo», «finali») ed esporre i tre metodi di calcolo (spesa, valore aggiunto, reddito) come vie diverse che portano allo stesso valore.
  • Focus Esame di Stato: padroneggiare il metodo del valore aggiunto evitando la doppia contabilizzazione, e saper indicare le componenti della domanda nella formula della spesa PIL = C + I + G + (X − M).

Errori frequenti

  • Conteggiare anche i beni intermedi accanto a quelli finali: si conta due volte lo stesso valore. Il metodo del valore aggiunto serve proprio a evitare questo errore.
  • Confondere PIL e PNL: il PIL guarda al territorio (chi produce «dentro» i confini), il PNL guarda alla nazionalità (i redditi dei «cittadini», ovunque prodotti).

Approfondimento

Approfondimento indirizzo — Alcune precisazioni tecniche affinano la comprensione del PIL. Anzitutto il PIL è una « variabile di flusso », cioè misura una quantità prodotta « nell'arco di un anno », e va tenuto distinto dalle « variabili di stock », che misurano una grandezza « a una certa data » (come la ricchezza o il patrimonio). In secondo luogo il PIL registra solo le transazioni che passano per il mercato e producono nuovo valore: ne restano esclusi i « trasferimenti » (pensioni, sussidi: sono redistribuzione, non nuova produzione), la compravendita di « beni usati » (il cui valore fu già contato quando furono prodotti) e le pure « transazioni finanziarie » (comprare un'azione non è produzione). Un problema rilevante è l'« economia sommersa »: il lavoro nero e le attività non dichiarate sfuggono alla rilevazione, per cui gli istituti di statistica come l'ISTAT ne stimano il valore e lo aggiungono al PIL, così da non sottostimare la ricchezza effettivamente prodotta (in alcuni Paesi il sommerso vale una quota consistente del PIL). Infine, per confrontare il tenore di vita tra Paesi non basta convertire il PIL pro capite al cambio corrente: si usa la « parità dei poteri d'acquisto » (PPA), che tiene conto del diverso costo della vita, perché con la stessa somma si comprano più beni dove i prezzi sono bassi. Sono accortezze che trasformano un numero apparentemente semplice in uno strumento da maneggiare con senso critico.

Ripasso attivo

Una piccola economia produce in un anno solo pane. Un agricoltore vende grano a un mulino per 30, il mulino vende farina a un forno per 50, il forno vende pane ai consumatori per 90. Calcola il PIL con il metodo del valore aggiunto e verifica che coincida con il valore del bene finale.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 02

PIL nominale e reale e i limiti come indicatore#

●●○StandardLPOSA-diritto-economia-quinto-anno-macroeconomiaLPIndicatori alternativi del benessere (BES, ISU)

Dal PIL nominale al PIL reale: il ruolo del deflatore

Dal PIL nominale al PIL realeGrafo, PIL nominale (prezzi correnti) → Deflatore (÷ e ×100), Deflatore (÷ e ×100) → PIL reale (prezzi anno-base)PIL nominale(prezzicorrenti)Deflatore (÷ e×100)PIL reale(prezzi anno-base)
Fig. 2PIL reale = (PIL nominale / deflatore) × 100. Un deflatore > 100 segnala prezzi cresciuti: misura l’inflazione del PIL.

Punti chiave

Il PIL è una grandezza monetaria, e perciò può aumentare per due ragioni diverse: perché si producono più beni e servizi (crescita reale) oppure semplicemente perché i prezzi sono saliti (inflazione). Per non confondere i due fenomeni si distingue il PIL nominale, calcolato ai prezzi correnti dell'anno considerato, dal PIL reale, calcolato ai prezzi costanti di un anno-base. Solo il PIL reale misura l'effettiva variazione delle quantità prodotte e quindi la vera crescita economica.
Il rapporto fra i due aggregati definisce il deflatore del PIL, un indice generale dei prezzi: deflatore = (PIL nominale ÷ PIL reale) × 100. Quando il deflatore supera 100 significa che i prezzi sono cresciuti rispetto all'anno-base; la sua variazione percentuale è una misura dell'inflazione che riguarda tutti i beni prodotti (mentre l'indice dei prezzi al consumo riguarda solo il paniere delle famiglie — ripasso del nucleo «Moneta e sistema finanziario»). Per passare dal nominale al reale si «deflaziona»: PIL reale = (PIL nominale ÷ deflatore) × 100.
Il PIL è il più usato fra gli indicatori economici, ma è un indicatore di attività, non di benessere. Esso non misura ciò che accade fuori dal mercato: il lavoro domestico e di cura, il volontariato, l'autoproduzione restano invisibili. Non distingue la qualità della crescita: una catastrofe naturale che impone ricostruzioni fa salire il PIL; l'inquinamento e il consumo di risorse non vengono sottratti. Non dice nulla sulla distribuzione del reddito: due Paesi con lo stesso PIL pro capite possono avere disuguaglianze profondamente diverse.
Per superare questi limiti sono stati elaborati indicatori alternativi e complementari. L'Indice di sviluppo umano (ISU, in inglese HDI), proposto dall'ONU, combina reddito pro capite, speranza di vita e livello di istruzione, riconoscendo che lo sviluppo è più ampio della sola ricchezza. In Italia l'ISTAT pubblica il BES, il Benessere Equo e Sostenibile, che affianca al PIL dimensioni come salute, ambiente, sicurezza e qualità dei servizi. Questi strumenti non sostituiscono il PIL, ma lo affiancano per offrire una fotografia più onesta del benessere collettivo.
Deflatore=PIL nominalePIL reale×100\text{Deflatore} = \frac{\text{PIL nominale}}{\text{PIL reale}} \times 100Deflatore=PIL realePIL nominale​×100

Deflatore del PIL

Indice generale dei prezzi di tutti i beni prodotti: se è maggiore di 100 i prezzi sono saliti rispetto all'anno-base. La sua variazione percentuale misura l'inflazione del PIL.

PIL reale=PIL nominaleDeflatore×100\text{PIL reale} = \frac{\text{PIL nominale}}{\text{Deflatore}} \times 100PIL reale=DeflatorePIL nominale​×100

Deflazionare il PIL

Operazione inversa: depurando il PIL nominale dall'effetto dei prezzi si ottiene il PIL reale, espresso ai prezzi dell'anno-base, che misura le sole quantità.

PIL nominale e PIL reale a confronto (miliardi di euro)

Esempio svolto

Calcolare il deflatore e l'inflazione implicita

In un Paese il PIL nominale del 2024 è 1320 miliardi; ai prezzi del 2023 (anno-base) lo stesso prodotto vale 1200 miliardi. Calcola il deflatore del PIL e interpreta il risultato indicando l'inflazione implicita.

  1. 01Identificare i dati

    PIL nominale 2024 = 1320 miliardi (prezzi correnti); PIL reale 2024 = 1200 miliardi (prezzi 2023, anno-base).

  2. 02Applicare la formula del deflatore

    Deflatore = (PIL nominale ÷ PIL reale) × 100 = (1320 ÷ 1200) × 100.

  3. 03Interpretare il valore

    Il deflatore è 110: essendo maggiore di 100, indica che il livello generale dei prezzi è cresciuto del 10% rispetto all'anno-base.

  4. 04Concludere sull'inflazione

    L'inflazione implicita nel PIL fra 2023 e 2024 è del 10%: dell'aumento del PIL nominale (da 1200 a 1320), la parte dovuta ai soli prezzi è di 120 miliardi, mentre le quantità reali non sono variate.

Risultato: Deflatore = 110: i prezzi sono saliti del 10%; tutto l'aumento del PIL nominale è dovuto all'inflazione, la crescita reale è nulla.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: saper spiegare la differenza fra PIL nominale e reale e perché solo il secondo misura la crescita; saper calcolare e interpretare il deflatore del PIL.
  • Focus Esame di Stato: esporre in modo argomentato almeno tre limiti del PIL come indicatore di benessere e citare correttamente gli indicatori alternativi (ISU/HDI, BES).

Errori frequenti

  • Affermare che un aumento del PIL nominale significa sempre maggiore ricchezza prodotta: se l'aumento è dovuto solo ai prezzi, le quantità reali possono essere ferme o in calo.
  • Trattare il PIL come misura del benessere o della felicità: è una misura dell'attività economica di mercato, e ignora ambiente, distribuzione e lavoro non retribuito.

Approfondimento

Approfondimento indirizzo — Vale la pena approfondire la differenza tra i due grandi indici dei prezzi. Il « deflatore del PIL » misura la variazione dei prezzi di « tutti » i beni e servizi prodotti internamente, con un paniere che cambia ogni anno (è un indice di tipo « Paasche »); l'« indice dei prezzi al consumo » (IPC) misura invece i prezzi di un « paniere fisso » rappresentativo dei consumi delle famiglie (indice di tipo « Laspeyres ») e include anche i beni importati. I due indici, perciò, non coincidono e possono divergere. Sul fronte degli indicatori di benessere, oltre all'ISU e al BES italiano si sono affermati indici che tentano di « correggere » il PIL sottraendo i costi ambientali e sociali (come l'indicatore di progresso reale, GPI) e misure dell'« impronta ecologica », che confrontano il consumo di risorse con la capacità rigenerativa del pianeta. È il cuore del movimento « oltre il PIL » (« beyond GDP »), secondo cui una crescita che distrugge l'ambiente o accresce le disuguaglianze non è vero sviluppo. Questa sensibilità ha trovato eco anche nel diritto costituzionale: la riforma degli « artt. 9 e 41 Cost. » del 2022, inserendo la tutela dell'ambiente « anche nell'interesse delle future generazioni » e i limiti ambientali all'iniziativa economica, traduce in principio giuridico l'idea che il benessere non si misura solo con la quantità di beni prodotti. Diritto ed economia convergono così verso una nozione di « sviluppo sostenibile ».

Ripasso attivo

In un Paese il PIL nominale del 2024 è 1320 miliardi; ai prezzi del 2023 (anno-base) lo stesso prodotto vale 1200 miliardi. Calcola il deflatore del PIL e interpreta il risultato indicando l'inflazione implicita.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 03

Consumo, risparmio, investimento e reddito di equilibrio#

●●●ApprofondimentoLPOSA-diritto-economia-quinto-anno-macroeconomiaLPDomanda aggregata e moltiplicatore keynesiano

La croce keynesiana: reddito di equilibrio e domanda aggregata

Croce keynesianaGrafico di Y = spesa (45 gradi), zeri in x = 0, intercetta sull’asse y in y = 0, crescente, nell’intervallo x da 0 a 2000, Grafico di AD = 300 + 0,8Y, intercetta sull’asse y in y = 300, crescente, nell’intervallo x da 0 a 2000500100015002000500100015002000Equilibrio Y = 1500Spesa autonoma = 300Y = spesa (45gradi)AD = 300 + 0,8YSpesa aggregataReddito Y

Punti chiave

Il modello keynesiano spiega come si determina il reddito complessivo di un sistema economico partendo dal comportamento dei soggetti. Secondo John Maynard Keynes il consumo delle famiglie dipende soprattutto dal reddito disponibile: al crescere del reddito cresce il consumo, ma meno che proporzionalmente, perché una parte viene risparmiata. La funzione del consumo si scrive C = C₀ + cY, dove C₀ è il consumo autonomo (la spesa minima indipendente dal reddito) e c è la propensione marginale al consumo, cioè la quota di ogni euro aggiuntivo di reddito che viene consumata.
La propensione marginale al consumo (c) e la propensione marginale al risparmio (s) sono complementari: c + s = 1, perché ogni euro di reddito aggiuntivo o si consuma o si risparmia. Accanto al consumo, la domanda aggregata comprende gli investimenti delle imprese (I) e, nei modelli più completi, la spesa pubblica (G) e le esportazioni nette. La domanda aggregata (AD) è dunque la spesa programmata complessiva: AD = C + I + G.
Il reddito di equilibrio è il livello di reddito Y per cui la produzione eguaglia la domanda aggregata: tutto ciò che si produce viene venduto, e le imprese non hanno motivo di variare la produzione. Graficamente (Fig. 1) l'equilibrio è il punto in cui la retta della domanda aggregata interseca la bisettrice a 45°, la retta lungo la quale la spesa programmata uguaglia esattamente il reddito. Se la domanda fosse inferiore alla produzione, le scorte si accumulerebbero e le imprese ridurrebbero la produzione; se fosse superiore, le scorte si esaurirebbero e la produzione aumenterebbe, fino a tornare all'equilibrio.
Il moltiplicatore keynesiano è il cuore innovativo del modello: un aumento della spesa autonoma (per esempio un nuovo investimento o una maggiore spesa pubblica) genera un aumento del reddito più che proporzionale. La spesa iniziale diventa reddito per qualcuno, che ne consuma una parte, alimentando nuova spesa e nuovo reddito, in una catena che si attenua a ogni giro. Il moltiplicatore vale k = 1 ÷ (1 − c): più alta è la propensione al consumo, maggiore è l'effetto moltiplicativo. È la giustificazione teorica delle politiche di sostegno della domanda nei periodi di crisi e disoccupazione.
C=C0+cYC = C_0 + cYC=C0​+cY

Funzione del consumo

Il consumo è dato da una parte autonoma C₀ (indipendente dal reddito) più una parte indotta cY, dove c è la propensione marginale al consumo (0 < c < 1).

Y=C0+cY+I+GY = C_0 + cY + I + GY=C0​+cY+I+G

Condizione di equilibrio

Il reddito è in equilibrio quando eguaglia la domanda aggregata (consumo, investimenti e spesa pubblica). Da qui si ricava il reddito di equilibrio risolvendo rispetto a Y.

k=11−ck = \frac{1}{1 - c}k=1−c1​

Moltiplicatore keynesiano

Il moltiplicatore della spesa misura di quante volte un aumento della spesa autonoma si traduce in aumento del reddito: con c = 0,8 si ha k = 1 ÷ 0,2 = 5.

Esempio svolto

Determinare il reddito di equilibrio e applicare il moltiplicatore

In un'economia chiusa senza settore pubblico la funzione del consumo è C = 100 + 0,8Y e gli investimenti programmati sono I = 200. Determina il reddito di equilibrio, calcola il moltiplicatore e indica di quanto varia il reddito se gli investimenti aumentano di 50.

  1. 01Scrivere la condizione di equilibrio

    All'equilibrio il reddito eguaglia la domanda aggregata: Y = C + I = (100 + 0,8Y) + 200.

  2. 02Risolvere rispetto a Y

    Si portano i termini in Y a sinistra: Y − 0,8Y = 300, cioè 0,2Y = 300, da cui Y = 300 ÷ 0,2.

  3. 03Calcolare il moltiplicatore

    Con propensione marginale al consumo c = 0,8 il moltiplicatore è k = 1 ÷ (1 − 0,8) = 1 ÷ 0,2 = 5.

  4. 04Effetto di un aumento degli investimenti

    Un aumento della spesa autonoma di ΔI = 50 fa variare il reddito di ΔY = k × ΔI = 5 × 50 = 250: il nuovo reddito di equilibrio è 1500 + 250 = 1750.

Risultato: Reddito di equilibrio Y = 1500; moltiplicatore k = 5; un aumento degli investimenti di 50 porta il reddito a 1750 (+250).

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: saper scrivere e interpretare la funzione del consumo C = C₀ + cY e determinare il reddito di equilibrio come punto in cui la domanda aggregata eguaglia il reddito (incrocio con la retta a 45°).
  • Focus Esame di Stato: calcolare il moltiplicatore k = 1 ÷ (1 − c) e spiegare il meccanismo a catena per cui un aumento della spesa autonoma produce un aumento più che proporzionale del reddito.

Errori frequenti

  • Confondere la propensione marginale (la quota dell'euro aggiuntivo) con la propensione media al consumo (consumo totale diviso reddito totale): nel moltiplicatore conta quella marginale c.
  • Pensare che il moltiplicatore valga sempre lo stesso: dipende da c. Con c = 0,8 il moltiplicatore è 5; con c = 0,5 è solo 2. Più si risparmia, meno la spesa si moltiplica.

Approfondimento

Approfondimento indirizzo — Il modello keynesiano nasconde alcune implicazioni controintuitive. La più celebre è il « paradosso del risparmio »: se tutte le famiglie, per prudenza, decidono di risparmiare di più e consumare di meno, la domanda aggregata si riduce, il reddito cala e — poiché il risparmio dipende dal reddito — il risparmio « complessivo » del sistema può alla fine « non aumentare affatto », o addirittura diminuire. Ciò che è virtuoso per il singolo (risparmiare) può risultare dannoso per l'insieme: è un esempio di « fallacia di composizione ». Un secondo punto tecnico è la distinzione tra investimento « programmato » e investimento « realizzato ». Quando la domanda è inferiore alla produzione, le imprese si ritrovano con scorte invendute, cioè un « investimento in scorte involontario »: è proprio questo accumulo (o esaurimento) non voluto di magazzino a segnalare il disequilibrio e a spingere le imprese a ridurre (o aumentare) la produzione, riportando il sistema all'equilibrio. Infine il modello permette di definire l'« output gap », cioè la distanza tra il reddito di equilibrio effettivo e il reddito di « piena occupazione »: se l'equilibrio si colloca al di sotto della piena occupazione si ha un « gap recessivo » (disoccupazione), che le politiche espansive mirano a colmare; se al di sopra, un « gap inflazionistico ». È questa la cornice teorica che giustifica l'intervento dello Stato tramite la spesa pubblica, argomento del nucleo sulla politica economica.

Ripasso attivo

In un'economia chiusa senza settore pubblico la funzione del consumo è C = 100 + 0,8Y e gli investimenti programmati sono I = 200. Determina il reddito di equilibrio, calcola il moltiplicatore e indica di quanto varia il reddito se gli investimenti aumentano di 50.

Richiamo attivo

Ricorda i punti chiave — poi rivela.

Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

§ 04

Disoccupazione e occupazione#

●●○StandardLPOSA-diritto-economia-quinto-anno-macroeconomiaLPTipi di disoccupazione: frizionale, strutturale, ciclica

La popolazione e il mercato del lavoro: occupati, disoccupati, inattivi

Popolazione e mercato del lavoroDiagramma ad albero, 3 percorsi, Dati: Forza lavoro → Occupati (hanno lavoro); Forza lavoro → Disoccupati (cercano lavoro); Inattivi (non cercano lavoro)Forza lavoroPopolazione 15–64Occupati (hanno lavoro)Disoccupati (cercano lavoro)Inattivi (non cercano lavoro)
Fig. 5Il tasso di disoccupazione si calcola sulla forza lavoro (occupati + disoccupati), non sull’intera popolazione.

Punti chiave

L'occupazione è uno degli obiettivi centrali della politica economica e un valore fondante della Repubblica: l'articolo 1 della Costituzione la fonda «sul lavoro» e l'articolo 4 riconosce a tutti il diritto al lavoro (ripasso del nucleo «Diritto del lavoro e impresa»). Per misurare il fenomeno la statistica distingue tre grandezze: gli occupati (chi ha un lavoro), i disoccupati (chi non lavora ma cerca attivamente lavoro ed è disponibile) e gli inattivi (chi non lavora e non cerca: studenti, pensionati, casalinghe). La somma di occupati e disoccupati forma la forza lavoro.
Il tasso di disoccupazione è il rapporto fra i disoccupati e la forza lavoro, espresso in percentuale. È importante notare che si calcola sulla forza lavoro, non sull'intera popolazione: chi non cerca lavoro (gli inattivi) non entra nel calcolo. Per questo un Paese può ridurre il tasso di disoccupazione non solo creando posti di lavoro, ma anche se molti disoccupati, scoraggiati, smettono di cercare e diventano inattivi: il dato va quindi letto insieme al tasso di occupazione, che rapporta gli occupati alla popolazione in età lavorativa (15-64 anni).
La disoccupazione non è un fenomeno unico: gli economisti ne distinguono diverse tipologie, ciascuna con cause e rimedi propri. La disoccupazione frizionale è fisiologica e temporanea, legata al tempo necessario per incontrarsi fra domanda e offerta di lavoro (chi cambia impiego, chi cerca il primo lavoro). La disoccupazione strutturale dipende da uno squilibrio duraturo fra le competenze richieste e quelle offerte, spesso per innovazione tecnologica o crisi di interi settori; si combatte con formazione e riqualificazione. La disoccupazione ciclica segue le fasi del ciclo economico: cresce nelle recessioni, quando la domanda aggregata cala, e si riduce nelle espansioni.
Proprio sulla disoccupazione ciclica si innesta la lezione keynesiana vista nella sezione precedente: in una recessione la domanda aggregata insufficiente lascia risorse e lavoratori inutilizzati, e lo Stato può intervenire sostenendo la spesa per riportare il reddito verso la piena occupazione, sfruttando l'effetto del moltiplicatore. Esiste poi una disoccupazione «volontaria» o un livello «naturale» di disoccupazione (la somma di quella frizionale e strutturale) che permane anche in una fase di buona congiuntura: per questo l'obiettivo realistico non è lo zero assoluto, ma la piena occupazione compatibile con un'economia in equilibrio.
Tasso di disoccupazione=DisoccupatiForza lavoro×100\text{Tasso di disoccupazione} = \frac{\text{Disoccupati}}{\text{Forza lavoro}} \times 100Tasso di disoccupazione=Forza lavoroDisoccupati​×100

Tasso di disoccupazione

Rapporto percentuale fra i disoccupati e la forza lavoro (occupati più disoccupati). Gli inattivi non entrano nel calcolo.

Forza lavoro=Occupati+Disoccupati\text{Forza lavoro} = \text{Occupati} + \text{Disoccupati}Forza lavoro=Occupati+Disoccupati

Forza lavoro

La popolazione attiva sul mercato del lavoro: chi lavora più chi cerca attivamente lavoro. Esclude gli inattivi.

Le tre tipologie di disoccupazione e le loro cause

Esempio svolto

Calcolare la forza lavoro e il tasso di disoccupazione

In un Paese ci sono 23 milioni di occupati e 2 milioni di disoccupati; gli inattivi in età lavorativa sono 13 milioni. Calcola la forza lavoro e il tasso di disoccupazione, poi spiega perché il tasso non coincide con la percentuale di chi non lavora sul totale.

  1. 01Calcolare la forza lavoro

    La forza lavoro è la somma di occupati e disoccupati: 23 + 2 = 25 milioni. Gli inattivi (13 milioni) restano fuori.

  2. 02Applicare la formula del tasso

    Tasso di disoccupazione = (disoccupati ÷ forza lavoro) × 100 = (2 ÷ 25) × 100.

  3. 03Confrontare con il totale della popolazione attiva considerata

    La popolazione 15-64 è 25 + 13 = 38 milioni. Chi «non lavora» sarebbe 2 + 13 = 15 milioni, cioè il 39,5% circa: un dato del tutto diverso e fuorviante.

  4. 04Spiegare la differenza

    Il tasso di disoccupazione conta solo chi cerca attivamente lavoro sul totale di chi è sul mercato (la forza lavoro), non gli inattivi: per questo è 8% e non la quota di tutti i non occupati sulla popolazione.

Risultato: Forza lavoro = 25 milioni; tasso di disoccupazione = 8%. Il tasso considera solo i disoccupati rispetto alla forza lavoro, escludendo i 13 milioni di inattivi.

Obiettivo Maturità

  • Focus Esame di Stato: saper definire e calcolare il tasso di disoccupazione come rapporto fra disoccupati e forza lavoro, distinguendolo dal tasso di occupazione (rapporto sulla popolazione in età lavorativa).
  • Focus Esame di Stato: classificare con esempi le tre tipologie di disoccupazione (frizionale, strutturale, ciclica) indicando per ciascuna le cause e i rimedi, e collegare la disoccupazione ciclica alla politica di sostegno della domanda.

Errori frequenti

  • Calcolare il tasso di disoccupazione sull'intera popolazione anziché sulla forza lavoro: gli inattivi (studenti, pensionati, chi non cerca) non vanno conteggiati al denominatore.
  • Considerare disoccupato chiunque non lavori: chi non cerca attivamente lavoro è inattivo, non disoccupato; confondere le due categorie falsa la lettura del mercato del lavoro.

Approfondimento

Approfondimento indirizzo — Tra inflazione e disoccupazione esiste una relazione studiata dalla « curva di Phillips »: nel breve periodo un'economia sembra poter « scambiare » meno disoccupazione con più inflazione (quando l'occupazione cresce, salari e prezzi tendono a salire) e viceversa. Questa relazione, però, si è rivelata instabile: la « stagflazione » degli anni Settanta — inflazione e disoccupazione elevate insieme — ha mostrato che nel lungo periodo non esiste un vero scambio, e che l'economia tende verso un tasso di disoccupazione « naturale » (il NAIRU) al di sotto del quale spingere fa solo accelerare l'inflazione. Un'altra regolarità utile è la « legge di Okun », che lega la variazione della disoccupazione alla crescita del PIL: perché la disoccupazione diminuisca, l'economia deve crescere oltre una certa soglia. Sul piano degli strumenti, la lotta alla disoccupazione combina « politiche della domanda » (di tipo keynesiano, per la disoccupazione ciclica) e « politiche dell'offerta » o « politiche attive del lavoro » (formazione, riqualificazione, servizi per l'impiego, per la disoccupazione strutturale). Il diritto completa il quadro: la Costituzione, oltre a fondare la Repubblica sul lavoro (« art. 1 Cost. ») e a riconoscere il diritto al lavoro (« art. 4 Cost. »), garantisce con l'« art. 38 Cost. » ai lavoratori mezzi adeguati in caso di disoccupazione involontaria, fondamento degli « ammortizzatori sociali » (indennità di disoccupazione, cassa integrazione). È il punto in cui la politica economica dell'occupazione incontra la tutela costituzionale del lavoratore.

Ripasso attivo

In un Paese ci sono 23 milioni di occupati e 2 milioni di disoccupati; gli inattivi in età lavorativa sono 13 milioni. Calcola la forza lavoro e il tasso di disoccupazione, poi spiega perché il tasso non coincide con la percentuale di chi non lavora sul totale.

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Fonti: Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento (Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM))

Contenuti

Sezione -- / 04

    • 01Gli aggregati macroeconomici e la contabilità nazionale◐
    • 02PIL nominale e reale e i limiti come indicatore◐
    • 03Consumo, risparmio, investimento e reddito di equilibrio●
    • 04Disoccupazione e occupazione◐

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Macroeconomia, reddito nazionale e occupazione

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Fonti

Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM)

  • Indicazioni Nazionali per i Licei (DPR 89/2010, DM 211/2010) — Obiettivi Specifici di Apprendimento

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